Ennio Abate. A proposito di un articolo di Gianfranco La Grassa

25 Mag

ennio Abate – Osservazioni e obiezioni a un articolo di Gianfranco La Grassa sulla storia d’Italia

Giovedì 23 Maggio 2013 11:07 Ennio Abate

 

 

 

 

Gli interventi di Gianfranco La Grassa sul sito CONFLITTI E STRATEGIE a me paiono sistematicamente svalutati dai lettori, che  di solito non si pronunciano e non commentano, imbarazzati o irritati dai suoi toni sempre più aspramente critici verso la “sinistra del tradimento”. Ora a me pare che La Grassa non faccia i discorsi di un vecchio rimasto ancorato alle  mitologie della sua giovinezza (anche se non mancano nei suoi scritti immagini e giudizi politici riconducibili ad una posizione “stalinista”), ma abbia condotto negli ultimi decenni una revisione approfondita del pensiero di Marx e della storia del movimento operaio e della sinistra con la quale chiunque da quella “famiglia” provenga o in essa anche voglia restare debba misurarsi entrando nel merito. E’ quello che cerco ancora una volta di fare con questa lettera aperta su uno degli ultimi scritti apparsi sul sito, intitolato: UN POT-POURRI, CHE SPERO INTERESSI, di GLG, 19 maggio ‘13 [E.A]

Caro Gianfranco,
[…]
Questi tuoi appunti-spunti per una reinterpretazione della storia d’Italia dal ’29 ad oggi, con in mente la lezione negli ultimi decenni da te assiduamente revisionata di Marx e del marxismo, meritano senz’altro più attenzione. Perché risvegliano, sì, da una certa sonnolenza della ragione, dispongono diversamente sul palcoscenico gli attori da molti ancora collocati nelle classiche e troppo consunte categorie di Destra e Sinistra, affacciano ipotesi su eventi cruciali (il bandito Giuliani, Mattei, Moro, ecc.) che si discostano da quelle ufficiali, scavano sulle mezze verità, inducono ad affacciarsi sullo scenario mondiale mostrandoci ben altri “soggetti rivoluzionari” rispetto a quelli  auspicati o teorizzati da Marx e dai marxismi, eppure non mi convincono del tutto.

Non  mi sento di entrare nel  merito dei tanti problemi ed eventi che tessi nei tuoi fitti ragionamenti, spesso fin troppo intrecciati tra loro, tuttavia su  almeno due – schematicamente  – vorrei soffermarmi:

1. Giudizio storico sul fascismo e sul nazismo

Il punto principale della  tua revisione riguarda la natura  per te rivoluzionaria e niente affatto arretrata o reazionaria del fascismo e del nazismo. Per cui chi ha insistito sull’arretratezza e reazionarietà di quel fenomeno politico (socialisti e comunisti soprattutto) si è sbagliato; e si è opposto ad un nemico di cui non ha capito l’effettiva natura:
« La storiografia ufficiale ha sempre considerato fascismo e nazismo fenomeni reazionari ed estremi. La mia tesi è che furono invece rivoluzionari, ma fermatisi a metà strada e quindi “storicamente” blandi; e non semplicemente per volontà di compromesso o addirittura per essere divenuti puri strumenti della grande borghesia come si è sostenuto (per alcuni il fascismo sarebbe stato addirittura strumento della grande proprietà agraria), bensì per incomprensione dei mutamenti in corso nel capitalismo (un’incomprensione generale e non sanata nemmeno oggi)».  
A fascismo e nazismo riconosci due meriti:
– hanno colto « la rilevanza dei cosiddetti ceti medi nello sviluppo industriale»:

«Il fascismo prestò quindi soprattutto attenzione a quegli strati detti piccolo-borghesi, che furono in realtà il coacervo dei ceti medi (tipici della sua epoca), alcuni dei quali erano di tipo popolare in quanto a livelli di vita (abbastanza simili a quelli degli strati operai) e a incapacità di egemonia. In effetti, il fascismo puntò ad una loro unificazione tramite l’ideologia nazionalistica e l’espansione coloniale.»;

– « intuirono l’ormai avvenuta subalternità della classe operaia».
Fecero però l’”errore” di cercare il compromesso con la grande borghesia industriale (famigliare), sottovalutandone l’arretratezza e la sua «incapacità di adeguamento alle nuove e più avanzate strutture del capitalismo, del tipo di quelle statunitensi», perdendo l’occasione di usare in pieno  l’industria di Stato:

«Così, in definitiva, nei settori dell’economia statalizzati sotto il fascismo (banche e industria) si mossero dei notevoli personaggi (a partire da Beneduce), che non ebbero però la possibilità (nemmeno un’autentica consapevolezza, a mio avviso) di incidere – approfittando dei canali più diretti tra politica ed economia esistenti in settori industriali “pubblici” – sulla trasformazione capitalistica in direzione di una nuova formazione sociale almeno parzialmente diversa da quella borghese. In definitiva, il fascismo si tenne il nemico in seno, protraendo il compromesso che manteneva in equilibrio instabile la struttura socio-economica italiana; e l’autarchia non fu condotta, io credo, in modo tale da contribuire ad una sua maggiore solidità».

Ora a me pare che, così dicendo, non solo  rischi una sopravvalutazione del carattere rivoluzionario ( cioè antiborghese e anticapitalista) di fascisti e nazisti, ma che, abbandonando del tutto  le nozioni gramsciane di rivoluzione dall’alto e di rivoluzione dal basso, che a me paiono ancora dirimenti,  elimini ogni distinzione tra i vari tipi di “rivoluzione” possibili. E così la lotta per la supremazia diventa fine a se stessa e unico fine. Per cui – se ne dedurrebbe – chiunque vinca va bene. O ancora: salterebbe qualsiasi differenza tra le “rivoluzioni” fasciste e naziste, che sono andate dichiaratamente non solo contro i liberali e i socialisti-comunisti ma  contro  le componenti  “basse” della società ( diciamo così per evitare i termini di ‘classe operaia’ e ‘proletariato’ che a te non suonano più  bene…), e rivoluzioni come quella di Lenin o di Mao, che quelle componenti “basse” – in un momento eccezionale o in momenti prolungati –  seppero coinvolgere e attivizzare. E poi, quand’anche fascismo e nazismo  avessero colto « la rilevanza dei cosiddetti ceti medi nello sviluppo industriale», bisogna pur dire che non ne svilupparono le  specifiche potenzialità “rivoluzionarie” ma le subordinarono alla logica autoritaria, che essi  introiettavano dai dominatori coi quali scesero a compromesso.
Quando scrivi:

« L’intenso nazionalismo, divenuto vero fanatismo, li perdette secondo le modalità più tragiche e disastrose. Tuttavia, all’inizio ebbero successo; non capendo però, come detto più sopra, la necessità di colpire a fondo il capitalismo borghese. Il fascismo si trovò addirittura, a causa della crisi del ‘29, un vero atout in mano: l’industria statalizzata, assieme alle grandi banche utili per finanziarla, ecc. A mio avviso, non seppe approfittare di questa opportunità nel modo più appropriato ai fini del suo potere; non ne fece la leva per scardinare quella proprietà “privata” borghese, che fu sempre una spina nel fianco perché assai poco nazionale e più legata al capitalismo inglese. Meno a quello americano, malgrado le frequentazioni di certi suoi rampolli tipo gli Agnelli».

