Archivio | giugno, 2013

Benjamin Peret, poesie pornografiche e scanzonate di un surrealista

21 Giu

http://www.scribd.com/doc/38694670/BENJAMIN-PERET-Cio-che-sale-lungo-le-tue-cosce

2013/6/19 Attilio Mangano <attilio.mangano@fastwebnet.it>

 

Le poesie pornografiche e scanzonate del surrealista Benjamin Péret

 

Benjamin Péret, Ciò che sale lungo le tue cosce

ebook gratuito in pdf: http://maldoror.noblogs.org/files/2010/10/BenjaminPeret_PoesiePorno.pdf

 

I testi pesantemente osceni della presente raccolta sono tratti da: Les Rouilles encagées/Le Couilles enragées, opera che il poeta e rivoluzionario surrealista Benjamin Péret scrisse nel 1928, pubblicandola però nella sua integrità soltanto nel 1954 con l’editore parigino Eric Losfeld.

Qui li abbiniamo surrealisticamente ad alcuni problemi scacchistici dell’ungherese László Polgár, fornendovi le soluzioni in ultima pagina.

 

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La crisi fa bene ai ricchi

21 Giu

 

LAVORO E DIRITTI
a cura di www.rassegna.it

 

La crisi fa bene ai ricchi

 

Secondo il ‘World Wealth Report 2013’ nel 2012 il numero dei “paperoni” (da almeno un milione di dollari) ha raggiunto quota 12 milioni nel mondo e i loro patrimoni hanno toccato il record di 46.200 miliardi. L’Italia è al decimo posto con 176mila ricchi

 

La crisi fa bene ai ricchi che nella pessima congiuntura economica mondiale continuano a crescere. Soprattutto grazie alla spinta in Nord America e in Asia. A favorire l’incremento c’è l’andamento positivo dei corsi borsistici e del valore degli immobili, così il numero dei paperoni (parliamo di persone che vantano un patrimonio di almeno un milione di euro, senza contare le residenze private) nel 2012 è passato da 11 a 12 milioni nel mondo e i loro patrimoni hanno toccato il record di 46.200 miliardi di dollari, mentre nel 2007 (cioè prima dell’inizio della crisi) i 10,1 milionari possedevano complessivamente 40.700 miliardi di dollari. E’ quanto emerge dal ‘World Wealth Report 2013’ della la società di consulenza Capgemini e della Royal Bank of Canada (Rbc).
    L’Italia si classifica al decimo posto al mondo per numero e ricchezza dei ‘paperoni’. Nel corso del 2012 il numero di individui con un patrimonio di almeno un milione di dollari, escluse residenze private e oggetti da collezione, è aumentato del 4,5%, arrivando a quota 176mila, posizionandosi al decimo posto al mondo, stabile rispetto all’anno precedente. E la ricchezza detenuta dai ‘paperoni’ in Italia si attesta a 336 miliardi di dollari, con un incremento del 4,5% sul 2011.
    Il Nord America si conferma nel 2012 l’area con la maggiore ricchezza, dopo il sorpasso nell’anno precedente da parte dell’area ‘Asia Pacific’. I 3,73 milioni di ‘paperoni’ nordamericani superano i 3,68 milioni della regione asiatica, con una ricchezza complessiva di 12.700 miliardi di dollari rispetto ai 12mila miliardi della regione ‘Asia Pacific’. L’aumento della ricchezza investibile a livello mondiale, si sottolinea nel report, è stata guidata dagli ultra-ricchi, che sono cresciuti per ricchezza e per numero di circa l’11%, dopo i cali registrati nel 2011.

       

 

Marcello Hosc, Vincent 2 / su Van Gogh

21 Giu

 

vincent 2
da Hosch Marcello (Note) Giovedì 20 giugno 2013 alle ore 9.34
 
Dopo il ritratto a Roulin, Vincent riprese a dipingere paesaggi. Imperterrito ogni giorno all’alba a passo spedito lo si vedeva marciare col suo baldacchino alle spalle lungo il fiume o i sentieri della campagna verso Montmajour, ansioso di arrivare, fremente nell’attesa della scoperta che avrebbe fatto, come lo attendesse una rilevazione celeste, un dono divino.
 
