Stefano Jossa. La giustizia e i desaparecidos

18 Mag

LE PAROLE E LE COSE

Letteratura e realtà

 
 
 

La giustizia e i desaparecidos

17 maggio 2013 Pubblicato da Le parole e le cose | 4 commenti

 
di Stefano Jossa
[Oggi è morto Jorge Rafael Videla, che dal 1976 al 1981 fu presidente del governo golpista al potere in Argentina. Ripresentiamo questo articolo di Stefano Jossa apparso sul numero 8, ottobre-dicembre 2011, di Il Reportagee uscito su LPLC un anno e mezzo fa.
Il 22 dicembre 2010 il tribunale di Córdoba ha condannato all’ergastolo il generale  e altri membri della sua giunta. Una prima condanna era stata cancellata dall’indulto che Carlos Menem, sotto la pressione dei vertici militari, aveva concesso nel 1990. Stefano Jossa era presente alla lettura della sentenza].
“Es histórico! Es histórico!”, urlava Sebastian, il mio amico spagnolo, nel Museo della Memoria di Cordoba, Argentina. Io sorridevo, sapendo che alla storia importava ben poco della nostra presenza in quella o in altre occasioni. Juan, la “guida” del museo , nel frattempo ci raccontava gli ultimi trent’anni di storia argentina, con una partecipazione pari solo alla monumentalizzazione di se stesso. È sorprendente come le battaglie più ricche di ideali e sofferenze siano veicolate da una componente narcisistica, per cui il soggetto che si fa interprete e testimone della grande storia chiede anche e soprattutto un riconoscimento personale.
Juan è piccolo piccolo, un uomo di un metro e sessanta di altezza, la testa grande con i capelli di media lunghezza tirati all’indietro dritti sulla testa, le mani nodose da lavoratore, su un tronco minuto che fa tenerezza e dà sicurezza. È stato incarcerato nel 1968, sotto una delle innumerevoli dittatura militari, ma prima dell’ondata di grandi persecuzioni che ha portato al fenomeno dei desaparecidos, la Guerra Sucia, ormai esplicitamente riconosciuta come “genocidio” (30mila giovani sequestrati e uccisi). Il suo è lo sguardo di un uomo che si può dire fortunato, perché il male della grande storia è arrivato dopo, costringendolo a viverlo da spettatore anziché da protagonista. Fortunato solo a livello personale, naturalmente, perché la violenza della storia l’ha travolto forse ancora più in profondità, ferendolo per la marginalità subìta quasi di più delle percosse ricevute al momento dell’incarcerazione. “Colpivano gli operai e gli studenti – ci dice – senza distinzione, nel mucchio, come se lavorare e studiare fosse di per sé una colpa. L’obiettivo era difendere l’identità cristiana e borghese dell’Argentina, ma che queste due parole significassero violenza, repressione, oscurantismo e morte non sembrava strano a nessuno”. Figli che hanno perduto i genitori naturali e sono stati affidati a genitori adottivi, a volte gli assassini dei loro veri genitori, scoprono solo ora che quelli che hanno chiamato mamma e papà per trent’anni non sono la mamma e il papà: in qualche caso, appunto, sono gli esecutori o i mandanti della scomparsa di mamma e papà. Alcuni hanno affrontato la situazione con coraggio e rabbia, altri non hanno voluto vedere, preferiscono non credere, cancellare, sparire, nascondersi: il governo ha istituito un servizio di “Asistencia y Contención de los Querellantes y Víctimas del terrorismo de Estado”, ma la legge che lo istituisce (la n° 2.939 del 2008) è ancora largamente inapplicata.
“Domani ci sarà la sentenza del primo processo a Videla dopo tanti anni dalla condanna poi annullata da Menem con l’indulto del 1990”, ci comunica Juan: “Tribunale di Cordoba, mezzogiorno. Io sarò lì, noi saremo lì”. Il mio amico spagnolo si entusiasma: non possiamo mancare, è un momento storico, giustizia sarà fatta.
Arriviamo in autobus, puntuali. C’è poca gente, ma le fotografie a grandezza naturale dei desaparecidos coprono tutta la recinzione del tribunale. Parenti e amici delle vittime distribuiscono ricordi fotografici, album con ricostruzioni storiche, manifestini a favore di un processo democratico di riconoscimento delle responsabilità penali e politiche. C’è un’aria trepidante di attesa. Più di venticinque anni fa, il 21 agosto 1984, all’uscita da uno studio televisivo il generale Luciano Menéndez si lanciò con un coltello contro la folla che lo contestava, ma venne trattenuto da due guardie del corpo: la foto di Enrique Rosito, famosissima, pubblicata su “La Nación” di Buenos Aires e vincitrice del Premio de Periodismo Rey