ANDREA INGLESE – GHERARDO BORTOLOTTI – ANDREA CORTELLESSA

30 Mag

 

 
 
 
ANDREA INGLESE – GHERARDO BORTOLOTTI – ANDREA CORTELLESSA
da Vladimir D’Amora (Note) Lunedì 19 marzo 2012 alle ore 16.23
 
È difficile dire se i testi di Gherardo Bortolotti debbano essere catalogati nel genere poesia. Non credo che questo sia neppure un problema sentito come particolarmente rilevante per il loro autore. È indubbio, però, che questi testi interroghino in modo radicale la scrittura poetica, mostrando ad essa un campo di possibilità ancora pochissimo esplorate. In Italia esiste una tradizione della poesia in prosa, anche se si tratta di un filone minoritario, che ha i suoi maestri non tanto in attardati continuatori della cosiddetta “prosa lirica”, ma in autori importanti quali Camillo Sbarbaro, attivo fin dai primi decenni del secolo scorso, o Giampiero Neri, per citare uno dei poeti in prosa più recenti. Ma Bortolotti sembra difficile da ricondurre anche a questa tradizione, quasi che la lontananza rispetto a modi e vocabolari del genere poetico sia ormai tale, da annunciare una sorta di genere ulteriore o di confine, ancora da definire nei sui tratti caratteristici. Diciamo subito che non vi è nessun compiacimento postmoderno né iperletterario, tale da esaurirsi in una semplice ibridazione o parodia dei generi esistenti. D’altra parte è impossibile collocare Bortolotti nel campo della semplice narrativa, sia essa incentrata sul racconto breve o sul romanzo. Anzi, per certi versi il  lavoro di Bortolotti si caratterizza per essere anti-narrativa, per dimostrare come ogni forma di narrazione sia presuntuosa di fronte a quella collezione di istanti irrelati di cui sono costituiti le nostre vite o rispetto a certi scenari che, all’opposto, rinviano alla monotonia del fotogramma bloccato. Se la poesia, favorisce l’adesione lirica e verticale alla pienezza dell’attimo, ricercando nella discontinuità del tempo gli elementi di senso che la routine della vita sembra azzerare, ciò non accade in Bortolotti, dove ogni attimo si distingue dagli altri, in quanto riesce a manifestare in modo più lancinante la sua vuotezza, il suo carattere ripetitivo e seriale. D’altra parte, non vi sono svolgimenti narrativi plausibili, ai quali fornire credito. La disponibilità degli intrecci è tale, così massiccia e gratuita, che essa non si distingue dalla simultanea offerta di una gran quantità di merci, che ritarderà solo di qualche tempo il bisogno dell’individuo di senso e di realtà. Né la lirica dunque né il romanzo, possono davvero esprimere, per Bortolotti, questa nostra condizione di comparse nella società dello spettacolo. Queste brevi prose, però, costruite con straordinaria perizia, capaci di unire il tratto aforistico e lucido del miglior saggio novecentesco con un tono struggente e nostalgico, costituiscono in definitiva un’esplorazione della nostra vita considerata come “resto”, come residuo non riscattabile. Ognuno di questi frammenti, infatti, sembra spingere sullo sfondo le “grandi questioni” dell’esistenza, lasciando che l’automatismo delle abitudini, il tremolio delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupi interamente il campo.
Nel 2009, è stato pubblicato presso Lavieri, il volume Tecniche di basso livello, che raccoglie una parte consistente del lavoro di questo autore. Bortolotti è però attivo anche su altri fronti. È redattore, assieme ad Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Raos, Michele Zaffarano e il sottoscritto, del blog GAMMM(gammm.org) che si dedica alle varie forme di letteratura sperimentale, con particolare attenzione per la poesia statunitense e francese. Inoltre, insieme a Zaffarano, è anche redattore della collana “Chapbooks” per l’editore Arcipelago, presso cui ha tradotto e curato testi del poeta canadese Jeff Derksen e degli statunitensi K. Silem Mohammad e Rodrigo Toscano.
 
 
 
 
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Gherardo Bortolotti, da “Tecniche di basso livello” (2009)
 
 
 
 
 
 
236-237
 
236. Nella certezza di essere dalla parte del torto, ci limitavamo a sollevare questioni di procedura, di buone maniere, nei confronti dello stato delle cose. Ci chiedevamo la ragione di episodi quotidiani, imperscrutabili come la forma delle nuvole. Al telefono, guardavamo di sbieco, seguendo le fughe dei battiscopa verso angoli retti, metafisici.
237. Nemmeno all’altezza dei nostri cellulari, diventavamo adulti e scoprivamo cose che non avremmo mai più avuto il tempo di capire davvero, come le macchine di Turing, Lacan, la teoria dei sistemi. I termini della nostra personalità erano i nostri piedi, le emicranie psicosomatiche, la cellulite.
 