Aveva l’indole dell’archeologo questo suo perlustrare a fondo l’intera zona, come dovesse scovarvi il tesoro sepolto della propria ispirazione, il luogo prescelto in grado di evocare.
 
Sapeva che ad Arles c’erano delle case chiuse. Una sera attraversò Place Lamartine per proseguire per una stretta via tra le case. A Rue des Ricolettes trovò ciò che cercava. Il tenutario gli presentò una ragazza di nome Rachel che aveva appena sedici anni, grassottella, faccia paffuta e tonda, larghi occhi celesti, capelli neri raccolti dallo chignon, denti regolari un pò ingialliti.
 
Lei lo chiamò da subito col suo sopranome Fou-rou. Lui fu sorpreso che la ragazza lo avesse riconosciuto col suo soprannome. Ordinarono una bottiglia di vino che portarono nella camera di sopra. La ragazza era spigliata e divertente, lui le diede il soprannome di Pigeon, piccione, per via delle sue forme tonde ed armoniose e del suo civettare allegro. Si sedettero affiancati sulla sponda del letto bevendo il vino che lui aveva versato nei bicchieri.
 
‘Sei ancora una bambina’ disse girandosi verso di lei nella penombra della camera. Lei rise spavalda, rispose che aveva già 16 anni e che da un anno lavorava qui. Lui volle esaminarla alla luce della lampada a gas. ‘T’ho visto spesso vagabondare qui nella zona, sei un pittore vero?’ Lui annuì. Lei s’alzò, si tolse il vestito, si sfilò i sandali, facendosi guardare.
 
Lui le osservò il suo triangolo pelvico come attonito. Le passò teneramente il palmo della mano sul ventre. Lei lo esaminava dall’alto, poi s’inchino per baciarlo sulla guancia.
 
‘Non sei pazzo come dicono vero?’ Lui scoppiò in una risata. 
‘Forse lo diventerò, visto che tutti lo pensano’ 
Lei si accucciò sopra le sue gambe e lo baciò sopra le labbra.
Lui posò il bicchiere sul comodino. La strinse per la vita. Lei gli mordicchiò l’orecchio.
‘Sono piccole e così tenere e carine le tue orecchie, lo sapevi Fou-Rou?’ 
 
Vincent uscì dal postribolo che era notte fonda.
 
Al fratello scrisse una volta che’la vita era breve per tutti e il problema era farne qualcosa’.
Lavora sino a dodici ore giornaliere, riesce a completare anche due quadri al giorno. Si descrive ‘In preda ad una lucidità ed un accecamento da innamorato’.
 
Nel suo studiolo rifinisce alla sera i quadri composti durante il giorno. Li illumina con dei lumi ad olio che tiene a corona sulla tesa di un cappello di paglia che gli serve anche per dipingere al buio all’aperto.
 
Dipinge I seminatori, i Salici al tramonto, La vigna rossa, esegue i ritratti della Mousmè, del pittore Eugene Boch, dello zuavo Paul Milliet. A Emile Bernard scrive: ‘ Vorrei dipingere uomini e donne con un so che di eterno, quello che in altri termini si esprimeva con l’aureola, e che noi esprimiamo con la luce che s’irradia con la vibrazione dei nostri colori’. Bernard finirà per prendere questo suggerimento forse un po’ troppo sul serio.
 
E’ come divorato dal lavoro, è febbrile, infaticabile come se il presentimento dell’esaurirsi del suo tempo lo costringesse ad approfittare di quel suo culmine di creazione ora, come consapevole che quella sua fonte sorgiva d’ispirazione potesse prosciugarsi tra breve.
 
Presentisce che è arrivato il suo tempo, ma questa intuizione è ambivalente: da un lato gli indica con chiarezza il raggiungimento di una maturità stilistica finalmente alla sua portata, di una maturità che ne evidenzia soprattutto il conseguimento di un’originalità propria, conquistata col sangue dell’applicazione ma anche così divergente dai suoi maestri parigini dell’impressionismo che ha conosciuto e frequentato, gli stessi maestri, Pizzarro, Cezanne, Toulouse-Lautrec, Gauguin che non l’avevano mai apprezzato sino in fondo.
 
