Fed La Sala, Per Lea Melandri

15 Mag
Per Lea Melandri … celebrazione dell’anno costantiniano: mobilitazione per l’embrione. Bergoglio benedice. M. saluti, fls
 
 
CELEBRAZIONE DELL’ANNO COSTANTINIANO (313-2013), IN NOME DEL “DEUS CARITAS” DELLA TRADIZIONE RATZINGERIANA. L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, L’ALLEANZA DEL FIGLIO (COSTANTINO) CON LA MADRE (ELENA), REGNA ANCORA COME IN TERRA COSI’ IN CIELO ….
PER L’ EMBRIONE, UNA MOBILITAZIONE ITALIANA ED EUROPEA. Papa Bergoglio, proseguendo il cammino tradizionale del papa emerito, ricorda la raccolta delle firme. Una nota di Gian Guido Vecchi – con appunti    
il Papa ha ricordato che un «momento particolare» per «coloro che hanno a cuore la difesa della sacralità della vita umana» sarà «la Giornata dell’Evangelium Vitae», organizzata in Vaticano il 15 e 16 giugno.
 
a c. di Federico La Sala
NOTE SUL TEMA:

 

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Raccolta di firme e marcia per la vita. Il Papa: «Rispettare l’embrione»
di Gian Guido Vecchi (Corriere della Sera, 13 maggio 2013)
Il «rispetto della vita umana fin dal momento del suo concepimento» e «la protezione giuridica dell’embrione». Al Regina Coeli Francesco interviene per la prima volta da Papa su temi che il cardinale Bergoglio, peraltro, aveva già affrontato con nettezza da arcivescovo di Buenos Aires. È il giorno della «Marcia per vita», alla terza edizione, che dal Colosseo ha radunato 30 mila persone, dicono gli organizzatori, per «un’occasione di difesa della vita e di lotta contro l’ingiustizia della 194».
Ed è soprattutto la giornata in cui ventimila parrocchie italiane raccolgono firme a tutela degli embrioni. Così Francesco saluta i partecipanti alla marcia, senza accennare a questioni legislative, invitando a «mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento». E poi ricorda la raccolta di firme «al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza».
Le parrocchie italiane si sono impegnate a fondo nella campagna per la «dignità, il diritto alla vita e l’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento, nelle aree di competenza Ue» e quindi la tutela giuridica dell’embrione. «Bisogna arrivare a un milione di adesioni, e anche superarle: perché l’iniziativa di associazioni e movimenti per la vita dei 27 Paesi Ue abbia qualche chance di arrivare fino al varo di una legge europea», ha scritto Avvenire in un editoriale di Francesco Ognibene.
Quanto alla 194, di là dall’intransigenza dei movimenti pro-life, la Chiesa italiana non sembra voler riprendere una campagna contro la legge sull’aborto e riaprire vecchi fronti, ma in questi anni ha più volte chiesto una «revisione» o almeno una «applicazione migliore» di quelle parti della legge che riguardano la «prevenzione» e «promuovono la vita del nascituro».
Ieri il Papa ha ricordato che un «momento particolare» per «coloro che hanno a cuore la difesa della sacralità della vita umana» sarà «la Giornata dell’Evangelium Vitae», organizzata in Vaticano il 15 e 16 giugno. L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, ha spiegato che l’appuntamento in San Pietro «offrirà ai fedeli di tutto il mondo l’opportunità di riunirsi, insieme al Santo Padre, in una comune testimonianza del valore sacro della vita: la vita degli anziani, degli ammalati, degli agonizzanti, dei non ancora nati, di coloro che vivono afflitti fisicamente e mentalmente e di tutti coloro che si trovano nella sofferenza». Il tema della difesa della vita, del resto, è dottrina della Chiesa.
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel libro con il rabbino Abraham Skorka «Sobre el cielo y la tierra», era stato netto: «Il problema morale dell’aborto è di natura prereligiosa, perché è nel momento del concepimento che risiede il codice genetico della persona. Ecco perché separo il tema dell’aborto da qualsiasi concezione religiosa. Perché è piuttosto un problema scientifico», rifletteva l’allora arcivescovo di Buenos Aires: «Impedire lo sviluppo di un essere che ha già in sé l’intero codice genetico di un individuo non è etico. Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere chi non ha modo di difendersi».
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Parlare dell’embrione per dimenticare il mondo
risponde Luigi Cancrini (l’Unità, 28.02.2005, p. 27)