146-147
 
146. Tutto sembrava implicare che ci dovessimo limitare alla sola presa visione. Le miserie per strada, gli orrori tematizzati dal telegiornale, il vuoto che si scavava nella nostra cittadinanza erano solo regioni di particolari più o meno coerenti, in un quadro più vasto, impossibile a vedersi intero, comunque estraneo.
147. Le nostre avventure quotidiane si svolgevano all’ombra di grandi figure di persone famose, modelle, leader internazionali che si deformavano con la propagazione nei media. Ci svegliavamo la mattina per andare al lavoro, ripetendoci, nell’intimo della nostra coscienza, nomi come “Kate Moss”, “Bill Gates”, “Ahmadinejad”.
 
198-199
 
198. Sperando in un segno di benevolenza, leggibile nelle coincidenze dei semafori o nelle proposte della programmazione televisiva, rimandavamo a data da destinarsi la disamina dei nostri sospetti (circa il nostro fallimento, circa la strategia di ritiro dall’Iraq). Parlavamo, spesso, di scenari possibili e di linee narrative in cui non toccava a noi morire ma, poi, non ne facevamo nulla e tornavamo a casa, per masterizzare un film, per rispondere alla posta.
199. Dall’attesa della morte, ci distraevano le pubblicità delle agenzie di viaggio. Come robot buoni, ci incamminavamo dentro lunghi vicoli ciechi che costeggiavano gli anni dei nostri acquisti, i pomeriggi da soli, le visite dai parenti, ed in genere si chiudevano in qualche reparto di chirurgia, in istituti per malati terminali all’avanguardia.
 
134-135
 
134. Le testimonianze sembravano provare il contrario ma, in effetti, eravamo vivi. All’inizio della stagione televisiva, quando la sera ci trovava impreparati, senza abitudini, di colpo ci sentivamo respirare, vedevamo la nostra ombra sul muro del bagno. Alcuni particolari irrilevanti ci tornavano alla mente, alcune gaffe, alcuni gravi sbagli commessi nei confronti degli altri.
135. Frequentavamo distrattamente il nostro corpo, trovandoci spesso nella posizione di chi non crede del tutto a quello che vede. La pubblicità delle cucine sembrava l’esempio di una verità più piena e, a conti fatti, più plausibile.
 
286-287
 
286. Nella fondazione dedicata ai suoi ricordi, bgmole raccoglieva particolari incongruenti, scene vergognose, schemi di illusioni e coincidenze. Nel week-end, quando le ore tornavamo a durate naturali, affrontava il pomeriggio principalmente dormendo e, in alcuni casi, leggendo la posta on line.
287. Chiamate a raccolta le evidenze di una nostra stagione passata, di una giovinezza moderata, solitaria e squallida, uscivamo allo scoperto e ammettevamo di aver fallito in tutto: gusti musicali, amori, letture. Rimanevamo sulla soglia di un’ulteriore triste conclusione, toccando una cartolina trovata nel cassetto, un vecchio portachiavi, una t-shirt di Morrisey e pensavamo, involontariamente, ad altro.
 
15-16
 
15. Sulla cresta del progresso, forti della nostra acqua calda, degli antibiotici, delle reti a banda larga, guidavamo nel traffico alla volta del futuro e delle nostre occupazioni transitorie. Impressioni di errori compiuti e appartamenti in disordine. Lasciavamo la mossa successiva al fato ed i nodi arrivavano al pettine di qualche mano altrui.
16. Dopo il lavoro, nei golfi di occupazioni inutili, bgmole perdeva porzioni della sua persona, intere stagioni di pensieri a cui non era possibile risalire, ed arrivava all’ora dei pasti con poche cose da dire, con uno sguardo sottilmente isterico. Si cibava, guardando le briciole ai piedi del suo bicchiere, le loro ombre minime sulla tovaglia, convinto dell’imminente rivelazione che tutto questo era una finzione, una specie di effetto ottico troppo a lungo ignorato.
 
97-98
 
97. Passeggiando come un contemporaneo, hapax aveva una percezione distratta delle vaste strutture di dati, di gerarchie d’immaginario che attraversavano il suo cielo, come astronavi piramidali sui quartieri della periferia. Molte delle cose che gli venivano alla mente, lungo il cammino, avevano implicazioni complesse, di cui non riusciva a dare conto. Le pezze dell’asfalto, i particolari delle macchine parcheggiate, le ombre nei giardini condominiali, ad un certo punto, riempivano il suo sguardo, la sua coscienza.
98. Lontani dagli abusi sui clandestini, seguivamo le vicende della nostra serie preferita e ci preparavamo ad esprimere opinioni in merito al giorno d’oggi ed alle mutazioni climatiche. I nostri pensieri tornavano spesso ai giorni della nostra infanzia ed ai tempi in cui il mondo, e la merce, avevano aspetti d’innocenza e di mistero.
 
