G.Bailone,Vico: l’alternativa umanistica al cartesianesimo

15 Mag

Vico: l’alternativa umanistica al cartesianesimo

 

La scienza moderna nasce liberandosi dalla metafisica aristotelica e della ricerca della causa finale dei fenomeni naturali. Durante il parto, però, viene presa in cura da un’altra metafisica, di origine pitagorica, anche più antica di quella aristotelica. Nasce, pertanto, con il presupposto che la natura sia scritta in caratteri matematici.

Il razionalismo geometrizzante trionfa nella filosofia del Seicento: Cartesio rimette in discussione tutta la tradizione culturale e ricostruisce il sapere sul modello della geometria; Hobbes si propone di geometrizzare anche la filosofia politica e si ritaglia il ruolo del Galilei della nuova scienza politica; Spinoza rivela chiaramente il suo programma filosofico già nel titolo del suo capolavoro, Etica ordine geometrico demonstrata. La tradizione reagisce con forza e il Seicento, già tragicamente lacerato da conflitti religiosi, vive una profonda divisione anche in filosofia. Non mancano, però, voci importanti fuori dai due cori: Pascal è diviso, pratica con notevoli successi la nuova scienza, ma parla di limiti della ragione e vive una fede religiosa in conflitto con la ragione; Leibniz, pur affascinato dalla nuova scienza, non condivide la demolizione della metafisica tradizionale finalistica e tenta una difficile conciliazione tra il vecchio e il nuovo orientamento; Vico, a cavallo di due secoli, è più radicale: contesta l’antica idea pitagorica e platonica della natura scritta in caratteri matematici, arruolata a servizio della scienza moderna, e fonda il sapere su una metafisica ricavata dallo studio dell’antica lingua latina.

La matematica, pensa Vico, è scrittura umana e come sia scritta la natura lo sa solo Dio, che l’ha creata. L’uomo non può illudersi di raggiungere la verità in fisica, ma deve ritenere solo verosimili i suoi risultati, mentre può conoscere a fondo quel che fa, la geometria, appunto, e la storia. Quest’idea, Vico la presenta in forma embrionale nel 1708, la riprende in forma più sviluppata in un’opera del 1710 e la fa maturare negli scritti successivi.

Nel 1708, in occasione dell’apertura dell’anno accademico nell’Università di Napoli, scrive e recita, nella sua funzione di docente di retorica, il De nostri temporis studiorum ratione (Il metodo di studio dei nostri tempi), un confronto tra il metodo moderno della fisica cartesiana e quello antico della retorica.

Le cose della fisica cartesiana, scrive Vico, “in forza del procedimento geometrico si presentano come vere”, ma “non sono se non verisimili”, perché ricevono dalla geometria “il procedimento, non la dimostrazione”.[1]

C’è una differenza profonda fra le reali dimostrazioni della geometria e quelle presunte della fisica: “Dimostriamo la geometria perché la facciamo; se potessimo dimostrare la fisica, la faremmo”.[2]

Con questo scritto, Vico interviene nel dibattito, allora molto vivo soprattutto in Francia e in Italia, sul primato fra la cultura antica e quella moderna. Si propone un confronto tra i loro diversi metodi di studio, ma va ben oltre: approda a una sua originale concezione dell’uomo, che, dotato di fantasia e d’immaginazione, realizza pienamente se stesso nell’eloquenza.

A differenza di Cartesio, Vico non sente il bisogno di mettere in dubbio tutto quel che ha appreso e di rifondare il sapere. Un po’ come Leibniz, è profondamente legato al passato e non lo respinge per aderire alla cultura vincente, ma è meno conciliante del filosofo tedesco: critica profondamente la cultura moderna, prendendo di mira soprattutto il suo campione più rappresentativo, Cartesio, e aggiorna in modo sorprendente la cultura antica.

In quest’orazione Vico non cita Isocrate e Platone è il primo dei suoi quattro “auttori”, ma, la sua battaglia contro il razionalismo cartesiano rinnova la profonda divergenza dei due grandi fondatori di scuole ateniesi sul valore educativo della matematica e della retorica.[3]

Sesto di otto figli, nasce a Napoli nel 1668, in un ambiente sociale basso, ma tra i libri: il padre è libraio nella storica via san Biagio dei Librai.

