La tomba di Antigone – di María ZAMBRANO

4 Mag
La tomba di Antigone – di María ZAMBRANO


(Serena Nono, Antigone, 2004-2005)

[Da: Maria Zambrano, La tomba di Antigone / Diotima di Mantinea, traduzione e introduzione di Carlo Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, Milano, La Tartaruga Edizioni, 1995, pag. 69-74 (La tumba de Antìgona e Diotima de Mantinea, 1983)]

ANTIGONE

    Eccomi qui, dei; sono qui, fratello. Non mi aspettavi? Devo scendere ancora più in basso? Sì, per incontrarti devo continuare a scendere. Qui siamo ancora sopra la terra. E questo raggio di sole che scivola dentro come una serpe, questa luce che mi cerca, sarà la mia peggiore tortura. Non potermi liberare di te nemmeno qui, oh luce, luce del Sole, del Sole della Terra. 
    Non esiste, un Sole dei morti? Devi perseguitarmi tu fino a qui, Sole della Terra, devo saperlo da te se è notte, se è giorno; se il Sole è lì che irrompe, soggiogando l’Aurora, o se sta finalmente sprofondando nel mare, devo continuare a saperlo… sempre. A questo non avevo pensato. E finché vedrò te, luce del Sole, continuerò a vedere anche me e saprò che io, Antigone, mi trovo ancora qui, come mi trovo, e mi ci trovo ancora sola, sì, sola nel silenzio, nella tenebra, ancora perseguitata da questo Sole dei vivi che non si decide a lasciarmi. Sola e perseguitata da te, luce dei vivi, luce dei miei stessi occhi che non altro che te e me staranno vedendo.
    E cos’è che mi dici, tu, luce del Sole? Sì, ora lo so, a ogni spuntar del giorno mi facevo incontro a te, luce pura del mattino, che diventavi rosa, rossa, a volte: eri l’Aurora. Io aspettavo da te la parola e tu mi davi soltanto il Sole, giorno dopo giorno, il Sole. Non sono mai arrivata a udirti; mai, da quel silenzio così bianco del tuo essere, ho visto nascere la parola. Non per dare questa ti incendiavi, ti incendiavi solo per il Sole… solo per il Sole ti incendiavi, solo il Sole mi davi.
    E ora, vieni a dirmi qualcosa, luce del Sole? Potessi io finalmente udirti, potessi tu dirmi quella parola, una sola, che arrivasse dritta fino in fondo al mio cuore, là dove, ora lo so, nessuna parola è mai giunta, né quella del mio giudice, né quella di mia sorella, né quella dell’amore; dove nessuna parola è entrata, né pianto, né gemito; dove non sono arrivati nemmeno i lamenti del fratello implorante la sepoltura, né alcuna voce di creatura vivente: né il muggito del toro, né il canto dell’allodola, né il possente sussurro del mare vi sono mai giunti, né niente della vita. La tua parola, luce, senza che io la comprenda, dammela, luce che non mi lasci. La parola nata in te, e non quel Sole.
    Adesso, però, che riapro gli occhi che avevo chiuso per invocarti, Aurora, tu non ci sei più; e tu nemmeno, serpe del Sole calante. Mi odi, luce cangiante, mi hai udito e sei fuggita? Sei, tu, così? Così sei tu?
    Adesso sì, nella tenebra completa e senza più ombra, almeno. E’ in alto, però, sopra la terra, e non dentro di essa, che io mi trovo; io credevo che sarei entrata nel popolo dei morti, mia patria, e invece no, sto fuori, di fuori. Non nel cuore della notte, in atto di sentire i battiti del cuore dell’eterna madre terra. Lì berrei dell’acqua, dalla radice oscura dell’acqua. Invece no: la gola secca, il cuore vuoto come un’anfora di sete, sto qui nella tenebra.
    Perché ora conosco la mia condanna: “Tu, Antigone, sepolta viva, non morirai, ma andrai avanti così, né nella vita né nella morte, né nella vita né nella morte…”

 