 

  • «Avrei voluto con mio honore poter lasciar questo capitolo, accioche non diventassero le Donne più superbe di quel che sono, sapendo, che elleno hanno anchora i testicoli, come gli uomini; e che non solo sopportano il travaglio di nutrire la creatura dentro suoi corpi, come si mantiene qual si voglia altro seme nella terra, ma che anche vi pongono la sua parte; pure sforzato dall’historia medesima non ho potuto far altro. Dico adunque che le Donne non meno hanno testicoli, che gli huomini, benche non si veggiano per esser posti dentro del corpo».
  • Così inizia il capitolo 15 dell’Anatomia di Giovanni Valverde, stampata a Roma nel 1560, intitolato «De Testicoli delle donne» (p. 91). Dopo queste timide e tuttavia coraggiose ammissioni, ci vorranno altri secoli di ricerche e di lotte: «(…) fino al 1906, data in cui l’insegnamento adotta la tesi della fecondazione dell’ovulo con un solo spermatozoo e della collaborazione di entrambi i sessi alla riproduzione e la Facoltà di Parigi proclama questa verità ex cathedra, i medici si dividevano ancora in due partiti, quelli che credevano, come Claude Bernard, che solo la donna detenesse il principio della vita, proprio come i nostri avi delle società prepatriarcali (teoria ovista), e quelli che ritenevano (…) che l’uomo emettesse con l’eiaculazione un minuscolo omuncolo perfettamente formato che il ventre della donna accoglieva, nutriva e sviluppava come l’humus fa crescere il seme» (Françoise D’Eaubonne). Oggi, all’inizio del terzo millennio dopo Cristo, nello scompaginamento della procreazione, favorito dalle biotecnologie, corriamo il rischio di ricadere nel pieno di una nuova preistoria: «l’esistenza autonoma dell’embrione, indipendente dall’uomo e dalla donna che hanno messo a disposizione i gameti e dalla donna che può portarne a termine lo sviluppo» spinge lo Stato (con la Chiesa cattolico-romana – e il Mercato, in una vecchia e diabolica alleanza) ad avanzare la pretesa di padre surrogato che si garantisce il controllo sui figli a venire. Se tuttavia le donne e gli uomini e le coppie che si sentono responsabili degli embrioni residui dichiarassero quale destino pare loro preferibile, se un’improbabile adozione, la distruzione o la donazione alla ricerca scientifica, con la clausola che in nessun modo siano scambiati per denaro o ne derivi un profitto, la vita tornerebbe rivendicata alle relazioni umane piuttosto che al controllo delle leggi, ne avrebbe slancio la presa di coscienza dei vincoli che le tecnologie riproduttive impongono e più consenso la difesa della “libertà” di generare. Federico La Sala

 

