Federico La Sala, Ancora Costantino? Cambiare registro

18 Mag

 

ANCORA COSTANTINO?! CAMBIARE REGISTRO. Un’analisi, con note …
 
IL MESSAGGIO EVANGELICO E IL CATTOLICESIMO PAOLINO-COSTANTINIANO: USCIRE DAL SONNAMBULISMO. DUE PAPI IN PREGHIERA MA CHI PREGANO?! IL “DEUS CARITAS EST” O IL “DEUS CHARITAS EST”?!
ANCORA COSTANTINO?! CAMBIARE REGISTRO. L’era costantiniana mai finita e giunta fino a noi. Un’analisi di Gianmaria Zamagni – con note
 Il XVII centenario dell’Editto di Milano, in questo 2013 denso di commemorazioni (e di nuovi eventi) per la chiesa, nel cinquantesimo del concilio e dell’enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris , non dovrebbe essere celebrato trionfalmente e così acriticamente, in spregio alla storia, alla memoria del Novecento e dello stesso magistero conciliare (…)
 
a c. di Federico La Sala
 
di Gianmaria Zamagni
in “Viandanti” ( www.viandanti.org ) del 13 maggio 2013
Una questione che è stata posta in questo anno 2013, centenario dell’Editto di Milano, mi ha sollecitato e fatto molto riflettere: «Fine dell’era costantiniana: è sufficiente averla dichiarata?» [1]. Credo sarebbe troppo facile replicare a questa domanda con una risposta immediata. Risposta che sarebbe, se data di getto, negativa. Tuttavia la domanda è solo apparentemente banale. E credo occorra anzitutto capire esattamente di cosa si parla quando si parla di “fine dell’era costantiniana”. Non si tratta infatti di narrare la storia di un imperatore romano del quarto secolo, né mostrare l’effetto che le sue decisioni politiche (anche l’Editto “di tolleranza” di Milano) hanno avuto sul più lungo termine. A ben guardare, né l’una né l’altra cosa ci riguardano più da vicino.
Una “simbiosi” mai finita
Un altro aspetto è invece decisivo: quello “ideale”, quello per cui un imperatore e la struttura di governo cui ha per primo dato origine si sono come ipostatizzati in un intreccio di rimandi che è durato fino ai nostri giorni. Il rapporto di «simbiosi» fra teologia e potere istituzionale inaugurato con Costantino s’è concretizzato di volta in volta in nuove forme.
Ciò è avvenuto attraverso strumentalizzazioni, anacronismi, forzature e talora vere e proprie falsificazioni storiche. Questi errori sono gli obiettivi della critica rivolta all’ ideale costantiniano. Lo stesso termine di “critica” viene spesso percepito come sinonimo del termine “polemica”. Tuttavia qui il termine greco ( krínō ) deve indicare piuttosto la separazione, la distinzione che permette il formarsi del giudizio, termine che in questo senso è anche correlato a quello di “discernimento”.
Poco più di cinquant’anni fa, alla vigilia dell’apertura del Vaticano II, fu un teologo dell’ordine domenicano, p. Marie-Dominique Chenu, in una giornata di studi, a chiedersi come fosse da comprendere il concilio in relazione alle donne e agli uomini del proprio tempo, alla loro storia e al loro mondo. Chenu sceglieva la formula Fin de l’ère constantinienne per contestualizzare l’evento conciliare nella sua epoca, convinto che questo atteggiamento dava alla congiuntura «le dimensioni di grande fatto storico». Cosa intendeva dire esattamente con questo? Se si guarda, nella sua interna coerenza, tutta la sua opera di storico della teologia tomista e di saggista osservatore della Chiesa nella realtà contemporanea, si può comprendere senza timore di equivoci ciò che egli intendesse.
La critica all’ ideale costantiniano
Sant’Alberto Magno e san Tommaso, e poi domenicani e francescani, avevano saputo, all’irrompere del nuovo metodo scientifico aristotelico, adottarlo criticamente anche per la teologia. Così doveva comportarsi sempre il teologo autentico di fronte alle rivoluzioni scientifiche e sociali. Si tratta ogni volta di saper discernere, in esse, i luoghi spirituali, di sapervi leggere i segni dei tempi, poiché «Per la legge stessa dell’economia della rivelazione Dio si manifesta attraverso e nella storia, l’eterno si incarna nel tempo in cui soltanto lo può raggiungere lo spirito dell’uomo».
Quel concilio ecumenico, in questo senso, era un evento del secondo dopoguerra. Nella teologia della prima metà del Novecento, che esso coronava, s’era fatta strada una genealogia di studi (e di grandi teologi e storici) che avevano guardato all’ideale costantiniano in maniera assai critica: da Erik Peterson (1890-1960) a Ernesto Buonaiuti (1881-1946), da Jacques Maritain (1882-1973) a Friedrich Heer (1916-1983) e, appunto, Marie-Dominique Chenu (1885-1990), per non menzionare che alcuni grandi nomi da quattro diversi paesi europei.