viene da obiettare che quella incomprensione  della «necessità di colpire a fondo il capitalismo borghese» derivi proprio da legami di subordinazione se non di complicità (posso dire: di classe?) con quel capitalismo e i suoi attori sociali.
Quando poi dici che fascismo e nazismo intuiscono la novità dei ceti medi,  etc, ma riconosci che non seppero andare fino in fondo, viene da chiedersi perché dargli oggi tanto peso o – al limite – preferirli ai riformisti o ai rivoluzionari comunisti, visto che neppure essi  furono in grado di vera egemonia e pur essi  si sono fermati « a metà strada». Tra l’altro, ammettendo l’impossibilità per la classe operaia di essere rivoluzionaria e dunque accogliendo l’idea di una sua subalternità (o irrilevanza) politica assoluta, “strutturale”, se ne potrebbe dedurre, che fascisti e nazisti, essendo rivoluzionari, fecero bene ad aggredirla, a sgominarla, a strumentalizzarla per affermare il loro disegno “rivoluzionario”.
Ora anche ad ammettere, con te, che  la classe operaia non era « l’operaio combinato » di Marx , ma « era ormai semplicemente l’insieme dei lavoratori esecutivi dell’industria», divenuti «la base (i militanti) del “movimento operaio”, guidato da élites enucleatesi nei sindacati e nei partiti socialdemocratici», bisogna dire che quella sua subalternità è diventata massima *soprattutto* con l’aggressione da parte di fascisti e nazisti.
Diamo un attimo per assodato che essa non era rivoluzionaria in senso  marxiano o che era  “tradunionista” (Lenin), si può negare che in Italia e in Germania, prima dell’apparire dei fascisti e dei nazisti, non avesse un peso politico più rilevante di quello che ebbe dopo, quando venne “annegata” nel concetto di “popolo”? O che la perdita di quel suo minimo, ma non irrilevante, vantaggio ottenuto “socialdemocratizandosi” fu causato delle aggressioni fasciste e naziste e dal consenso (attivo o in parte passivo) che a queste diedero esponenti o strati consistenti dei ceti medi di allora? E, di fronte poi al fallimento di fascismo e nazismo, quel loro cruento atto di nascita, quel “battesimo del fuoco” contro operai e sindacalisti etc. fu un danno o un “atto chirurgico” necessario?
Insomma, se non ci fosse stata questa liquidazione della “classe operaia” ad Occidente e l’imporsi di un potere nazifascista (“rivoluzionario” sì, ma, come ho detto, equivoco e parziale, perché più propenso al compromesso con il potere preesistente che con quello  “subordinato” , della socialdemocrazia ad es.), cosa avrebbe impedito una futura e ipotetica alleanza fra  classe operaia, sia pur non rivoluzionaria in senso marxiano, e proletariato « costituito da masse di contadini (degli strati poveri)» che s’era affacciato  sul palcoscenico della storia in Russia grazie a Lenin?
Per cui mi pare deterministico sostenere che in Germania come in Italia:
« il successo non poteva arridere al “movimento operaio”; non a caso diviso in fazioni avverse, dirette da élites incapaci di comprendere come la direzione presa dallo sviluppo, pur sempre di tipo industriale, non conducesse alla formazione della Classe rivoluzionaria, bensì di un insieme di ceti popolari incapaci di egemonia».
Si tratta di capire a quale successo tu ti riferisca. Certo, credo che tu pensi al successo di una rivoluzione. Ma perché escludere un successo riformistico? Se la crisi non si fosse aggravata, se a giocare le carte in quella crisi non fossero intervenute le forze “rivoluzionarie” fasciste e naziste, perché escludere che il movimento operaio, non rivoluzionario, pur incapace di egemonia etc.. avrebbe potuto consolidare  di più le sue posizioni e resistere di più alla crisi? Non mi pare un fatto storico secondario. (Anche perché oggi non credo più a una storia finalizzata…)
Mi pare poi di dover contestare anche questo punto:

« Gli eventi non sarebbero forse stati diversi, ma sarebbe stata in ogni caso assai utile l’esatta comprensione del movimento nazifascista, della sua novità e della capacità di aggregare il ceto medio, utilizzando inoltre il forte potere centralizzato nello Stato per costringere lo stesso grande capitale privato (ancora fondamentalmente borghese) ad un compromesso. Non scordiamoci ad esempio che la Fiat era tutto sommato favorevole al “centro-sinistra” di allora (Giolitti-Turati) – schieramento politico ormai profondamente corrotto e marcio (si vedano le invettive di Salvemini al riguardo) – ma non ci mise molto ad allinearsi al fascismo così come gli altri settori del grande capitale»
Perché mi  sembra un ragionamento antistorico. Temo, infatti, che  «l’esatta comprensione del movimento nazifascista» nei suoi tratti fondamentali sia avvenuta solo  dopo (meglio: sia possibile forse solo oggi…). E che intuizioni anticipatrici di una diversa interpretazione ci siano state anche tra socialisti e comunisti di allora (penso alla ricerca di P.P.Poggio su L’altro Novecento, tesa proprio a raccogliere le voci allora dissenzienti, eretiche o emarginate). Però, non è facile (come vediamo ancora oggi) costruire una politica nuova o correggere in tempi stretti  o “sul campo” una politica consolidatasi in ideologie, partiti, militanze, organizzazioni sociali complementari, ecc. Proprio le invettive di un Salvemini, qui ricordate, confermano che anche chi “aveva capito” poteva restare politicamente impotente di fronte alle mosse di avversari più influenti (la Fiat « favorevole al “centro-sinistra” di allora (Giolitti-Turati)»).