Ho molto apprezzato la citazione di Valverde soprattutto per un motivo: perché dimostra, con grande chiarezza il modo timido e spaventato con cui da sempre gli uomini di scienza si sono accostati al tema della procreazione. Il problema di quello che era un tempo “l’anima” dell’essere umano, la sua parte più preziosa e più peculiare, quella cui le religioni affidavano il senso della memoria e dell’immortalità è stata sempre monopolio, infatti, dei filosofi e dei teologi che hanno difeso accanitamente le loro teorie (i loro “pregiudizi”: nel senso letterale del termine, di giudizi dati prima, cioè, del momento in cui si sa come stanno le cose) dalle conquiste della scienza. Arrendendosi solo nel momento in cui le verità scientifiche erano troppo evidenti per essere ancora negate e dimenticando in fretta, terribilmente in fretta, i giudizi morali e gli anatemi lanciati fino ad un momento prima della loro resa. Proponendo uno spaccato estremamente interessante del modo in cui il bisogno di credere in una certa verità può spingere, per un certo tempo, a non vedere i fatti che la contraddicono. Come per primo ha dimostrato, scientificamente, Freud.
Ragionevolmente tutto questo si applica, mi pare, alle teorie fra il filosofico e il teologico (come origine: i filosofi e teologi “seri” non entrano in polemiche di questo livello) per cui l’essere umano è tale, e tale compiutamente, dal momento del concepimento. Parlando di diritti dell’embrione tutta una catena ormai di personaggi più o meno qualificati per farlo (da Buttiglione a Schifani, da Ruini a La Russa) si riempiono ormai la bocca di proclami (sulla loro, esibita, profonda, celestiale moralità) e di anatemi (nei confronti dei materialistici biechi di una sinistra senza Dio e senza anima).
In nome dell’embrione sentito come una creatura umana, la cui vita va tutelata, con costi non trascurabili, anche se nessuno accetterà mai di impiantarli in un utero. Mentre milioni di bambini continuano amorire nel mondo e intorno a loro senza destare nessun tipo di preoccupazione in chi, come loro, dovendo predisporre e votare leggi di bilancio, si preoccupa di diminuire la spesa sociale del proprio paese (condannando all’indigenza e alla mancanza di cure i bambini poveri che nascono e/o vivono in Italia) e le spese di sostegno ai piani dell’Onu (mantenendo, con freddezza e cinismo, le posizioni che la destra ha avuto da sempre sui problemi del terzo mondo e dei bambini che in esso hanno la fortuna di nascere).
Si apprende a non stupirsi di nulla, in effetti, facendo il mestiere che faccio io. Quando un paziente di quelli che si lavano continuamente e compulsivamente le mani fino a rovinarle, per esempio, ci dice (e ci dimostra con i suoi vestiti e con i suoi odori) che lava il resto del suo corpo solo quando vi è costretto da cause di forza maggiore, ci si potrebbe stupire, se non si è psichiatri, di questa evidente contraddizione. Quello che capita di capire essendolo, tuttavia, è che i due sintomi obbediscono ad una stessa logica (che è insieme aggressiva e autopunitiva) e che il primo serve di facciata, di schermo all’altro che è il più grave e il più serio. E accade a me di pensare, sentendo Buttiglione e La Russa che parlano di diritti dell’embrione e ignorando nei fatti quelli di tanti bambini già nati, che il problema sia, in fondo, lo stesso. Quello di un sintomo che ne copre un altro. Aiutando a evitare il confronto con la realtà e con i sensi di colpa. All’interno di ragionamenti che dovrebbero essere portati e discussi sul lettino dell’analista, non nelle aule parlamentari.
Così va, tuttavia, il mondo in cui viviamo. Perché quello che accomuna la Chiesa di ieri e tanta destra di oggi, in effetti, è la capacità di far germogliare il potere proprio dalle radici confuse della superficialità e del pregiudizio. Perché essere riconosciuti importanti ed essere votati, spesso, è il risultato di uno sforzo, anch’esso a suo modo assai faticoso, “di volare basso”, di accarezzare le tendenze più povere, le emozioni e i pensieri più confusi di chi non ama pensare. Parlando della necessità di uno Stato che pensi per lui, che decida al suo posto quello che è giusto e quello che non lo è. Liberandolo dal peso della ragione e del libero arbitrio. Come insegnava a Gesù, nella favola immaginata da Dostojevskji, il Grande Inquisitore quando Gesù aveva avuto l’ardire di tornare in terra per dire di nuovo agli uomini che erano uguali e liberi e rischiava di mettere in crisi, facendolo, l’autorità di una Chiesa che per 16 secoli aveva lavorato per lui e agito nel suo nome.
Del tutto inimmaginabile, sulla base di queste riflessioni, mi sembra l’idea che Buttiglione e Ruini, Schifani e La Russa possano accettare oggi l’idea da te riproposta nell’ultima parte della tua lettera per cui «le donne, gli uomini e le coppie che si sentono responsabili degli embrioni» potrebbero/ dovrebbero essere loro a decidere quale destino pare loro preferibile.
Ragionando sui fatti con persone scelte liberamente da loro perché sentite come capaci di dare loro gli elementi necessari per la decisione più corretta. Affermando l’idea per cui gli uomini, le donne e le coppie possono e debbono essere i veri protagonisti di quella procreazione responsabile che è il passaggio più alto, più difficile, più esaltante e più faticoso della vita di tutti gli esseri umani. Quella che più fa paura a tanta parte della Chiesa e della destra, in fondo, è soprattutto la libertà della coscienza critica. Per ragioni, io torno qui sul mio ragionamento iniziale, che andrebbero discusse sul lettino dell’analista, però, non nelle aule parlamentari, sui manifesti o sulle pagine di un giornale.
 