130-131
 
130. Ci muovevamo nei territori di una nazione profonda, di una repubblica a cui partecipavamo con l’acquisto, con la scelta del canale, con i commenti in rete. In pochi avevano nozione dello stato delle cose.
131. Ci ripetevamo spesso che non era detta l’ultima parola e che la nostra carriera di contemporanei poteva ancora avere una svolta risolutiva. Le notizie dall’Iraq e dall’Afghanistan erano sempre più frammentarie. Rimaneva, in molti, la sensazione di aver scordato, o taciuto, un particolare significativo, nel passaggio all’impiego ed all’età adulta.
 
194-195
 
194. Facendo le ore piccole guardando la televisione, kinch finiva per trovarsi in strane, quiete regioni notturne, mentre la periferia era attraversata da lontani rumori. In quel silenzio, le inquadrature trasmesse dalle tv locali, i pezzi di vecchi film anonimi, le televendite, rivelavano messaggi in codice lunari, accennando a qualche ricordo inorganico, prenatale.
195. Negli angoli dell’appartamento venivano ad accumularsi questioni irrisolte, concernenti la migliore o peggiore qualità della vita che conducevamo. Le distanze tra lo stato delle cose e la curva dei nostri progetti aumentavano il senso di una conclusione incongrua, di una specie di grosso equivoco sull’estensione ed il valore della nostra vita. Senza morali da trarre, guardavamo il telegiornale, affascinati dalle immagini in movimento.
 
 
 
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ANDREA CORTELLESSA (NAZIONE INDIANA, 29 settembre 2007 at 12:09)
 
Avevo ascoltato Gherardo Bortolotti leggere suoi testi a Romapoesia due anni fa, invitato da Marco Giovenale (e a Giovenale si deve anche, qualche mese fa, la pubblicazione di altre di queste lasse, «Soluzioni binarie», nella sua bella collanina Felix). Era la cosa meno inquadrabile e dunque, per me, più interessante. Già allora, peraltro, mi veniva da obiettare, o meglio osservare, che quella presentata in un contesto poetico, soffrendo mi pare per la sua irriducibilità alle convenzioni del medesimo, era una scritturainteressante, invece, per il suo aspetto narrativo. Certo, non narrativocome s’intende oggi la narrativa pret à porter di cui ci deliziano, ahinoi, i cataloghi editoriali. Né narrativa come si dice narrativa di certa poesia ronronzante in camera da letto. Ma semmai “denarrativa”, nel senso in cui chiama le sue “denarrazioni” Mark Strand. (Pur usando, ovviamente, strumenti tutti diversi.)Qualche tempo fa su Absolut Poetry era stata postata una parte dei materiali letti da Bortolotti a Romapoesia. I commenti insistevano sul cut-up della tradizione del moderno, sulla loro algida noncomunicatività ecc. Già allora mi pareva che si fosse fuori strada. Più ancora di quelli, questi nuovi testi mi colpiscono, al contrario, per una loro abbandonata (e abbandonata proprio perché con tanto rigore irreggimentata) inconsolabilità. Per la pacata, quieta e appunto inconsolabile disperazione che esprimono, specie quando usano la prima persona plurale. Come dice un frammento qui non incluso, 171, «Una nostalgia estranea, feroce, disperata».In un altro, 176, si offre un titolo segreto: «Ai piedi della democrazia». È questa, infatti, una vera scrittura politica, una delle poche credibili che oggi sia dato leggere. Se è vero che la politica che ci è data in sorte muore strangolata dal non avere più la minima ampiezza di respiro, il breve giro di questi box di microvita associata è allegoria della nostra soffocante cellularità. Del nostro essere monadi pallide e svogliate, scarsamente convinte dell’esistenza di una qualsivoglia realtà al di fuori della loro esperienza immediata (eppure, che intensità quando questo schermo sembra infrangersi: «In alcuni scorci della giornata, nel mezzo del fine settimana, avavamo l’impressione di essere vivi e, quindi, irreali»: 21).Conosco ancora davvero poco del lavoro di Gherardo Bortolotti, e più ne vorrei sapere; ma intanto ringrazio lui, Marco Giovenale e ora Andrea Inglese per aver offerto a me e a tutti la possibilità di cominciare a familiarizzarci con una scrittura davvero interessante.Devo anche aggiungere che in queste settimane per la prima volta scritture interessanti arrivano, prima che per via cartacea, su blog e altre forme di pubblicazione telematica. (L’altra è quella di Babsi Jones.) In questi anni abbiamo discusso, sino a sfinirci, sulle novità promesse da questo canale; ma reali novità di scrittura, sinora, dalle nostre parti non mi pare l’avessero attraversato. Ora, finalmente, si comincia a fare sul serio.
I migliori auguri a G.B., Andrea Cortellessa
 
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