In effetti tra impressionisti e lui la distanza è siderale. Il tracciato di linee e curve sulla superficie s’è fatto in Vincent variegato, multiforme, a volte radiale, dando un’impressione di criticità, un manierismo per niente calcolato ma che riesce a giungere ad effetti visivi sorprendenti: i colori vibrano in un piano prospettico che è quasi sempre lineare, gli oggetti raffigurati sono volutamente distorti, inclinati, senza controllo statico, le masse sullo sfondo s’incrinano in onde d’urto in formazione, dove l’essere umano si ferma all’abbozzo quasi sgraziato oppure ridotto ad un’ombra in controluce.
 
Dall’altro è come appunto se fosse conscio dell’esiguità temporale di quella energia che finirà per precipitarlo nel tracollo psichico. Sa che finirà per impazzire non solo a causa di questi ritmi forsennati con cui dipinge, piuttosto sarà l’assenza indefinita di un contatto umano vero, l’attesa che si fa vana di un vero raccordo col mondo che lo disponga alla pace, all’amore agognato, alla comprensione degli altri, sarà ciò a portarlo prima o poi alla rovina, ne è certo.
 
Questa attesa, lui lo sa perfettamente, è spenta per sempre, si è spenta con Sien e Margot, ora lui è all’ultimo atto che è però paradossalmente il suo germogliare più fecondo e fantastico, ed anche se lo condurrà direttamente alla follia non ha per lui poi alcuna importanza, lui l’ha dimostrato contro il mondo, lui vi è riuscito dove prima era soltanto ancora un proposito: essere uno dei più grandi pittori del suo secolo.

Renzo Balmelli, Il G8 non è morto

21 Giu
sPIGOLATURE 

 

Il G8 non è morto

 

Ma non si può nemmeno dire che stia bene

 

di Renzo Balmelli 
 
DIMEZZATO. A dispetto dei cattivi profeti il G8 non è morto. Non ancora. Però, parafrasando Woody Allen, si potrebbe dire che se il mondo soffre la crisi, il club delle economie ricche e democratiche non sta tanto bene. Il primo dubbio riguarda la presenza della Russia di Vladimir Putin che, pur ammessa per risarcirla dal ruolo perduto di superpotenza, in quanto a democrazia lascia piuttosto a desiderare. L’altro dubbio riguarda invece la reale capacità di tradurre in azioni concrete e veramente efficaci il paniere di buone idee per la cooperazione e la lotta alla disoccupazione giovanile che il vertice in terra irlandese ha messo in evidenza. C’è chi ha parlato, senza sbagliare, di un summit ormai dimezzato e in buona sostanza atteso ora al varco per dimostrare la sua forza effettiva.

 

SFUMATURE. Anche le iron Ladies hanno un cuore. La letterina “bollente” di Christine Lagarde a Sarkozy e il sonoro bacio sulla guancia col quale Angela Merkel ha dato il benvenuto a Gianni Letta, al suo debutto europeo, hanno svelato lati del carattere delle più temute “dame di ferro” fin qui ignorati. Ma se il gesto quasi materno della Cancelliera ha fatto dimenticare al premier italiano le grane di casa, la missiva della direttrice del FMI ha scatenato l’ironia della Rete per i fin troppo espliciti amorosi sensi di cieca fedeltà rivolti all’ex Presidente francese da colei che a quel tempo era ministro delle finanze all’Eliseo. La palma del miglior gossip è andata a “50 sfumature di Sarko” ripresa del tiolo di un celebre romanzetto erotico che alza i veli sugli aspetti oscuri della passione.

 

GUASTATORE. Di guai la destra ne ha combinati a iosa. Tuttavia non è mai sazia. Proprio mentre su invito di Obama le porte dalla Casa Bianca si spalancavano per il capo del governo di Roma, Berlusconi si comportava come un perfetto guastatore del genio militare. Con una strategia studiata in ogni dettaglio, il suo metaforico ordigno anti europeo esplodeva nel momento cruciale dello storico incontro italo-americano. Non occorre essere grandi psicologi per intuire che dietro a quel gesto deliberatamente provocatorio, oltre all’invidia e alla gelosia, si nascondeva il velleitario tentativo di rimanere al centro di un palcoscenico sul quale il sipario per lui è oramai calato da un pezzo. Prova ne sia che al G8 le parole del Cavaliere non hanno avuto nessuna eco, nessun rilievo.