de España nel 1985, circola su manifestini e poster per tutta la città. Sebastian e io ci guardiamo e decidiamo al volo: entriamo. Ci presentiamo ai cancelli del tribunale e, mentendo, diciamo che siamo due giornalisti della prensa internacional. Ci fanno entrare subito e c’inviano all’ufficio per l’autorizzazione ad assistere al processo. Non siamo giornalisti: l’emozione sale, il cuore batte. Potrebbero scoprirci da un momento all’altro, però la nostra cara dura prevale: io sarò il giornalista della stampa italiana di estrema sinistra e Sebastian il mio interprete. Il funzionario, Eléna, ci accoglie come vere e proprie star e c’introduce alla sala stampa. Tutti hanno un computer portatile, tranne noi. Di nuovo la stessa sensazione: potrebbero scoprirci da un momento all’altro. Tutti si conoscono. Parlano delle loro vicende personali, del più e del meno, del giudice.
Ci chiamano. Si può entrare in aula per fotografare gli imputati. Sono lì a un passo, di fronte a me: l’ex dittatore Videla, Mones Ruiz, Meli, Menéndez, Cano, Perez, Poncet, San Julián, Fierro, Rodriguez… Immobili, statuari, sprezzanti, arroganti fino all’ultimo: la storia sono loro. Non è quella che si fa nell’aula oggi. La storia è già scritta, indelebile, col sangue dei morti e con la memoria di chi non c’è più. La storia sono quelle facce che nessuno ha più visto, quei corpi che nessuno sa dove siano. No, la storia non sono loro: loro l’hanno fatta, la storia più brutta, ma la storia è il perduto anziché la loro vicenda. Ciò che è degno di memoria per le lotte e le sconfitte anziché questi vincitori, oggi sconfitti, che le tracce le hanno lasciate sugli altri non su di sé.
Paradossalmente, messi lì, in fila sui banchi degli imputati, questi “grandi” della storia risultano anonimizzati anziché valorizzati. Sembrano in trance, quasi addormentati, Menéndez  ha occhiaie spaventose, Rodriguez è praticamente nel mondo dei sogni. Come fantasmi, come estranei. Del resto il giorno prima, nella sua autodifesa, Videla aveva dichiarato che si trattò non di “una guerra sucia, sino una guerra justa que aún no ha terminado”. Comincio a fare foto all’impazzata, ma dopo venti scatti la mia macchinina digitale esala l’ultimo respiro. «No todos son fotógrafos profesionales», esclama qualcuno, ma la concitazione è tale che l’esclamazione passa inosservata e nessuno presta attenzione al mio caso. Il mio amico spagnolo, il “mio interprete”, continua a scattare foto con l’ansia di catturare nell’immagine un passato che non deve essere dimenticato.
Ci fanno rientrare in sala stampa. È l’ultimo giorno del processo, la giuria si riunisce immediatamente per il verdetto. Comincia un’attesa interminabile, sei ore – la durata della camera di consiglio – davanti a un monitor spento, tra cronisti agguerriti che mai ci accetterebbero se scoprissero che noi non siamo “come loro”. Siamo lì, trepidanti e impauriti, ma convinti di viverlo fino in fondo, questo momento storico. Ci sentiamo uniti, benché diversi, ai nostri compagni di sala, i giornalisti professionisti, quelli ‘veri’, perché abbiamo lo stesso sentimento di sospensione e la stessa ansia di riscatto. Aspettiamo un verdetto già scritto, che non può non essere quello che tutti vogliamo; eppure l’attesa è ansiogena, la tensione densissima, la paura incombe, il cuore batte sempre più forte: e se non succedesse, come tante altre volte, troppe volte, quello che tutti in questa sala si aspettano? Quello che tutti, fuori al tribunale, si aspettano? Quello che tutti, tutti quelli che non ci sono più, che non hanno più avuto un volto e una storia, si aspettano, da chissà dove? È questo “tutti”, così totale, così omologante, che ci spaventa: è speciale o uguale il momento storico che stiamo vivendo? Può essere davvero ‘storico’ se è tanto atteso? Potrà essere, soprattutto, ‘nostro’, se è ‘di tutti’?