 
Lunedì 13 Maggio,2013 Ore: 19:57

«Il Dialogo – Periodico di Monteforte Irpino»
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Federico La Sala
Milano
13/5/2013
20.02
Titolo:ATTORNO ALLA PISCINA COSTRUITA E GESTITA DAL VATICANO …
– DIO E’ AMORE 
– DEUS CHARITAS EST 
– GESU’: L’AMORE SALVA * 
 
– 2 V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, 
– 3 sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 
– 4 [Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.] 
– 5 Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 
– 6 Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 
– 7 Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». 
– 8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 
– 9 E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. 
– 10 Dissero dunque i Giudei all’uomo guarito: «È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio». 
– 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina». 
– 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?». 
– 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 
– 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio». 
– 15 Quell’uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 
– 16 Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 
– 17 Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». 
– 18 Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. 
 
* Giovanni 5: 2-18. Testo nella traduzione della C.E.I
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Federico La Sala
Milano
13/5/2013
20.09
Titolo:Abbiamo costruito una macabra civiltà della morte… di Felice Scalia
L’amore concreto di Gesù 
 
ANNO C-9 giugno 2013-X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 1Re 17,17-24 Sal 29 Gal 1,11-19 Lc 7,11-17 
 
di Felice Scalia 
 
Quando ho davanti una giovane creatura a cui nulla manca, proprio nulla, e che tuttavia si è avviluppata in una situazione senza speranza (un amore impossibile, una meta irraggiungibile, la nostalgia di un affetto perduto, le strettoie di un cura parentale al limite con l’asfissia), tanto da avere perso ogni gusto per la vita, allora quel colloquio diventa fonte in me di un malessere così profondo da “maledire” quell’incontro e volere dimenticare per sempre quegli occhi spenti. Non ci puoi far nulla contro quel “cupio dissolvi”, eppure volentieri daresti perfino gli anni che ti restano perché quelle creature avvilite riaprano gli occhi. La morte non si addice ai giovani. Mai è una soluzione. 
 
Luca, nel brano che la liturgia oggi propone, narra un incontro simile di Gesù con la morte ed i suoi vari volti. Colui che è “la vita del mondo”, un impatto peggiore di questo con la dissoluzione non poteva averlo. Un padre scomparso precocemente, una madre precipitata ieri nell’abisso della vedovanza, ed oggi delusa, frustrata nella sua unica flebile speranza che era il figlio, un ragazzo che forse ha trovato arduo vivere e si è arreso alla morte. Certo a Gesù fu risparmiato il senso di impotenza che in casi simili attanaglia qualsiasi mortale. Disse infatti ai becchini di fermarsi, alla donna di non piangere ed al ragazzo di alzarsi: “Sono io a dirtelo!”. 
 