Anche quando sostieni che «il fascismo, e tanto più il nazismo, puntarono perfino troppo proprio sulla coercizione esercitata dagli appositi apparati di Stato (quelli addetti, se del caso, all’impiego della violenza)», mi viene da chiedere: ma potevano fare altrimenti? potevano “frenarsi”? c’era nella loro impostazione teorica e ideologica la possibilità di innestare un qualche “freno”? A me pare di no. E non solo perché abbiamo oggi le prove storiche  di questa irrefrenabile “compulsione autoritaria”, ma perché le loro teorie erano profondamente e unilateralmente autoritarie o assolutistiche.
Se ci si oppone  alla democrazia come principio, se si fa pendere la bilancia al polo opposto (oligarchico o monarchico in sostanza) – quello del Capo o  degli aristoi, dell’élite decisionista – ,  vengono di fatto cancellati i contrappesi o gli anticorpi per evitare gli “eccessi”. Come a me pare di poter vedere anche nell’esperienza stalinista della “costruzione del socialismo” (ben la di là della superficie del “culto della personalità”).
Insomma quel  tuo «perfino troppo» mi appare improprio.
E poi – ecco un altro elemento che a me pare antistorico – come potevano Mussolini o Hitler o Stalin, in quel loro tempo storico, comprendere che l’ideologia più appropriata  poteva essere anche per loro « quella democratico-rappresentativa, pur sempre subordinata alla forza dei gruppi dominanti, che sanno però utilizzare una più capillare e ramificata rete di conflitti », se la loro strategia politica era sorta proprio sul principio della negazione della democrazia rappresentativa ( e della “dittatura”)?
A questo punto  vedo sorgere un vecchio  problema:  o la democrazia rappresentativa, «pur sempre subordinata alla forza dei gruppi dominanti» è possibile solo in Paesi che hanno raggiunto un certo grado di  potenza economica (allora gli Usa; e non certo la Germania in crisi o l’Urss accerchiata e in convulsioni) e, quindi,  si ammette una stretta interdipendenza tra  base economica reale e sistema politico che su essa può sorgere (o derivare?) senza troppe forzature; oppure la democrazia rappresentativa è una scelta possibile in tutti i paesi; e allora davvero fascisti e nazisti da una parte e  stalinisti dall’altra non   capirono e  persero l’occasione per rivoluzionare i loro paesi o il mondo.
Insomma, per riprendere i tuoi concetti “strategisti” – questi «centri di direzione, quelli strategico-politici, che si servono dell’imprenditorialità industriale e finanziaria per la loro alimentazione» sono davvero possibili sempre, in tutte le condizioni delle «strutture socio- economiche», in tutte le condizioni culturali “nazionali”?

2. Oscillazione tra oggettivismo e soggettivismo

A me pare di cogliere un’oscillazione  tra il tuo presentare a volte l’ideologia soltanto come un « opportuno “condimento” o “ornamento”  e dunque come una funzione tutto sommato strumentale («deve essere sempre rappresentato, e creduto!, pure in una sua veste di idealità (altrimenti mal si combatte)» e a volte come qualcosa di più, fino a metterla sullo stesso piano dell’economia, della politica, della cultura….
Ad esempio,  quando sottolinei che «il ‘tradimento” del ‘43» fu « un fatto oggettivo, dovuto alla maggiore potenza e modernità della formazione dei funzionari del capitale», verrebbe da obiettare: ma allora, se l’oggettività è un dato imprescindibile e “di partenza”, come dar torto alla « borghesia (“privata”) italiana, [che] in quel periodo, guardava soprattutto all’Inghilterra e, quando il fascismo s’indebolì, appoggiò la Monarchia per il voltafaccia»?
Di fronte all’oggettività, se la poniamo appunto come criterio unico e assoluto,  cosa potrebbero fare di più  i gruppi da te definiti sub-dominanti?  Anche se riuscissero a muoversi bene «nel labirinto delle strategie», se i loro centri decisionali avessero «indirizzi efficaci», il rapporto di forze è tale da impedire certe scelte o no?  Se l’oggettività tende ad essere l’unico o il fondamentale criterio  per l’azione politica, non si scappa:  il più “oggettivamente” forte sarà inevitabilmente (e non solo apparirà) invincibile.
Se, dunque, erano (e sono) « gli Stati Uniti, la nuova formazione sociale del capitalismo non più borghese, non più centrata sulla proprietà privata come connotato preminente dei gruppi dominanti», è evidente che  o ci si sottometteva o si potevano tentare   soltanto rivoluzioni destinate solo al fallimento. E, anche se si fosse capito (ma, ripeto, la comprensione era possibile allora?) che  si era arrivati alla «fine del capitalismo borghese, carattere precipuo di quello inglese, ormai non più l’antagonista principale come, tutto sommato, fu ancora all’epoca della prima guerra mondiale», cosa si sarebbe potuto fare, visto che già era sorta una potenza ( gli USA) ancora più  minacciosa e agguerrita?
In un altro passo scrivi:

« purtroppo la convinzione ideologica che il proletariato (mai distinto dalla classe operaia) fosse un soggetto fondamentalmente unitario, e unificante l’intera società nel corso della transizione rivoluzionaria, ha condotto infine, tramite passaggi molto “logici” ma errati, alla conclusione (simile a quella fascista) circa la decisività del rafforzamento della sfera politica, rendendola l’unica depositaria del potere, mentre gli apparati delle altre sfere, l’economica e l’ideologica, venivano considerati meri strumenti da sottomettere totalmente, destrutturandoli e così indebolendoli, alle decisioni del gruppo (partito) impadronitosi dello Stato.»

E qui mi pare che tu sostenga che una conoscenza  più esatta da parte degli attori politici poteva evitare di “caricare” il proletariato di “compiti rivoluzionari” per esso impossibili. E tuttavia , evitato  questo errore,  non è che si sarebbero intraviste altre condizioni per dare una spallata più decisiva al dominio capitalista. E perciò, ben presto alla tua sottolineatura del “merito” del fascismo di aver capito il limite rivoluzionario della classe operaia:

«nei paesi già almeno in buona parte industrializzati, la classe operaia (nel senso ristretto del termine già considerato) – pur essendo in grado di promuovere energiche lotte, specialmente in situazioni di grande disagio come quella susseguente ad una guerra mondiale – non è tuttavia in possesso di capacità sufficienti a creare solide basi per la conquista del potere, togliendolo ai gruppi dominanti del sistema capitalistico»
sei costretto a far seguire la sottolineatura del limite “rivoluzionario” del fascismo e del nazismo. E, dunque, a confermare l’inattaccabilità  degli « Stati Uniti, la nuova formazione sociale del capitalismo non più borghese, non più centrata sulla proprietà privata come connotato preminente dei gruppi dominanti».

E quando scrivi:

« La situazione precipitò poi con la sconfitta nella guerra, per cui il capitalismo italiano – ancora borghese, proprietario e famigliare – “tradì” e, in combutta con la monarchia, passò con gli “Alleati”»

mi chiedo se abbia senso allora parlare di “tradimento”: se, io disarmato o a mani nude, non affronto un bandito armato o armatissimo, perché sarei un “traditore”? E perciò tutto il discorso che fai sull’”antifascismo del tradimento” mi pare debole. A meno di non condurlo non sul piano dell’oggettività ma su quello della morale o dell’onore o della fedeltà ai valori di una comunità (nazionale o di un partito) e quindi sul piano della soggettività, che è quello in cui è anche possibile (correndo altro tipo di rischi) prescindere o negare sentimentalmente la “realtà”.E ancora, quando scrivi:

« Se si fosse preso atto di questa lezione, si sarebbe capito che la presa del potere in paesi ancora poco industrializzati, a forte presenza di masse contadine con piccoli nuclei operai, avrebbe dovuto condurre ad un forte ripensamento dell’ideologia del movimento comunista e ad una radicale rivisitazione della sua teoria di riferimento, rinunciando all’errata previsione circa la crescita (e la conquista dell’egemonia sociale da parte) della classe operaia – che si credeva sarebbe divenuta “associazione cooperativa di tutti i produttori” – con lo sviluppo dell’industrializzazione»

sembri tornare a porre l’accento sull’importanza di una coscienza della “realtà”, di come “stavano le cose”, che però – come ho detto – pare confermare che i più forti erano/sono in fondo quelli che hanno ragione e che non resti che riconoscere che quella è l’unica, vera “realtà”.  Cosa avrebbero potuto, infatti,  fare  quei rivoluzionari che si fossero accorti dei limiti “storici” della classe operaia? Accettare di aver sbagliato  e  che avevano ragione i socialdemocratici? Riconoscere che Lenin era un utopista a sperare nella rivoluzione in Europa?

 
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