Se dico rivoluzione, intervista a Zygmunt Baumann

15 Mag
Se dico rivoluzione. Intervista a Zygmunt Bauman
di Nadia Angelucci d
 
Stato liquido, incertezza, potere e politica. Parole d’ordine quando ci si confronta con Zygmunt Bauman, instancabile esploratore dei nostri tempi. Ma con noi ha parlato anche di America latina, rivoluzione, rete
“Non so dire che forma avrà il futuro. Quello che so è che la condizione attuale è quella dell’instabilità e della precarietà dell’esistenza e delle cose”. Zygmunt Bauman è un anziano ed elegante signore che mi aspetta seduto sulla terrazza del Melia Mare Hotel a Funchal dove ci troviamo ad assistere al Terzo Festival della Letteratura di Madeira, in Portogallo, organizzato dalla casa editrice Nova Delphi. Abito nero impeccabile, chioma bianca e spettinata, la busta del tabacco e la pipa in mano. Anche se ci troviamo di fronte all’Africa il tempo è grigio e nebbioso. Folate di vento freddo ed umido ci colpiscono ma Bauman preferisce la pungente corrente dell’oceano all’aria condizionata dell’hotel. E così ci ritroviamo a chiacchierare sotto una pioggerellina tenace.
 
Utilizzando una metafora che si richiama alla fisica ha descritto la nostra società come “liquida”. In fisica dopo lo stato liquido troviamo quello gassoso. Non pensa che, come società, ci stiamo avviando all’evaporazione?
Io continuerei a parlare di stato liquido perché la qualità principale di un liquido è che non mantiene la sua forma ma la sua fisionomia cambia sotto l’impulso di altre forze, anche molto deboli. La caratteristica della liquidità è l’instabilità, l’incertezza, l’impossibilità di definire il carattere futuro delle cose. Ecco perché ho scelto questa metafora. E attualmente stiamo vivendo, in questo senso, in condizioni ‘liquide’ perché nulla è per sempre. Non ci confrontiamo più con il mondo che ci circonda con un approccio che guarda alle soluzioni strutturali; il nostro criterio è quello di un compromesso temporaneo con ciò che, in un momento provvisorio, sembra essere la cosa migliore da fare o l’unica cosa possibile da fare. Non sappiamo cosa faremo domani. Circa un anno fa la signora Merkel e il signor Sarkozy, si sono incontrati per discutere che soluzioni adottare con l’Italia: si sono incontrati il venerdì, hanno aspettato molto nervosamente che trascorressero il sabato e la domenica e lunedì, quando i mercati hanno riaperto, hanno scoperto se la loro decisione del venerdì avesse una validità o meno. La capacità di decidere è limitata perché viviamo in uno stato di divorzio tra potere e politica. Non esiste più il legame tra territorio, Stato e nazione che caratterizzava la sovranità della politica. Il potere è globale e la politica è locale. Anche le nazioni più forti non riescono a condizionare il potere delle banche, della finanza, dei grandi media, della criminalità. La domanda più importante del XXI° secolo, e dalla quale dipendono le risposte ai problemi attuali, è come far sposare nuovamente potere e politica.
Mi sembra che questo accada in Europa e Nord America. Ma per quanto riguarda i paesi del Sud America c’è una controtendenza, un recupero di sovranità. Cosa ne pensa?
Ho vissuto a lungo e ho visto così tante speranze nascere e morire da non azzardarmi a dire che l’esperimento latinoamericano sia destinato a vincere. Davvero non posso saperlo e dipende da una serie di fattori che si intrecciano. D’altra parte io sono molto fiducioso perché il moltiplicarsi degli esperimenti aumenta le possibilità di trovare soluzioni giuste. E in tutta l’America Latina si stanno inventando nuovi stili di vita; ideologicamente parlando è il luogo più fertile del mondo in questo momento, si stanno creando sistemi efficaci per rispondere ai problemi. Tutto questo va nella stessa direzione di alcune piccole iniziative locali, ad esempio Slow Food in Italia, che hanno l’obiettivo di ricreare i legami comunitari perduti. In questo senso il vostro paese è in una posizione migliore rispetto ad altre nazioni, perché i rapporti comunitari, e i rapporti familiari in particolare, sono molto più forti che nel Nord Europa. Anche in tempo di crisi gli italiani hanno quella che si potrebbe definire una seconda linea di trincea, possono difendersi. Nelle famiglie italiane, quando una persona ha successo, tutta la famiglia viene coinvolta. Questo non accade in Inghilterra o in qualsiasi altro paese del nord Europa. Ma malgrado la situazione sia diversa a seconda dei luoghi, il denominatore comune è che ovunque le persone sono consapevoli che le istituzioni che abbiamo ereditato non funzionano più correttamente. La questione non è fidarsi di un partito politico o di un altro, ma di riorganizzare il sistema politico.
E se dico ‘rivoluzione’? Pensa che questo possa essere uno scenario adeguato ad un mutamento radicale?
Rivoluzione è un concetto che si può usare solo ogni volta che il potere da abbattere ha un progetto, e la capacità e la forza di attuarlo, ed è concepibile quando esiste la possibilità di conquistare il potere. Quella bolscevica è iniziata con la presa del Palazzo d’Inverno che era il centro del potere. Dove troviamo oggi un nucleo in cui sia concentrato il potere? La rivoluzione è impensabile perché il potere è disperso, diffuso, non è istituzionalizzato, è variabile e si trova in quello che il grande sociologo spagnolo Manuel Castells chiama “spazio dei flussi”. Lo spazio dei flussi è uno spazio in cui non c’è direzione ed orientamento.
Non sappiamo dove si trova il centro del potere ma mi sembra ci sia anche una mancanza di soggetti nella società, forze politiche e sociali, per realizzare la rivoluzione …
Nel XIX° secolo le persone hanno smesso di essere piccoli produttori privati, singoli artigiani e sono entrate in massa nella grande fabbrica moderna. Questo grande potere ha cambiato il mondo. Poi la classe operaia è scomparsa dall’Europa. Il proletariato è stato sostituito dal precariato. Questa parola deriva dall’espressione francese précarité e comprende non solo le persone impegnate nel lavoro manuale, ma anche la parte crescente della classe media. Ciò che unisce questo gruppo sociale è solo una sensazione di totale incertezza e impotenza. La speranza di cambiare il mondo e la fiducia nel futuro sono scomparse. Si può paragonare questa situazione al periodo dopo la seconda guerra mondiale, il panico nucleare; la gente spaventata ha iniziato a comprare rifugi antiatomici. Ma ora non siamo in grado di acquistare un rifugio anti crisi economica, anti precarietà. In questo momento nessuno è veramente sicuro.
Cosa ne pensa dei movimenti nati da internet? Possono essere un nuovo soggetto politico e sociale?
La rivoluzione richiede organizzazione. Internet dà una enorme capacità di creare rapidamente una rete di contatti e comunicare velocemente. È possibile inviare cinquecento twitters al giorno, è possibile avere cinquecento nuovi amici al giorno senza muoversi dalla poltrona. Il problema è che ciò che arriva facilmente sparisce altrettanto facilmente. Questo è il motivo per cui la rete non è la stessa cosa delle comunità vecchio stile. Mark Zuckerberg non è Karl Marx!
 
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