Federico La Sala, Costituzione e scuola pubblica

21 Mag

 

la Voce di Fiore

 

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COSTITUZIONE E SCUOLA PUBBLICA: REFERENDUM CONSULTIVO. Alle urne questo 26 maggio i cittadini e le cittadine di Bologna voteranno per difendere la scuola pubblica e la Costituzione. Ogni altra interpretazione è pretestuosa e fallace.
BOLOGNA-REFERENDUM. COSTITUZIONE E FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE. Materiali: note di Stefano Rodotà, Emiliano Liuzzi, Francesca Coin – a c. di Federico La Sala
FRANCESCO GUCCINI. “Entrare nella scuola pubblica è il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione. Ed è il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna”.
martedì 21 maggio 2013.

 

Nella stessa rubrica
[…] La campagna referendaria in realtà non ha mai assunto toni duri, tanto meno contro i privati. Si limita a sostenere quanto prescritto dall’articolo 33 della Costituzione, come diceva Piero Calamandrei “la scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius”. O per usare le parole dell’onorevole Luigi Preti nell’Assemblea Costituente nel 1947, “sarebbe un paradosso che lo Stato, che non ha nemmeno abbastanza denaro per le proprie scuole, dovesse in qualche modo finanziare delle scuole non statali” […]

 

 

 

 

  Stefano Rodotà sul referendum di Bologna contro le scuole private cattoliche 
  Consultazione giusta. Pretestuoso parlare di strategie politiche

DI STEFANO RODOTA’ (Corriere della Sera, 21.05.2013)

Caro direttore,

vorrei semplicemente ristabilire la verità dei fatti a proposito di quanto scritto ieri sul suo giornale a proposito del referendum bolognese sui finanziamenti alla scuola privata, di cui vengo additato come l’ispiratore (del che, se fosse vero, sarei assai lieto). Ma il vero ispiratore è l’articolo 33 della Costituzione, dov’è scritto che i privati possono istituire scuole «senza oneri per lo Stato». E i promotori sono i cittadini bolognesi che avviarono le procedure referendarie fin dall’anno scorso, da quel 25 di luglio 2012 quando il Comitato dei garanti comunali ne approvò i quesiti. Le firme necessarie furono depositate il 5 dicembre e il referendum fu indetto dal sindaco il 9 gennaio di quest’anno.

Dopo che la procedura era già ampiamente in corso, mi fu chiesto di presiedere il comitato referendario, cosa che accettai di buon grado. Questa cronologia è utile anche per mostrare quanto sia pretestuoso e fuorviante il tentativo di presentare questa iniziativa come parte di una strategia politica che si è venuta sviluppando solo nelle ultime settimane.

Gli argomenti contro il referendum, peraltro, sono quelli che discendono da una triste interpretazione, giuridica e politica, che ha voluto aggirare la chiara lettera della Costituzione con una operazione opportunistica e strumentale, alla quale mi sono sempre pubblicamente opposto anche quando veniva condotta dal Pci e dai suoi successori.

Distinguere «finanziamenti» da «oneri», e battezzare come «pubblico» un sistema di cui i privati sono parte integrante, sono espedienti di cui ci si dovrebbe un po’ vergognare.

Si è detto, anche dal cardinale Bagnasco, che quel finanziamento permette allo Stato di risparmiare. Non si comprende che non siamo di fronte a una questione contabile.

Si tratta della qualità dell’azione pubblica, del modo in cui lo Stato adempie ai suoi doveri nei confronti dei cittadini. La consapevolezza di questi doveri si è assai affievolita in questi anni, e le conseguenze di questa deriva sono davanti a noi.

Forse varrebbe la pena di ricordare che Piero Calamandrei definiva la scuola pubblica «un organo costituzionale». E la Costituzione stabilisce pure che lo Stato debba istituire «scuole statali per tutti gli ordini e gradi».

In tempi di crisi, questa norma dovrebbe almeno imporre che le scarse risorse disponibili siano in maniera assolutamente prioritaria destinate alla scuola pubblica in modo di garantirne la massima funzionalità possibile.

Siamo ormai così disabituati alle questioni di principio che, quando ci capitano tra i piedi, cerchiamo di liberarcene tacciandole di «ideologia».

I promotori del referendum, per fortuna di tutti, sono abituati a un altro realismo e chiedono che i principi siano rispettati al di là delle convenienze e che la legalità costituzionale venga onorata.

Stefano Rodotà

 

  Domenica il referendum 
  Lo scontro sulla scuola sgretola la sinistra 
  Soldi ai privati? Bologna decide, sinistra a pezzi 
  Guccini: ”Scrivete A, per Calamandrei”

  Tra i sostenitori Stefano Rodotà, Valeria Golino, Gino Strada, Isabella Ferrari, Andrea Camilleri, Corrado Augias e Michele Serra

  di Emiliano Liuzzi (il Fatto, 21.05.2013)

 

      • I democratici e Sel sono alleati in giunta, ma divisi sulla consultazione per cancellare il milione di euro agli istituti privati. Da una parte le larghe intese, dall’altra il comitato e tante voci. Questione che rischia di diventare un precedente

 

 

      • Prodi contro Guccini e Rodotà

 

Bologna. Come ci sia finito dentro a questo inghippo, non è chiaro: il sindaco di Bologna, Virginio Merola, è uno che pur di non avere guai è capace di condividere i pensieri di Renzi, Bersani, Prodi, D’Alema o dei ragazzi di Occupy Pd. Non brilla per protagonismo, e neppure per le decisioni.