LA NOTTE

    Quanto rumore nel silenzio, notte, quanta vita nella mia morte, quanto sangue ancora nelle mie vene, quanto calore in queste pietre.
    E il cuore, come sempre, corre incontro all’ombra, come nella vita. Allora, durante il giorno, anelava la notte, respirava verso di essa. Solo la mattina era per me il presente, un presente ampio, grandioso come il centro di un fiume; solo di mattina il battito del tempo si accordava con quello delle mie tempie, queste tempie il cui battere mi annunciava il galoppo della disgrazia che sopraggiungeva.
    La sventura ha percosso le mie tempie col suo martello fino a levigarle come l’interno di una lumaca, fino a che esse non si sono ridotte come due orecchie in grado di udire i passi leggeri della sciagura, la sua presenza; quei passi leggeri con cui la sciagura entra nella nostra stanza molto prima di scatenarsi e viola il recinto del sonno senza nemmeno guardarci. Si presenta e se ne sta lì fissa, rimane a esalare terrore, un terrore che arriva a essere come una tunica, questa, questa che mi misero fin da bambina e che è venuta crescendo con me fino a essere come la mia stessa pelle.
    Né l’acqua lustrale né la corrente del fiume sono state abbastanza potenti da strapparmi questa pelle di terrore. No sono rimasta mai nuda; la mia pelle è sfiorita ad opera di questo parassita. Un giorno, all’improvviso, mi sono vista, e ho sobbalzato: ero io quella larva senza corpo, con non più spessore di quello indispensabile per essere vista? Impalpabile come le figure dei sogni, come un ricordo. E il mio corpo era quello, sottratto da sempre al risveglio.
    No, tomba mia, non ti colpirò. Non mi spaccherò la testa contro di te. Non mi getterò su di te come se fossi tu la colpevole. Una culla, sei; un nido. La mia casa. E io so che ti aprirai. E nel frattempo, chissà che tu non mi lasci udire la tua musica, perché nelle pietre bianche c’è sempre una canzone.
    Ho desiderato sempre udirla, la voce della pietra; la voce e l’eco, questi due fratelli che sono la voce e l’eco: sorella e fratello, sì. Ma le voci umane non me li lasciano udire. Perché non ascoltano, gli uomini. E’ quello che meno gli piace fare, ascoltare. Però io, intanto che muoio, desidero udire te, mia tomba, desidero udire voi, pietre di questa mia tomba bianca come la bocca dell’alba.
    E nemmeno a te ti colpirò, porta del mio destino, né ti chiederò di aprirti. Stai lì; obbedisci: obbedisci, come me. Come me, non permettere che ti oltrepassino.
    Neanche a te, morte, ti dirò di venire. La morte che è entrata in me allorché ho ascoltato la mia condanna, adesso non è qui. E alla morte quella vera, nulla ho da dire. Molto ho parlato della morte, io, molto dei morti; dove sono ora? Io sono qui, sola, con tutta la vita. Però non ti chiamerò, morte, non ti chiamerò. Andrò avanti da sola con tutta la vita, come se mi toccasse nascere, come se io stessi nascendo in questa tomba.
    O non potrebbe essere che io ci fossi nata, dentro di essa, e che tutto mi sia accaduto dentro questa tomba che mi teneva prigioniera? Dentro la famiglia, sempre: padre, madre, sorella, fratello e fratello; sempre così, sempre.
    Dov’è il mio amore? Adesso è notte – Il mio amore, dov’è il mio amore? Dove, il mio amore, dove?
    Sono nata per te, amore; mi divora la pietà di pietra.
    La pietà senza dei – Dove, gli dei, dove? Dove se n’è andato, l’amore, e gli dei, dove? E adesso è di notte, la notte. Adesso è la notte.
    Mi troverò a nascere qui, ora. Mi hanno resa alla prigione dalla quale non ero uscita mai, prigioniera io dalla nascita.
    Figlia dei miei genitori, come potevo io nascere, nascere come tutti gli altri? Dove, più che in una tomba, potevano essi generare figli?
    Come potevo io essere sposa? Questo, sì: una sposa, la sposa?
    Nella morte e senza terra. Mai mi sono state date insieme, come tutti sanno. Ho potuto seppellire mia madre, questo sì, e ciò mi ha dato molta fiducia. A mio padre, la terra lo ha divorato ancora vivo, in quella grotta che si era aperta. E’ lì che geme ancora vivo, come me, o era egli per caso un povero dio burlato dalla condizione umana? A chi volgere gli occhi? A voi, dei, che mi avete lasciata sola con la pietà?
    Ora non sento più alcuna pietà, non sento nulla, come se non avessi nemmeno cominciato a rigirarmi nel ventre di mia madre.
    Ombra della mia vita, ombra mia. Una ragazza, io, niente di più. Ma lo sono stata, poi? Sono io stata qualche volta questo, una ragazza? Perché vedo quest’ombra, è forse la mia? C’è di nuovo luce, qui? No, non è di adesso, non posso essere io quella ragazza di cui questa è l’ombra: leggera, alta, fragrante. Io così non lo sono stata mai. E adesso c’è un’altra ombra. Sei tu, fratello mio, che, più fortunato di me, accolto finalmente dalla terra, vieni a cercarmi? Mi porti l’acqua, gli aromi, mi darai la mano per condurmi da

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