Alessandro Aleotti, Il piacere nel calcio

13 Mag
Creato Venerdì, 10 Maggio 2013 11:18
Tutti gli appassionati di calcio sanno che, nel suo significato più profondo, questo gioco coincide con l’essenza del piacere che si prova mescolando passione, ricordi, fraternità e spirito di libertà. Purtroppo, a ogni livello, il calcio seppellisce questo piacere sotto una grande quantità di tensione e violenza. Il calcio degli adulti si è molto allontanato dal pacificato “calcio della gioia” giocato da bambini. Questa distanza, in parte è dovuta all’ovvia constatazione che il mondo “adulto” porta con sé le ineliminabili esasperazioni provocate dal denaro e dal potere, ma in parte potrebbe essere ridotta da esperienze che potremmo definire di “calcio perfetto”: magiche alchimie di sintesi tra gli elementi calcistici che si possono manifestare sia nell’apparente marginalità del calcio “minore” che sotto i riflettori del “grande calcio”. Tuttavia, raggiungere il piacere del calcio che deriva da esperienze di “calcio perfetto” è tutt’altro che facile. La logica egemone nel mondo del calcio tende a esasperare ogni gesto, poiché rimane succube della convinzione che la vittoria derivi più dall’ideologia gerarchica della caserma che dalla spontaneità anarchica del gioco. È certamente vero che, senza un adeguato processo di responsabilizzazione individuale, la spontaneità nel calcio rischia di produrre sconfitte sul campo, ma è proprio dal non arrendersi a questa constatazione che prendono vita quelle esperienze di “calcio perfetto” finalizzate a sostituire l’organizzazione infelice della gerarchia con la spontaneità felice della libertà responsabile. 
 
Giungere al risultato sportivo attraverso un esperimento di questo genere è difficile, ma non impossibile: tutti ricordiamo la felice e libertaria Olanda di Cruyff che nel ’74 incantò il mondo con il primo “calcio totale”, così come ogni amante del calcio, almeno una volta nella propria vita, ha incontrato la magia vincente di una piccola squadra sconosciuta in cui si fondevano passione, allegria, sincerità e amicizia. Se, quindi, prima di considerare “obbligata” la via di un calcio denso di esasperazioni e povero di piacere, provassimo a “sperimentare”un calcio che si ponga l’obiettivo di “produrre piacere”, non è detto che questo tentativo sia necessariamente destinato alla sconfitta sul campo. E anche quando questo dovesse accadere, tuttavia, è proprio un piacere non affidato solo al risultato sportivo che rende accettabile la sconfitta, togliendole quel significato “privo di via d’uscita” che si pone come insopportabile metafora della morte. Insomma, la definizione calcistica del ”piacere” è fortemente influenzata dalle contrapposizioni di potere che inconsapevolmente utilizziamo per “fare calcio”: la gerarchia contro la spontaneità, il denaro contro la passione, la macchina industriale contro la bottega artigianale, l’etica del compito assegnato contro l‘estetica del gesto spontaneo e cosi via.
 
Detto questo sul piano “filosofico”, cosa ci dice l’osservazione “empirica” sul piacere che il calcio riesce a produrre in Italia? Un elemento si impone a prima vista: l’egemonia del modello calcistico maniacalmente “esasperato” si diffonde sull’intera filiera del calcio. Non è solo il grande calcio-business a subire (per certi versi comprensibilmente) l’esasperata tensione in ogni gesto e parola, ma anche i contesti del tutto privi della “giustificazione” del denaro e del potere restano culturalmente succubi di questo modello. Mancando ogni ipotesi di modelli alternativi, l’intero mondo del calcio diviene una macchina alienante dove il piacere viene sistematicamente allontanato come riflesso condizionato di un agire nevrotico e paranoico. Quindi, in Italia, dar vita a quelle esperienze che ho definito di “calcio perfetto”, se da una parte è molto ostico perché assolutamente controtendenza , dall’altra è anche straordinariamente stimolante perché vi è grande abbondanza di ”terra vergine”. Il significato del mio piccolo club, il Brera calcio, è esattamente in questa dimensione.
Alessandro Aleotti
 
 
 

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