Si accende il monitor. È il momento dela lettura del verdetto, che si può seguire solo attraverso lo schermo. Inquadrano il banco degli imputati, volti freddissimi, impassibili, sprezzanti. La nostra attesa è tutta per una parola: perpetua, che significa ergastolo. Ai sensi dei vari articoli ecc. Videla è condannato a… prisión perpetua! In sala stampa scoppia un applauso, un boato esplode nella piazza. Sebastian e io ci guardiamo con un sorriso di esultanza: sì, es histórico! Si susseguono articoli e nomi, capisco ben poco, ma la parola perpetua continua a ricorrere: per Menéndez, Meli, Poncet, Fierro, ecc. Quando si annuncia l’assoluzione di Quiroga, un urlo si leva: i parenti delle vittime si sentono traditi, il tribunale che sta facendo giustizia e riscrivendo la storia dell’Argentina è venuto meno al suo dovere. Sembra che Quiroga sia responsabile di quattro omicidi, a suo carico ci sono prove e testimoni, ma lui ha servito l’esercito nella guerra per le Malvinas… Le pagine più brutte della storia argentina sembrano riaprirsi, come una ferita che si può chiudere senza cicatrizzarsi, che neppure questo processo potrà rimarginare, che la storia, quella vera, porterà con sé, per sempre.
Ora tutti corrono. La sentenza volge al termine e i giornalisti si fiondano verso l’aula, che aprirà le porte al termine della lettura del verdetto. Bisogna fotografare gli imputati, intervistare gli avvocati e i parenti delle vittime, raccogliere emozioni e impressioni. Corriamo anche noi. Sebastian è scatenato: intervista tutti, riprendendoli con la sua macchinetta digitale. Ormai è un giornalista vero. Io non parlo spagnolo granché, mi tengo un po’ in disparte. I parenti delle vittime urlano di gioia, piangono di commozione, di liberazione, di dolore, di delusione. Non c’è un sentimento univoco a segnare la festa. L’Argentina è libera, ma la storia non si cancella. Una nuova storia potrà cominciare, la sentenza è una festa, fuori impazza la musica di chi ha atteso giustizia per decenni, ma quella storia resta con loro, con noi, per sempre. Es histórico
Un uomo grande e grosso, sembra un giocatore di calcio o di pallavolo, capelli biondi lunghi sulle spalle larghe, pallido e sudato sull’abbronzatura perfetta, giacca blu e cravatta slacciata al collo, invece piange disperato, abbracciato a una donna anziana e piccolina. Urla che la giustizia in questo paese è impossibile, persino nei momenti di festa. La donna è sua mamma. È il figlio di una delle vittime di Quiroga, che è andato assolto. In questa assoluzione si consuma la contraddizione della storia: può vincere un ideale, la giustizia, senza che a chi ha perso padri, compagni e figli vengano restituiti i padri, i compagni e i figli? Può la storia trascendere le vite delle persone? Eléna ci chiama: si può intervistare il presidente del Tribunal, voi che siete giornalisti internazionali avete un posto riservato nella sala dell’udienza. Entriamo senza sapere bene che cosa fare e che dire: Sebastian ha sempre la sua macchinetta digitale, mentre io continuo a scarabocchiare appunti su un block notes, convinto ormai di quello che faccio, non più per darmi un tono, ma perché quel tono è diventato una fede, una professione, una missione. Alto e abbronzato, capelli impomatati tirati all’indietro, visibilmente affaticato ma tutto sorrisi, con fare da star, Jaime Díaz Gavier, il giudice che molti giornalisti descrivevano poco prima in sala stampa come amante della bella vita, incontrato nelle vie di Cordoba a bere tranquillo il suo daiquiri al bar il giorno prima della conclusione del processo, è trionfante. Spiega i dettagli giuridici della sentenza, sottolinea che il verdetto è fondato sul diritto e non è politico, chiarisce che senza prove non si può condannare, distingue emozioni collettive e giustizia penale. Una vera star, ma la sua lezione è di altissimo profilo, un modello di consapevolezza giuridica e funzione pubblica che è proprio ciò di cui la giustizia come istituzione, in tutto il mondo, ha bisogno. Stringergli la mano è un gesto dovuto, ma è un altro pezzetto di quella storia che un giorno sarà raccontata senza di noi, forse anche senza di lui.
Usciamo. La nostra missione si è compiuta. Abbiamo partecipato a un momento storico: chissà se prevale l’afflato universale col moto positivo di una storia che improvvisamente incontra l’ideale, la giustizia, oppure la soddisfazione adolescenziale e narcisistica della trasgressione compiuta e impunita, l’essere entrati in  un tribunale come giornalisti senza esserlo. Intorno a noi tutti ballano e saltano al ritmo di musiche che chiedono ancora giustizia e sognano libertà. Qualunque sia il nostro sentimento, ci crediamo anche noi, in quelle parole che tante volte ci hanno illuminati e altrettante delusi, “giustizia e libertà”. Domani saranno di nuovo ideali astratti, in perenne conflitto col reale, ma almeno oggi, anche solo per oggi, 22 dicembre 2010, “es histórico!”.
 
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