Situazioni come queste sembrano costruite apposta per mettere in mostra la potenza del super-eroe (nel caso, Gesù) e la nostra mediocrità. Ma non è così. Bisogna piuttosto dire che situazioni come queste sono emblematiche della condizione umana, ci fanno comprendere chi siamo e che sentimenti ha l’Eterno di fronte al nostro dolore. 
 
Abbiamo costruito una macabra civiltà della morte. Mettendo al centro le cose, il possesso, il denaro, il diritto della forza, abbiamo intronizzato la morte. Siamo un po’ come quel ragazzo del vangelo che senza un padre non sapeva crescere e preferiva scendere da quel treno in corsa folle verso il nulla che gli sembrava la vita. Siamo come la vedova che per domani attende solo il peggio: solitudine assoluta, miseria, insignificanza, morte sconsolata. Un po’ rassomigliamo forse al padre del ragazzo morto, che non ha retto alla prospettiva di un mondo così poco accogliente dei poveri, chiuso ad un futuro per il suo bambino. E abbiamo pensieri simili a quelli che occupavano la mente degli accompagnatori funebri: ci attende un sepolcro spalancato. 
 
 
Dio non la pensa così, non ci vuole così. Il gesto di Gesù di Nazareth di questo ci rassicura. La vita oltre ogni disperazione, il varco di luce oltre ogni muro di cemento armato, un nuovo inizio dopo la fine di tutto, tutto questo è volontà di Dio. E per dircelo a chiare lettere ha mandato il suo Figlio. Il “miracolo” è segno straordinario dell’ordinario agire di Dio nei nostri riguardi, espressione della sua feriale – diciamo così – volontà di salvezza. 
 
Dio vuole risuscitare i morti, donare vita, stare, in ogni caso ed anche contro tutto e tutti, dalla parte della vita. E ciò non è solo «lavoro mai interrotto del Padre» (Gv 5,17), ma anche compito di ogni battezzato che vuole calcare le orme del Cristo. Compito che lo presenta al mondo come sovversivo, perché la speranza è sovversiva. 
 
 
Difficile dire se noi cristiani annunziamo oggi che la morte è già sconfitta. Fa male leggere l’osservazione di David H. Lawrence: “Mettono l’accento solo sul dolore, sul sacrificio, sulla sofferenza. Non si soffermano abbastanza sulla risurrezione e sulla gioia di vivere nel presente”. 
 
Gesù non guariva la gente nel corpo come scusa per salvare l’anima. Gesù amava le persone concrete, voleva che vivessero come figli della Vita, di una vita che travalica ogni morte e che può sussistere perfino negli occhi di un malato terminale. Risuscitando un morto, curando un corpo, ridando la vista ad un cieco, gli rivelava insieme mondi nuovi, sconosciuti, che sono al di là dell’io chiuso in se stesso e della stessa sofferenza. È questa liberazione, questo slargamento dell’io il dono più grande del Cristo. Perché solo se si è liberati si comincia ad amare. E questo solo conta. 
 
* Gesuita, teologo dell’istituto Ignatianum (Me), impegnato nell’associazione “Nuovi orizzonti”
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Federico La Sala
Milano
14/5/2013
09.53
Titolo:I pro life italiani, sedotti e abbandonati (di Massimo Faggioli)
I pro life italiani, sedotti e abbandonati 
 
di Massimo Faggioli (Huffington Post,13 maggio 2013) 
 
La Marcia nazionale per la vita svoltasi a Roma domenica scorsa 12 maggio dice molto non solo circa alcune sostanziali differenze col movimento pro life americano, ma anche circa alcune traiettorie dell’Italia di inizio secolo XXI. 
 
