Teresa Mattei,un suo scritto sull’uccisione di Giovanni Gentile

21 Mag
u n suo scritto sull’uccisione di Giovanni Gentile
di Teresa Mattei
Teresa Mattei, partigiana e deputata, è morta a 92 anni.
 
(…) Era assolutamente inaccettabile per noi, giovani universitari, veder primeggiare nel nostro Paese questo piccoso ed ambizioso filosofo autarchico mentre marcivano nelle galere fasciste migliaia di oppositori, fra i quali Antonio Gramsci e Umberto Terracini; mentre venivano vilmente assassinati pensatori come Gobetti e Amendola; mentre erano estromessi dall’insegnamento e perseguitati filosofi come Piero Martinetti e Giuseppe Rensi, o storici come Gaetano Salvemini. D’altra parte Gentile non è mai stato mio “maestro”, l’ho sempre aspramente criticato, insieme a tanti miei compagni ed amici, per la sua semplificazione dell’idealismo hegeliano in chiave nazionalista e bottegaia. Egli rappresentava inoltre il primo esempio sistematico di corruzione e di clientelismo nel baronato universitario, e la chiusura provinciale del pensiero nell’autarchia culturale dell’Italietta. La decisione di eliminarlo presa da noi nel ’44 non è stata guidata da ansia di vendetta come stolidamente è stato insinuato da alcuni commentatori: ben al contrario è stata un atto guidato dalla consapevolezza storica e politica che con la sua esecuzione si chiudevano definitivamente i conti con il maggior responsabile della cultura fascista e con l’equivoco della pacificazione di cui era portatore.
Una pacificazione che sognava il proseguimento del regime fascista addobbato di nuove vesti democratiche.
Sicuramente le torture efferate e la morte di mio fratello Gianfranco, dei suoi compagni e di mille altri, insieme ai proclami per i renitenti alla leva della Repubblica di Salò, di cui Giovanni Gentile è stato il più cinico celebratore, così come la conseguente fucilazione sotto i nostri occhi di tanti giovani a Firenze in Campo di Marte, a Torino al Martinetto, a Milano in Piazzale Loreto, e in tante altre piazze d’Italia, ci hanno determinato ad agire esattamente in quel momento intensificando senza pietà la guerra civile contro fascismo e nazismo, e quindi contro i loro ideologi. (…)Non eravamo nell’orto dei Getsemani: eravamo in guerra, e di guerra era dunque il diritto. Il nostro Paese era occupato, umiliato e messo a ferro e fuoco, da molti tradito. Gentile era il simbolo di questo tradimento.
Quale maggior tradimento della patria e della libertà se non quello perpetrato dall’ideologo del fascismo, già ministro della Pubblica Istruzione, nei confronti della gioventù italiana, mandata al macello nelle guerre criminali volute dal regime?
Questi giovani, costretti ad uccidere e a morire come aggressori e invasori di altri Paesi, dall’Africa alla Russia, dalla Grecia all’Albania, infangando la tradizione di civiltà del nostro Paese e anche il valore dimostrato dai soldati italiani nella prima Guerra Mondiale.
I nostri GAP erano organizzati militarmente e nessuna azione era frutto di decisioni personali, la lotta era impari e mortale, così le azioni erano freddamente e tempestivamente decise ed eseguite.
E qui voglio ricordare che in quello stesso periodo più di 40.000 giovani patrioti italiani e 600.000 militari dell’esercito italiano, venivano deportati nelle fabbriche e nei Lager nazisti con il pieno appoggio e la collaborazione dei repubblichini.
Infine l’ignoranza della mia biografia politica di tanti commentatori mi accosta allo stalinismo, senza sapere che in quel momento noi ci sentivamo strettamente al fianco del popolo russo, che fu determinante nella vittoria contro il nazi-fascismo, con un tributo di 20 milioni di morti.
Nel momento in cui abbiamo conosciuto le degenerazioni a cui aveva portato lo stalinismo sono stata una delle prime dall’interno del PCI a denunciarle pagando con la mia radiazione dal partito, nel 1955.
Mi è stata chiesta la ragione del mio silenzio in tutti questi anni. È proprio la gravità della attuale situazione politica italiana, incoraggiata ed aiutata dal revisionismo storico così ben rappresentato in trasmissioni televisive, sulla stampa, nell’editoria, affidato a pseudo storici del nuovo regime, a spingermi a rendere testimonianza sulle responsabilità della cultura dominante così incline ad un pericoloso, devastante sistema illiberale, di cui vediamo quotidianamente l’avanzata.
Si sta cambiando la Carta Costituzionale, stravolgendone i principi fondamentali, quei principi che noi avevamo mutuato direttamente dal grande patrimonio culturale, etico e politico della Resistenza e che si era avvalso di una stragrande concordia alla Costituente.
La storia è fatta dalle forze in gioco, dai protagonisti e dai testimoni e non certo dagli storici. Essi possono al massimo indagarla, verificarla e raccontarla.
Lari, 12 Ottobre 2004
Teresa Mattei
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