Nella sua Vita scritta da se medesimo racconta: “Il padre fu di umore allegro, la madre di tempra malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor figliolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d’una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso [..] talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerato il lungo sfinimento, ne fe’ tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Però il giudizio in niuna delle due parti, la Dio mercé, si avverò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e’ crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l’ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell’arguzie e del falso”.[4]

Le conseguenze di quel grave incidente rendono irregolare la sua formazione scolastica, ma l’ambiente paterno gli rende possibile procedere da autodidatta negli studi umanistici e, soprattutto, in giurisprudenza.

“Aveva – scrive Vico di sé in quel periodo – un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l’animo suo aborriva grandemente dallo strepito del fòro, quando portò la buona occasione che, dentro una libreria, monsignor Geronimo Rocca vescovo d’Ischia, giureconsulto chiarissimo, come le sue opere dimostrano, ebbe con essolui un ragionamento d’intorno al buon metodo d’insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore restò così soddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare ai suoi nipoti in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria, il quale era in signoria di un suo fratello, signor Domenico Rocca (che poi sperimentò gentilissimo suo mecenate e che si dilettava parimenti nella stessa maniera di poesia), perché l’arebbe dello in tutto pari a’ suoi figlioli trattato (come poi in effetto il trattò), ed ivi dalla buon’aria del paese sarebbe restituito in salute ed arebbe tutto l’agio di studiare”.[5] 

In questa importante parentesi della sua esistenza, lunga ben nove anni, dal 1686 al 1695, approfittando della ricca biblioteca del castello, “fece il maggior corso degli studi suoi, profondando in quello delle leggi e dei canoni”.[6]

Studia la dottrina della grazia di “sant’Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la calvinistica e la pelagiana”. Legge Lorenzo Valla, Cicerone, Virgilio, Orazio, Dante, Petrarca e Boccaccio. Studia il giusnaturalismo. Apprezza le opere di Aristotele e di Platone, che mirano “a ben regolare l’uomo nella civile società”. Il suo forte interesse ai problemi del vivere in società fa sì “che egli nulla o assai poco si dilettasse della morale degli stoici e degli epicurei, siccome … sono entrambe morale di solitari: degli epicurei, perché di sfaccendati chiusi ne’ loro orticelli; degli stoici, perché di meditanti che studiano non sentir passione”. Si cura poco della “fisica di Aristotele, di Epicuro ed ultimamente di Renato Delle Carte”, ma è ben disposto verso “la fisica timaica seguita da Platone, la quale vuole il mondo fatto di numeri”. Di lì passa allo studio di Euclide, ma il ragionamento analitico non lo appassiona: pensa che metta “in ceppi ed angustie la sua mente già avvezza col molto studio di metafisica a spaziarsi nell’infinito de’ generi; e con la spessa lezione di oratori, di storici e di poeti dilettava l’ingegno di osservare tra lontanissime cose nodi che in qualche ragion comune le stringessero insieme, che sono i bei nastri dell’eloquenza che fanno dilettevoli l’acutezze”. Apprezza Aristotele che, “quantunque esso dal metodo usato dalla geometria avesse astratto l’arte sillogistica, … afferma che ai fanciulli debbono insegnarsi le lingue, l’istorie e la geometria, come materie più proprie per esercitarvi la memoria, la fantasia e l’ingegno”. La matematica non è cartesianamente apprezzata come modello di ragionamento e di conoscenza: Vico la inserisce tra le materie della scuola elementare “perché in un certo modo è una pittura la quale invigorisce la memoria col gran numero de’ suoi elementi, ingentilisce la fantasia con le sue delicate figure come con tanti disegni descritti con sottilissime linee, e fa spedito l’ingegno nel doverle correre tutte, e tra tutte raccoglier quelle che bisognano per dimostrare la grandezza che si domanda”.[7]

Tornato a Napoli, frequenta il salotto del nobile Niccolò Caravita che lo introduce nell’ambiente universitario. A Napoli, in quegli anni, ha larga diffusione il pensiero galileiano e di Gassendi. Vico lo studia, ma i suoi interessi umanistici lo spingono alla ricerca di una fondazione metafisica della cultura morale e giuridica. Studia Platone e Tacito, che diventano suoi “auttori”, cioè punti di riferimento, “perché con mente incomparabile Tacito contempla l’uomo qual è, Platone quale dee essere”.

