Ennio Abate, Via la “realtà”, non si rischia una cattiva libertà?

4 Mag

 

 

Ennio Abate, Via la “realtà”, non si rischia una cattiva libertà?

 

Sui commenti a «Blumenbilder» di G. Linguaglossa (qui).

 @ Giorgio Linguaglossa e ai commentatori dei miei  appunti su «Blumenbilder»

1.

La questione del “reale” a me pare più complessa e interessante di come voi la trattate nei vostri commenti, che trascurano – credo – le questioni e le obiezioni che ho mosso a Giorgio nel mio primo intervento su «Blumenbilder». (A scanso di equivoci ho giudicato la sua raccolta  opera notevole, affascinante, ma anche inquietante:«provo sgomento  e ammirazione. La poesia di Linguaglossa ha per me elementi di fascino e d’inquietudine»). Ricorrendo alla metafora della rete da pesca (linguaggio=rete da pesca) è come se avessi  detto: quale delle reti di cui disponiamo – io, Giorgio, altri – (o che potremmo inventare) ci permette di  afferrare di più. Di cosa? Io risponderei: della “realtà”. Ma non batto ciglio se uno mi dicesse: del mistero, di Dio, dell’Altro. Basta che mi si conceda di verificare e confrontare con i miei strumenti (ragione e sensibilità poetica di cui dispongo) i risultati miei e altrui. Disponibile a essere criticato per quel che dico e a ridiscutere daccapo. Resto, come ho detto, «attento a un realismo problematico»: non  fideistico, né positivistico. E tuttavia sono pronto a riconoscere i risultati convincenti che giungessero da altre poetiche. Resto, cioè, convinto che non tutto il “reale” sia degno di attenzione. Anzi che esso non è mai davvero afferrabile. Ma che vada indagato, incalzato, mai ignorato. Non rifiuto la  finzione o la recitazione.  È un modo come un altro per afferrare il “qualcosa”  a cui cerchiamo di dare forma. E, dunque, anche il realismo ( o la tensione realistica) è finzione. Però distinguo tra finzione e recitazione che svelano qualcosa di più del “reale” e finzione e recitazione che lo cancellano o l’occultano  o lo sostituiscono.  Giorgio obietta: «Se ci pensiamo un attimo, il “reale” cui noi siamo abituati fin dalla nascita non è altro che una “finzione”, “recitazione” su un palcoscenico di solitudine e di angoscia. Ma l’angoscia che serpeggia in ogni rigo di “Blumenbilder” è un’altra angoscia: quella della sfera dell’arte.»( (29 aprile 2013 alle 18:11). In altre parole, trova banale, risaputo, “inferiore” il concetto di “reale” corrente, perché  «non è altro che una “finzione”, “recitazione” su un palcoscenico di solitudine e di angoscia» e gli contrappone la «sfera dell’arte». Anche questa – sembra dire, se non interpreto male – dà angoscia, ma è un’angoscia “superiore” ( e dunque preferibile…).

 

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