Il movimento pro life americano è molto più radicato di quello italiano (o di qualsiasi altro paese al mondo, se è per questo), a causa delle molte differenze tra le geometrie politiche, culturali e religiose dei due paesi. Il movimento pro life americano nacque negli anni settanta, all’incrocio di una serie di tendenze diverse. 
 
La sentenza della Corte Suprema “Roe v. Wade” del gennaio 1973 diede una copertura costituzionale dell’aborto come “diritto legato alla privacy”, facendo della legislazione abortista americana una legislazione molto più radicale di quella italiana (come è noto, vi sono ben più di due opzioni tra legalizzazione e penalizzazione: incentivi e disincentivi, supporto sociale, tutela della maternità sui luoghi di lavoro, etc.). 
 
Erano gli anni settanta dei film di Clint Eastwood Dirty Harry e la cultura borghese americana reagì alla malaise descritta dal presidente Carter accusando il liberalismo morale decadente degli anni sessanta e dichiarando una “guerra culturale” che aveva l’aborto al centro del mirino. 
 
L’ascesa del movimento pro life e del movimento cristiano evangelicale sono una cosa sola con la presidenza Reagan iniziata nel 1980: da allora in poi la cultura pro life americana si è concentrata sull’aborto, trascurando (tranne poche eccezioni, in particolare provenienti dai gruppi pro life cattolici) la difesa della vita dei condannati a morte, la libera circolazione delle armi in America, le vittime delle guerre americane, e in generale la tutela di un sistema sociale ed economico che renda più raro il ricorso all’aborto. 
 
Oggi il movimento pro life americano è diventato meno confessionale: nato come fenomeno protestante, oggi cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani sono entrati a far parte di esso in forme diverse, e il suo carattere “ecumenico” è testimoniato dalla “Manhattan Declaration” del 2009. 
 
Ma nel corso degli ultimi anni il movimento pro life americano si è reso conto di essere stato usato dal Partito repubblicano e ora i rapporti col Grand Old Party sono più freddi. Tuttavia il conservativismo americano è ancora la sola vera casa politica per gli anti-abortisti americani, specialmente dopo la svolta laicista presa dal presidente Obama con la campagna elettorale del 2012, vinta in un’America sempre più laica. 
 
Se il movimento pro life americano si è scoperto recentemente orfano dei Repubblicani, quello italiano è sempre stato politicamente orfano: ma ora lo è molto di più. 
 
Pci e Dc furono ben attenti, negli anni settanta dei referendum sul divorzio e sull’aborto, a non fare guerre di religione su queste questioni: non solo perché erano “gli anni di piombo” del terrorismo di destra e di sinistra, ma anche perché nell’insieme i due grandi “partiti-chiesa” italiani accettarono un compromesso basato su una legislazione sull’aborto meno radicale di quella americana. 
 
Pci e Dc erano consapevoli dei punti di contatto tra la visione della società del cattolicesimo sociale e della socialdemocrazia europea, ed entrambi erano diffidenti – per motivi antropologici e culturali prima che politici – del radicalismo libertario dei Radicali di Pannella. 
 
Scomparsi i due “partiti-chiesa”, il Pci e la Dc, in questi ultimi vent’anni i pro life militanti italiani si sono fidati di un avvocato inverosimile della causa, Berlusconi, che li usò come fecero Reagan e Bush in America, anche per una evidente mancanza di offerte politiche alternative (se non il “grande centro” di Casini). 
 
Vista la grave crisi in cui versano anche gli eredi del Pci e della Dc (vale a dire, il Pd e il berlusconismo), oggi i pro life italiani si ritrovano a dover presentare il loro caso per un’etica della difesa della vita di fronte alle forze nuove (per così dire) della politica italiana: il populismo grillino e la tecnocrazia trasversale a vari partiti (grillini compresi). Sia il populismo di Grillo, sia la tecnocrazia sono avvocati di un “brave new world” (per citare il celebre libro di Aldous Huxley) che vede il futuro dominato dai diritti del consumatore, dalla tecnologia della rete, dai pareggi di bilancio, etc., ovvero prefigurano e si augurano un mondo assai inospitale per coloro che sono per definizione dei “costi” economicamente improduttivi: i figli, i disabili gravi, gli anziani, i malati terminali. 
 