Un uomo diviso tra Guelfi e Ghibellini che si è trovato, causa di forza maggiore, a indire un referendum che non avrà nessun valore giuridico, ma che rischia di mettere in crisi la sua già vociante giunta: quello sui finanziamenti alle scuole private. Un milione di euro che ballano sui tavoli del palazzo comunale e che il sindaco vuol concedere e concederà, ma che la Bologna laica rispedisce al mittente.

UN FUOCHERELLO, all’inizio, che rischia di generare un incendio. Sul fronte opposto al sindaco di Bologna si sono schierati con il comitato Articolo 33 personaggi come Stefano Rodotà, Andrea Camilleri, Corrado Augias, Michele Serra, Francesco Guccini, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Ivano Marescotti, giusto per citarne alcuni, tutti sul “non se ne parla”, niente soldi alle scuole private. Scuole che a Bologna, ma anche nel resto d’Italia, vuol dire cattoliche.

Così Merola si è trovato catapultato in una nuova campagna elettorale, solo che due anni fa aveva al fianco Pier Luigi Bersani, Romano Prodi e Vasco Errani, quello che allora sembrava essere il vertice di un governo prossimo venturo.

Questa volta invece i suoi principali alleati sono un cardinale, l’arcivescovo Carlo Caffarra, il Pdl, la Lega Nord, impegnatissima nel montare gazebo ovunque tra le vie medievali, con tanto di palloncini verdi. Un mix di genti a dir poco singolare: uomini del Carroccio, militanti del Pd, impiegati delle Coop rosse, parroci e suore, tutti insieme per convincere gli elettori a mettere la croce sulla B, quella che prevede il mantenimento del sistema integrato tra pubblico e privato. E quindi anche un sostanzioso finanziamento alle scuole d’infanzia convenzionate. Non un euro di più, non un euro di meno.

Tutti gli altri sono per il no al sostegno comunale dell’educazione privata, che tradotto sulla scheda elettorale vuol dire opzione A. E tutti gli altri vuol dire Sel, principale alleato al Pd in giunta, quello che la tiene in piedi, il Movimento 5 stelle, con i suoi due consiglieri comunali, Massimo Bugani e Marco Piazza, intellettuali, attori, personalità della cosiddetta società civile, molto poco politici.

Un muro contro il quale il sindaco di Bologna, la città simbolo del Pd che fu, rischia di sbattere contro. Perché il referendum, essendo puramente consultivo, non avrà nessuna conseguenza immediata e non è detto che, in caso di vittoria del comitato referendario, l’amministrazione debba invertire la rotta.

Anzi. Merola può benissimo andare avanti per la sua strada. Sarà più difficile, in questo, convincere i suoi alleati, i vendoliani, che comunque gli hanno garantito che – almeno per ora – non hanno alcuna intenzione di far cadere la giunta e rischiare un altro commissariamento dopo quello già vissuto (e non bene) con Anna Maria Cancellieri.

Una consultazione che per il momento sta dividendo molto. Due nomi su tutti: Romano Prodi e Francesco Guccini. Da sempre, il maestrone di Pavana, come lo chiamano a Bologna, sostiene il professore: lo ha fatto nel corso delle campagne elettorali, lo avrebbe voluto come sindaco di Bologna, candidato premier, presidente della Repubblica. Ieri Guccini – che nella sua vita, oltre a scrivere canzoni, è stato insegnante alla Dickinson College – ha preso una posizione netta: “Entrare nella scuola pubblica è il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione. Ed è il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna”.

Prodi, da Addis Abeba, dove è al lavoro per l’Onu, spiega invece che il “referendum si doveva evitare perché apre in modo improprio un dibattito che va oltre i ristretti limiti del quesito. Il mio voto per i finanziamenti alla scuola privata è motivato da una ragione di buonsenso: perché bocciare un accordo che ha funzionato bene per tantissimi anni e che tutto sommato ha permesso con un modesto impiego di mezzi di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola d’infanzia? ”.

Non stupisce la dichiarazione di Prodi: nonostante la distanza abissale che si è creata tra lui e il Pd, quello del finanziamento alle scuole private è un provvedimento voluto dal suo governo il 5 agosto 1997. Se la partita fosse decisa dagli intellettuali il fronte del no avrebbe già vinto. Oltre a Prodi, di nomi spendibili il sindaco di Bologna ne ha ben pochi: Maurizio Lupi, Maurizio Gasparri, Stefano Zamagni, Giuliano Cazzola, Antonio Polito e pochi altri.