Nel 1698 ottiene la cattedra di Retorica nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli. Nel 1699 si sposa con Teresa Caterina Destito, che gli darà otto figli, tre dei quali muoiono presto. Nello stesso anno pronuncia la prima delle sue sette orazioni inaugurali degli anni accademici. In essa è evidente l’influenza della metafisica cartesiana del cogito, ma la sua concezione dell’anima, che avrebbe in sé la misura del bello e dei valori risente anche degli studi platonici. Si apre una fase del suo pensiero che si potrebbe etichettare cartesiano – platonica. Con l’orazione del 1708 Vico apre una polemica frontale con Cartesio e col suo geometrismo, difende i valori della fantasia, della retorica e della poesia. Diventa Vico.

Nel 1710, nel De antiquissima Italorum sapientia, mette a fuoco il cardine del suo pensiero, l’idea che “verum et factum conventuntur”, che il vero sia il fatto, che l’uomo possa conoscere solo ciò che fa.

Il libro non ha però il successo che avrebbe meritato: poche le copie vendute e i pochi uomini di cultura che se ne occupano non ne colgono l’originalità.

Nel 1713, pressato da necessità economiche, accetta una commissione di lavoro che si rivelerà importante per gli sviluppi della sua filosofia: scrivere una storia delle imprese di Antonio Carafa. È così costretto a muoversi e a riflettere su un terreno di ricerca sul quale il De antiquissima Italorum sapientia ha prospettato la possibilità di raggiungere validi risultati. Ha modo di apprezzare Tacito, ma, soprattutto lo aiuta lo studio del De iure belli et pacis di Ugo Grozio, letto più volte tra il 1714 e il 1716. Quest’opera lo porta a chiarirsi le idee sul diritto naturale e a convincersi che esso si trovi nel “senso comune” di tutti gli uomini e non nelle speculazioni razionalistiche dei filosofi. Comincia così a pensare che questo elemento ideale comune a tutti gli uomini sia decisivo per capire la vicenda umana.

Grozio diventa “il quarto auttore da aggiungersi agli altri tre che egli si era proposti”,[8] cioè Platone e Tacito, come già detto, e Bacone, dal quale Vico ritiene di aver appreso il valore dell’esperienza e il metodo empirico, il modo di liberarsi dai pregiudizi e le misure per evitare gli errori.

Sempre più si convince che sia il mondo umano il campo dove il suo nuovo principio del sapere può diventare veramente fecondo. Si occupa e scrive di diritto, anche per conquistare, ma invano, la cattedra di giurisprudenza. Dedica molto tempo alla storia e al laborioso parto della Scienza nuova, che ha una prima edizione nel 1725. La rielabora per l’edizione del 1730. Ci torna su con quattro serie di Correzioni, miglioramenti e aggiunte. Sulla base di queste viene composta una terza edizione, che esce nel 1744, sei mesi dopo la sua morte. Quest’opera gli assicura nella storia del pensiero una posizione importante e originale, che, però, gli è riconosciuta pienamente solo molto tardi, nel Novecento.

Torino 13 maggio 2013

                                                                                Giuseppe Bailone


[1] Vico, De nostri temporis studiorum ratione, Edizione ETS 2010, p. 49.
[2] Ib. p. 51.

[3] Sulla divergenza pedagogica delle due scuole ateniesi rimando alle pagine 59-60 del primo dei “Quaderni della Fondazione dell’Università Popolare di Torino”, Viaggio nella filosofia. La filosofia greca.

[4] G. Vico, Autobiografia, Istituto Italiano per gli Studi Storici 1992, p. 14. Cerusico è il chirurgo.
[5] Ib. pp. 23-24.
[6] Ib. p. 24.
[7] Ib. pp. 24-29. Fisica timaica = fisica esposta nel dialogo platonico Timeo.
[8] Ib. p. 64.
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