In questo senso, le forze politiche italiane che hanno accettato il “there is no alternative” della tecnocrazia hanno capitolato anche di fronte al “brave new world”, ad una certa visione spietata di società e di vita umana. E questo è un problema non solo degli anti-abortisti o dei cattolici italiani.
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Federico La Sala
Milano
14/5/2013
10.56
Titolo:CHARITAS o CARITAS?! Un falso amore porta alla violenza …
Un falso amore porta alla violenza 
 
di Dacia Maraini (Corriere della Sera, 14 maggio 2013) 
 
Il femminicidio è, nel suo simbolismo profondo, un atto culturale e quindi di responsabilità collettiva. Viviamo in un sistema di formazione che esalta la violenza sui deboli, che coltiva l’odio di genere e abolisce il rispetto dell’altro. La cultura di mercato sta sostituendo la cultura dei diritti e dei doveri e nel grande mercato internazionale una delle merci più richieste è il corpo femminile. 
 
La cosa peggiore è che le donne stesse hanno talmente bene introiettato il concetto di merce da comportarsi spesso e con molta naturalezza come tale. Non che sentirsi merce porti felicità, ma può dare una inebriante sensazione di essere al centro del desiderio e dell’avidità mercantile, di smuovere un turbine di denaro. Senza rendersi conto che ogni mercificazione comporta servitù e dipendenza, umiliazione e degrado. 
 
Se partiamo da questa constatazione ci rendiamo conto che il femminicidio non si può risolvere solo con le manette e leggi piu severe, anche se manette e leggi piu severe servono. Per cambiare veramente ci vuole una educazione dal basso, che imponga un nuovo concetto di integrità della persona, che esiga rispetto verso la libertà dell’altro. Nonostante le tante dichiarazione di emancipazione infatti la distinzione dei ruoli è ancora molto forte. 
 
L’Italia poi, come dice l’Onu, è uno degli ultimi Paesi europei in fatto di partecipazione maschile ai lavori domestici e di accudimento. Provate ad andare in un negozio di giocattoli. Ancora oggi la divisione è netta: bambole, cucinette, piccola sartoria per le bambine; fucilini, trenini, camion, e guerra in miniatura per i bambini. 
 
Da tempi lontanissimi si è radicata l’idea che il diritto più naturale e intoccabile del maschio umano sia la proprietà della famiglia. Proprietà che dà diritto al controllo maritale, all’impronta del proprio sangue, del proprio nome, di una propria idea di educazione. Toccare tale principio crea spesso risentimenti viscerali e selvaggi. Da quando, in un famoso processo divino, descritto così bene da Eschilo, Apollo ha stabilito che il vero motore della vita è il padre e la madre è solo il vaso che contiene il seme maschile, gli uomini si sono appropriati storicamente di un potere intimo e immutabile che costituisce, ancora per troppi, la base dell’identità virile. 
 
Tutti i casi di violenza di questi ultimi anni mostrano una stessa struttura: una coppia che si sceglie e si ama. A un certo punto la donna decide di andare via o di rompere il rapporto. E l’uomo, che ha puntato tutto su quella proprietà, entra in crisi, diventa intollerante e violento, fino ad arrivare all’omicidio. Seguito spesso dal suicidio, segno che si tratta di una vera e propria tragedia per chi non sa accettare i cambiamenti, la perdita dei privilegi, la soppressione del concetto di proprietà. 
 
Se vogliamo che questa violenza cessi, dobbiamo lavorare su quel sentimento di proprietà: «Io ti amo e quindi sei mia», dato troppo spesso come naturale e assecondato da troppe retoriche sentimentali.
 
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