Previsioni? Per ora non ne circolano. Certo è che in una città come Bologna, la Curia e quello che fu il “partitone” la fanno da padrone. È sempre stato così, dal dopoguerra a oggi. Poteri che hanno sempre dialogato, seppur mai in pubblico, e che per la prima volta nella storia repubblicana si trovano ad amoreggiare senza nascondersi.

 

  Contro l’ideologia 
  423 bambini esclusi nel 2012 
  “Il diritto è all’istruzione. Gratuita”

di Francesca Coin (il Fatto, 21.05.2013) *

Il Corriere della Sera di ieri ospitava in prima pagina un articolo di Antonio Polito sul referendum consultivo sui finanziamenti pubblici alle scuole paritarie private previsto a Bologna per il 26 maggio. Polito usa toni allarmistici che poco rappresentano i contenuti e il significato della campagna referendaria, nonché i principi dei cittadini che vi partecipano.

LA CAMPAGNA sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private nasce qualche anno fa dalla preoccupazione di quelle famiglie costrette a confrontarsi ogni anno con l’esclusione scolastica dei loro figli. I tagli alla scuola e una rapida riforma hanno infatti colpito duramente la scuola pubblica.

A Bologna il problema più grave è stata l’incapacità del sistema integrato della scuola per l’infanzia di garantire un posto a scuola a tutti i bambini di Bologna.

Nel 2012, 423 bambini non hanno avuto accesso alla scuola per l’infanzia. E alla fine, nonostante il Comune abbia improvvisato soluzioni d’emergenza, 103 di loro sono rimasti a casa. Altre famiglie sono state costrette a iscrivere i loro figli a una scuola privata, spesso confessionale.

Sul Corriere, invece, Polito sostiene che “il referendum punta ad abbattere il sistema integrato di scuola pubblica e scuola paritaria che fu avviato in Emilia più di vent’anni fa”.

La campagna referendaria in realtà non ha mai assunto toni duri, tanto meno contro i privati. Si limita a sostenere quanto prescritto dall’articolo 33 della Costituzione, come diceva Piero Calamandrei “la scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius”. O per usare le parole dell’onorevole Luigi Preti nell’Assemblea Costituente nel 1947, “sarebbe un paradosso che lo Stato, che non ha nemmeno abbastanza denaro per le proprie scuole, dovesse in qualche modo finanziare delle scuole non statali”.

PER FAR FRONTE alle esigenze di tutte le famiglie ed eliminare le liste d’attesa nella scuola pubblica a Bologna servirebbero 12 nuove sezioni a un costo di 90 mila euro a sezione, come dimostra le delibera comunale del 9 ottobre 2012.

Questa cifra corrisponde esattamente a quella che al momento viene data alle scuole private: 1 milione e 80 mila euro. La richiesta dei referendari, dunque, è semplice: prima di divagare assicuriamoci che i diritti vengano garantiti. Altrimenti la “libertà di scelta” di cui parla Polito non è affatto garantita. Non vi è libertà di scelta quando l’istruzione diventa un servizio a pagamento.

Va ricordato che il referendum del 26 maggio non è abrogativo, bensì consultivo: interroga la cittadinanza su quale sia la destinazione più opportuna dei fondi pubblici.

Per fare questo, il Comitato Referendario ha chiesto il supporto di illustri costituzionalisti, come il professor Stefano Rodotà che, lungi dall’ispirare il referendum, come ha scritto Polito, ha messo le sue competenze a servizio della campagna, divenendone presidente onorario.

Spiace che una campagna così partecipata, appassionata e calorosa possa diventare pretesto per un’agenda politica altra. Polito dice che “nelle urne bolognesi si fronteggiano per la prima volta gli inediti schieramenti che si sono creati in parlamento, Pd e Pdl insieme da un lato, Sel e Movimento Cinque Stelle dall’altro”.

Non è così. Alle urne questo 26 maggio i cittadini voteranno per difendere la scuola pubblica e la Costituzione. Ogni altra interpretazione è pretestuosa e fallace.

docente di Sociologia all’Università di Venezia

 
 
  • > BOLOGNA-REFERENDUM. COSTITUZIONE E FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE. Materiali: note di Stefano Rodotà, Emiliano Liuzzi, Francesca Coin – a c. di Federico La Sala
  • 21 maggio 2013
  • Il giusto secondo me è scritto nella Costituzione, in ciò che diceva Calamandrei e in ciò che ha detto Preti.
  • La scuola privata può esistere ma si deve sostenere da sola “senza oneri per lo Stato”.
  • Trovo giustissimo il referendum che dovrebbe essere nazionale ed avere valore invece che non averne. Spero che ci si svegli e che si decida finalmente di abolire il finanziamento alle scuole private.
  • Ci sono molte scuole semivuote, ci sono comuni che hanno concesso piani o locali di alcune scuole ad istituti privati. Sarebbe sufficiente riappropriarsi di quegli spazi e destinare i fondi per la scuola privata alla scuola pubblica, per restituire alle famiglie i posti per i propri figli.
  • Antonio C.
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