Giuseppe Bailone, Uno nessuno centomila

4 Mag

Uno, nessuno, centomila

 

Uno

C’era una volta una scuola: di Stato, d’impianto napoleonico, centralista, burocratica, con un programma nazionale e con una pedagogia ministeriale.

L’unità della scuola, come l’unità dello Stato, può avere significati diversi.

C’è l’unità pesante e soffocante e c’è l’unità leggera e liberante.
C’è l’unità che, nella società e nella scuola, soffoca la libertà e quella che ne diventa la condizione unitaria, uguale per tutti.
Come l’unità politica dello Stato totalitario è radicalmente diversa da quella di uno Stato democratico, così l’unità della scuola di Stato cambia se si è in regime autoritario o di libertà culturale e d’insegnamento.

La Costituzione delinea una scuola di Stato, senza una pedagogia di Stato: garantendo la libertà culturale e la libertà d’insegnamento e imponendo alla Repubblica di aprire scuole di ogni ordine e grado su tutto il territorio, essa abolisce la pedagogia di Stato senza compromettere l’unità nazionale della scuola. Butta via l’acqua sporca e si cura del bambino.

La pedagogia ministeriale ha però continuato a prosperare nella scuola italiana, perché la Costituzione è rimasta sulla carta.

Nessuno

A fine secolo la scuola italiana ha subito un cambiamento radicale:

  • dalla centralità dell’insegnamento e dei programmi è passata alla centralità dell’apprendimento e dei curricoli;
  • orientata “a riconoscere e a valorizzare gli apprendimenti diffusi che avvengono fuori delle sue mura”, ha cambiato il suo compito tradizionale d’insegnare in quello nuovo d’assistere l’alunno, di aiutarlo a “riportare i molti apprendimenti che il mondo oggi gli offre entro un unico percorso strutturante”.

La scuola smette di essere luogo e tempo di un’esperienza d’apprendimento unica e fondamentale, un lusso che le società sviluppate hanno potuto permettersi in misura allargata a tutti solo negli ultimi tempi. La scuola perde la natura che il suo nome, di origine greca, le assegna: ozio (otium è infatti l’equivalente latino della parola greca skolè), disimpegno, distacco dal lavoro e dalle incombenze quotidiane, col fine di promuovere un’esperienza di apprendimento irrealizzabile “fuori delle sue mura”.

La scuola diventa la sede in cui l’allievo rumina, rielabora quel che apprende fuori delle sue mura. Assume i tratti del doposcuola e i suoi insegnanti diventano assistenti e animatori delle attività di apprendimento dei loro allievi.

Le sue mura, che l’hanno difesa nella sua condizione specifica di disimpegno, crollano e l’espongono all’invadenza del mondo esterno. La scuola, che diventando di Stato si era progressivamente sottratta alle pressioni delle famiglie e della società civile, viene riconsegnata ad esse.

I decreti delegati del 1974 e la legge sulla parità scolastica, significativamente fatta dalle stesse forze politiche che hanno fatto la legge sull’autonomia (ma, anche le stesse che hanno trasformato il servizio sanitario nazionale in aziende sanitarie incardinate sul profitto e governate da clientela politica), hanno distrutto i “muri” difensivi della scuola di Stato, mettendo la scuola statale al servizio delle aspettative familiari e parificandola alle scuole private.

Centomila

Il passaggio dalla scuola dei programmi alla scuola degli obiettivi e dei curricoli ha frantumato l’unità scolastica.

La riforma del titolo quinto della Costituzione ha consegnato all’autonomia delle Regioni la scuola della Repubblica. L’autonomia scolastica ha completato la frantumazione, impegnando ogni scuola a farsi “comunità” e a darsi una propria identità culturale, accentuando il deperimento del suo carattere statale, avviato coi Decreti Delegati e intensificato con la legge sulla parità scolastica.

Per promuovere la liquidazione della vecchia scuola si è puntato il dito accusatorio sui suoi caratteri centralisti, burocratici, autoritari, si è invocato la fine della pedagogia di Stato. Ma, invece di buttare via l’acqua sporca, si è cominciato col buttare via il bambino, cioè i programmi nazionali.

Non solo: l’acqua sporca è stata subito riciclata, spostando la pedagogia ministeriale dalla centralità dell’insegnamento a quella dell’apprendimento.

Il vecchio didattichese ministeriale si è riciclato nelle Indicazioni Nazionali.

Per capire il carattere epocale del cambiamento si tenga presente che esso è avvenuto negli stessi anni in cui è stato liquidato l’esercito nazionale di leva e c’è stato il passaggio dalla lira all’euro.