Questi autori hanno in comune il rifiuto dell’acquiescenza e della conciliazione a poteri statali che mostravano il loro volto più spietato e letteralmente idolatra. Per tutti costoro era chiaro un elemento centrale: la storia del XX secolo aveva mostrato l’ideale costantiniano nel suo potenziale più devastante, ogni qualvolta l’elaborazione teologica si era messa docilmente al servizio di sovrani caratterizzati da un’ambizione totalitaria, quando la croce cristiana si era così trovata, nel vecchio continente, strettamente associata alle altre croci del secolo, quella uncinata, anzitutto, ma non solo: l’ideale costantiniano si era ripresentato, ancora, nelle guerre “giuste” di Benito Mussolini in Etiopia e di Francisco Franco in Spagna.
Tolleranza e persecuzioni
Il XVII centenario dell’Editto di Milano, in questo 2013 denso di commemorazioni (e di nuovi eventi) per la chiesa, nel cinquantesimo del concilio e dell’enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris , non dovrebbe essere celebrato trionfalmente e così acriticamente, in spregio alla storia, alla memoria del Novecento e dello stesso magistero conciliare, ma soprattutto senza fare una lettura che sappia discernere i segni dei tempi oggi. Alla storia, perché la “tolleranza” ai cristiani rappresentò presto per i non cristiani (a esempio Ebrei e Donatisti, tante “eresie” successive, poi con le crociate) oppressione, violenza e persecuzione. Sia detto per inciso, poi, che è semplicemente un anacronismo applicare al Tardoantico ad esempio un concetto di tolleranza che la nostra cultura deve, per il significato che le dà, all’illuminismo.
In spregio alla memoria del Novecento perché, come s’è già detto, in quel secolo è apparsa brutalmente chiara l’alleanza e la simbiosi teologico-politica, eppure – già nel corso degli eventi in alcuni lucidi pensatori, ma poi eminentemente e autorevolmente nel concilio – la Chiesa ha saputo restare coscienza critica, e aggiornarsi, anche e soprattutto rispetto alla posizione da assumere nei confronti dei diversi governi, e nel salvaguardare quella libertà religiosa di cui è titolare la persona, «essere dotato di ragione e di volontà libera».
Il bisogno di una Chiesa disinteressata
Quanto alla lettura dei segni tempi oggi, più che mai le nostre società sembrano aver bisogno della parola di una Chiesa che sappia essere testimonianza sollecita eppur disinteressata, profetica e povera. Una gamma di problemi forse s’impone nel contesto sempre più multipolare di oggi: quella costituita dalle crescenti disuguaglianze e dell’erosione dei diritti, in un’ingiustizia sociale e ambientale sempre più insostenibile assieme a fenomeni di rinascenti razzismi, negazionismi e nazionalismi, a nuove forme di schiavitù, all’apparente “normalità” della guerra. Mi pare che anche gli eventi più recenti depongano in favore di una testimonianza umile, nella mite ma ferma consapevolezza delle proprie capacità. Ciò che la scelta di Benedetto XVI enfatizza è infatti il carattere di ministero dell’ufficio petrino, ciò che depone è un altro velo di quel carattere ieratico di cui taluni suoi predecessori hanno amato ammantarsi. L’oggetto della testimonianza, quello, rimane sempre lo stesso e quello più autentico: il vangelo solo, nel suo potenziale di liberazione dal peccato d’idolatria, dall’ipocrisia e dall’ingiustizia. Il tentativo di rifugiarsi nuovamente nel modello costantiniano andrebbe misurato all’interno di questo contesto globale. Ne risulterebbe evidente, credo, tutta l’obsolescenza.
Tornando dunque alla domanda iniziale: è sufficiente averla dichiarata, la fine di quell’era? Certamente no, non è sufficiente. Quella dichiarazione nasce però da un’analisi critica dei segni dei tempi, e attraverso quest’analisi la critica genera considerazioni ad alto potenziale performativo, considerazioni cioè cui si può rispondere solo mediante un’azione, una prassi conseguente. Così si porrebbe nuovamente al centro la predicazione del Regno a venire , di contro alla nostalgia triste di chi crede che la Chiesa abbia già vissuto, altrove in un idealizzato passato, il proprio compimento.
Gianmaria Zamagni
Ricercatore all’Università di Münster (Vestfalia/Germania)
[1] Il riferimento è al Forum n. 331 di Koinonia. Vedere http://www.koinonia- online.it/forum331base.htm
 
 
Venerdì 17 Maggio,2013 
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Una Risposta to “Federico La Sala, Ancora Costantino? Cambiare registro”

  1. Paurturse maggio 18, 2013 a 8:18 pm #

    Just wanted to say hi and introduse myself to the comunity! My name is Mike

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