Ennio Abate, Sui SAPIENZIALI di Lucini

13 Mag

 

Ennio Abate

In questi frammenti scelti da *Sapienziali* c’è l’eco della Bibbia, cioè di un grande libro (per moltissimi il Libro dei libri). Che mi sono sempre ripromesso di leggere negli ultimi anni. Col quale ho mancato l’appuntamento, anche quando giovane ero nell’orbita del cattolicesimo (e forse non a caso, perché il cattolicesimo in cui fui educato mi diede al massimo un’infarinatura evangelica). E che ho visto invece ben presente e operante negli scritti di almeno un paio di poeti (Fortini e Ranchetti) da me letti con convinzione.
Risentire tardivamente l’eco della Bibbia nei versi di Lucini non risarcisce quel vuoto di lettura. Permette però di fare il punto fra il suo percorso (che poteva magari anche diventare il mio, se le cose fossero andate in un certo senso) e quello mio effettivo e non cancellabile. Per riconoscere comunque una vicinanza fraterna. Ma anche un confronto schietto.
La sua meditazione “attualizzante” della Bibbia a me permette di *comparare* quell’eco, diciamo pure, del divino al rumore della bassa storia e del basso quotidiano in cui sono rimasto incastrato tra questa seconda metà del Novecento e i primi decenni del 2000 assieme a tanti.
Comparazione quasi leopardiana: «E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». Ma scansandone la conclusione: «Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare».
In secondo luogo su questi tronchi di parole dal tono antico, solenne, austero (Aglieco nella *Introduzione* a *Sapienziali* nota anche un altro elemento: «la presenza, già nella Bibbia, di un titanismo/eroismo uman saldamente radicato a un’idea di resistenza») si possono appoggiare le nostre vicende o i ricordi anche amari delle nostre storie. E credo che Lucini un po’ questo abbia voluto fare. Non per nobilitare la storia umana, ma per mostrarne semmai la miseria, denunciarne gli orrori, le cattive pretese, l’incompletezza. (Come accade in Fortini, direi…)

Eppure, oggi più di ieri e in un’epoca oscura di sconfitta delle ipotesi utopiche, che anche della Bibbia si alimentarono (si pensi all’opera di Ernst Bloch), mi sento di discutere pacatamente l’uso critico che Lucini fa di quella sapienza in versi come i seguenti: «Si esaltano per la tecnica e la scienza /con arroganza violentano il creato, / cercano gioia ma spargono dolore». E anche le analogie di evidente sapore politico immediato: «Giuda si clonava nei laboratori delle mafie /vendeva Cristo ai poteri delle lobbies / celebrava riti sacri / creava vescovi e santi in gran segreto /mullah e archimandriti invasati / nuove religioni di stato, crociati /templari risorti dalle ceneri e nuove Apocalissi».
Di discutere con lui, perché al suo rispettabile pensiero critico profondamente religioso (ma certamente non confessionale o forse istintuale, come egli stesso lo definisce…) mi sento tuttavia di affiancare/contrapporre un altro pensiero critico, questo più imbevuto o *sporcato* di storia, meno solenne, più inquieto, meno certo cioè della Conclusione o della Certezza di stare dalla parte giusta o del Giudizio Finale che a Lucini permette di scrivere: «Io sono la Sapienza, non sono mercimonio:/ quello che è stato e che non può tornare /quello che viene e che non può tardare. //Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi / tutti i legulei e gli scienziati e i giudici, /
ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?/ dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?»

All’esplicito, frontale, rimprovero che un autentico punto di vista religioso (quello meno compromesso con la “mondanità”) muove contro la storia umana guidata dai potenti (« Ecco, gli orrori che chiami progresso, /non vedo che rapine e le chiami giustizia,/ vedo biblioteche immense di codici e saperi,/ ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore. //Il tuo sapere non dà il pane all’affamato /ma riempie d’oro i forzieri dei potenti / distrugge le case dei poveri/ costruisce le fortezze dei tiranni.») sento di affiancare/contrapporre non una difesa impossibile del Progresso o una giustificazione dell’ipocrisia « di serpi viscide che pregano al mattino / e di notte insidiano le culle» o una smentita dell’andamento tragico della storia ( ancora l’orrore storico!), ma la caparbietà più “materiale” con cui « puliti miti oscuri nostri gemelli / ancora vanno, operosi su incerti sentieri;/ e accendono luci tutto tatto nelle celle cupe della sera / dove ondula, austera, minacciosa, la biblica mela».
Sono miei versi da *L’albero*, che mi pare giusto citare, perché ci sento una resistenza diversa da quella a cui accennava Aglieco: senza titanismi o prometeismi e senza fede nel sicuro riscatto che fa scrivere a Lucini: «Vieni mia bella e canta col belato dell’agnello / e a quel canto ogni cosa può rinascere dal sonno degli orrori». O lo fa retrocedere (secondo me) ancora in una visione “paradisiaca” dell’utopia:« ritorneranno i mansueti e il loro sapore / per far tornare il sorriso ad ogni popolo. /Muterai le spade in zappe, in falci le lance, / nessuno più muoverà guerra a un altro».

Anche al bilancio sotto sotto generazionale, come quello che intravvedo in questi versi: «Per tutti quegli anni abbiamo marciato/ con disciplina quasi militare / non ci importava di mafia e di potere / ma abbiamo tradito il Giusto allo scempio / al terzo canto del gallo», obietterei – e non per giustificarmi/ci o giustificare i nostri perduti “compagni” di strada – che il tradimento, che pur c’è stato, è cosa alquanto secondaria rispetto a un mutamento – questo sì epocale e tremendo – che è avvenuto; e che ancora non capiamo in termini razionali (per me indispensabili). Esso rende, non dico, sterile, masempre più fragile lo stesso ricorso alla Bibbia. Lì di certo troviamo la *posa giusta*, il *fine giusto* per una visione pienamente umana, ma non il *che fare* per passare dalla posa alla costruzione (e ricordo ancora il mancato passaggio dall’utopia alla blochiana «utopia concreta»).
Mi pare che questo dubbio sia presente anche nelle *Sapienziali*, se Lucini chiede: «Che farai, Geremia contro tanta spietata durezza, che farai/contro i falsari della parola / che ti attendono al varco per svilire ogni tua profezia?». E che il quadro tragico da lui evocato («viviamo nel terrore protetti /dalla violenza di Stato /non sappiamo più parlare al nemico / in ogni strada un demone sorge dà fiato / alle trombe dell’apocalisse / semina omicidi e terrore / e ancora viaggiamo blindati, scortati / da demoni ancor più feroci // spendiamo molti averi per proteggere gli averi / sacrifichiamo tutto terra acqua aria / allo sviluppo del sistema / ma alimentiamo un fuoco che divora / e a morire sono sempre i poveri, gli ignari / coloro che leggono la vita con occhi ancora animali /
con l’innocenza del cane e la pazienza / del prigioniero») è reso ancora più cupo dal fatto che i “poveri”, da soli, non sono in grado di lottare con chiarezza contro queste nuove forme di capitalismi. ( Con questo termine so di abbassare il discorso perfino troppo rispetto al tono di *Sapienziali*, ma a me pare necessario..).
Arrivo a una ellittica conclusione, che qui non posso svolgere, ricordando che ho scritto in anni passati: *Non c’è più religione* (titolo di un libro di Michele Ranchetti), Non c’è più comunismo…
Non per disincanto o disperazione, ma per indicare il *punto zero* ma ineludibile, dal quale interrogarci per dare alla nostra resistenza le ragioni di cui oggi manca.

 

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