L’accostamento di questi diversi fatti viene proposto, non per rimpianto nostalgico, ma per promuovere la riflessione sulla profondità del cambiamento: tre colonne fondamentali dello Stato nazionale, quello nato dalla Rivoluzione Francese e sviluppatosi nel corso dell’Ottocento, cambiano radicalmente e insieme.

La fine dell’esercito di leva “libera” l’Italia dai vincoli dell’art. 11 della Costituzione e consente la partecipazione alle guerre imperialiste in funzione subalterna e con la maschera delle “missioni di pace”. Quel che significa l’avvento dell’euro lo stiamo sperimentando adesso sulla nostra pelle.

L’amara esperienza dell’euro ci aiuta capire la nuova pedagogia di Stato delle Indicazioni Nazionali: come l’euro, alla prima seria crisi, si rivela essere una moneta non pienamente moneta, mancando del sostegno di uno Stato, così le Indicazioni Nazionali, messe seriamente alla prova, rivelano una natura strutturata nella forma, ma vacua e inconsistente.

Spesso, i sacerdoti delle Indicazioni Nazionali, per essere più autorevoli, accampano l’autorità dell’Europa. Il ricorso al fondamento europeo è del tutto pertinente, ma diventa la chiave, come per l’euro, per capire la vacuità delle Indicazioni Nazionali.

Le competenze, gli obiettivi e i traguardi delle Indicazioni Nazionali si prestano, infatti, alle interpretazioni più diverse, addirittura opposte: chi ha l’abitudine di prendere sul serio il proprio compito cade presto in crisi, schiacciato dei terribili impegni che discenderebbero dalla sua doverosa adesione ad essi; chi, invece, ha una solida abitudine lassista nei confronti dei propri doveri, trova in essi buoni argomenti per valutare anche eccessivo quel che sta facendo.

I nuovi dogmi, i paroloni “europei” delle Indicazioni Nazionali fanno sentire sempre più inadeguati i docenti seri e sempre più soddisfatti gli irresponsabili, quelli che hanno l’abitudine di “fare ammuina”. Sotto un’apparente rigorosa strutturazione, che con gli Invalsi consentirebbe addirittura un accertamento quantitativo della loro applicazione, c’è il vuoto assoluto. Sono aria fritta.

E sono aria fritta per le condizioni in cui sono maturate.

Come in politica monetaria europea si proceduto alla costruzione dell’euro senza la base di un reale Stato europeo, così è avvenuto per il passaggio dalla vecchia politica scolastica italiana di orientamento nazionalistico alla nuova d’orientamento europeistico. Friggere aria è la virtù di chi vuole accontentare il potere anche quando questi non gli offra la materia per farlo. Non potendo mirare a una vera scuola europea unitaria, si è ripiegato sulla distruzione della vecchia scuola nazionale e sulla costruzione di una scuola non-scuola, sede di assistenza all’attività di rielaborazioni personali che gli allievi fanno di apprendimenti fatti altrove.

Il confronto della scuola europea con le vecchie scuole nazionali rende subito evidente il paragone dell’arte culinaria dell’aria fritta: quelle scuole erano nate dopo che lo Stato si era dotato di un esercito e di una moneta, quella europea nasce insieme alla fine dell’esercito di leva e della lira, senza che l’Europa sia diventata uno Stato e si sia dotata di un esercito.

Si aggiunga che l’Europa ha ventisette lingue ufficiali e l’inglese, di fatto la prima lingua, viene dall’Inghilterra, la nazione da sempre ostile all’unità europea, e dagli USA, che, a quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno ancora formidabili basi militari in Europa. L’Europa è una babele di lingue e la lingua che usa di più è quella dei nemici della sua unità.

Se la vecchia pedagogia di Stato era autoritaria e sostanzialmente anticostituzionale, quella nuova ed europeista delle Indicazioni Nazionali è anticostituzionale e aria fritta. Aria fritta, molto nociva: di fronte ai loro paroloni, gli insegnanti più seri e più disposti a rendere un buon servizio allo Stato si sentono profondamente inadeguati e cadono in una situazione di malessere che compromette gravemente il loro lavoro; gli irresponsabili sono, invece, rassicurati. La nuova pedagogia di Stato è autoritaria come la precedente, con l’aggravante di alimentare l’insicurezza e il disorientamento degli insegnanti migliori e l’irresponsabilità dei peggiori.

È ora di rileggere la favola dei fratelli Andersen e dire che il re è nudo!

 

Torino 21 aprile 2013

                                                                                Giuseppe Bailone

 

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