 

SCLEROSI. Non cessano sui media le preoccupazioni per i ritardi e i problemi che affliggono l’Esposizione Universale di Milano. Quella che doveva essere il fiore all’occhiello per il rilancio di una metropoli e dell’intera regione, rischia di pagare un dazio altissimo alla sterile contesa all’interno del Pdl che di fatto ha paralizzato Expo 2015 per anni. I cittadini però non ci stanno e chi si è scomodato per le elezioni regionali ha mandato evidenti segni di risveglio. E il voto ha espresso con tanto vigore lo stesso entusiasmo per un mondo di novità e di progresso reale che si prova nei grandi appuntamenti della storia. Salvare la rassegna significa salvarsi dalla sclerosi berlusconiana. Chi ha vinto ha ora l’obbligo morale oltre che politico di non deludere le attese

 

EROINA. Nell’iconografia sovietica c’era poco spazio per Anna Karenina e le altre eroine di Tolstoj. E anche in Pasternak, non certo un cantore del realismo, la figlia del romanticissimo dottor Zivago abbinava le note struggenti della balalaika al mito di Stakanov in gonnella. Su un altro versante, l’esplorazione dello spazio era riservata ai maschi, ma per Valentina Tereshkova, che fu la prima donna nella storia a salire nel cosmo, le cose andarono diversamente. Al piglio vagamente militaresco sfoggiato nelle fotografie, alternò un sorriso radioso e la felicità, esibita ancora oggi, a 50 anni dalla storica impresa, di essere la più celebre rappresentante del ristrettissimo club spaziale femminile. Valentina non tornò più nel cosmo, ma essere spedita tra le stelle fu per questa eroina in tuta pressurizzata una bella rivincita sulla nomenklatura dominata dagli uomini.
    

Patrizia Gioia, La tragedia del grande inquisitore

21 Giu
domenica 16 giugno. 
Non potevo credere ai miei occhi vedendo quanto ferro era stato usato per puntellare delle pareti che ancora stavano chiedendo grazia, dopo 4 anni, tutto quel ferro pareva come un apparecchio per raddrizzare i denti, dimenticato nella bocca di un poveretto che stava ancora lì, bocca spaventata, ad attendere qualcuno che almeno gli dicesse qualcosa, invece no, spariti tutti, dentista compreso, rimane solo lo stupore e la rabbia di averci creduto, al nuovo sorriso .
 “La tragedia del grande inquisitore”
continua all’Aquila.
di Patrizia Gioia ( www.spaziostudio.net)
 
L’ampio centro della città, per chi come me non ha  – per fortuna – vissuto guerra alcuna, pare
proprio come quello delle città devastate che abbiamo visto molte volte nelle fotografie,
il bianco e nero è il colore che userei per descrivere quel che ho visto, un bianco e nero interrotto
da  pennellate di verde – la natura che buca e sbuca da ogni rovina – e da alcune pennellate di rosso, un rosso simile a quello di Pompei e, come anche per quella città, simbolo di una ferita a morte. Irrimarginabile e per sempre sanguinante? 
 
Mentre camminavo adagio nel pomeriggio di domenica sotto un sole cocente per quelle strade,
mi veniva alla mente Gandhi che visitò personalmente in lungo e in largo la sua India, perché solo così poteva davvero vedere quel che nessun giornale e altro mezzo di comunicazione mai avrebbe scritto e detto, né avrebbe voluto fare vedere.
(Da noi girano in camper solo per raccoglier soldi e voti.)
Tornare al valore dell’esperienza è oggi urgente, non lasciare ad altri delegando quel che solo io posso fare ed essere è oggi necessario, divenire consapevole di quel che intorno a me accade è il solo modo per trasformare le cose.
Anche se pare che ci siano cose dell’umano che non cambiano –  la menzogna del potere che va
a braccetto con la corruzione per esempio – sarà solo la Conoscenza inseparabile dall’Amore che
farà la differenza tra essere e non essere.
 
Lo spettacolo teatrale che siamo andati, non a caso, all’Aquila a portare sabato scorso- La tragedia del grande inquisitore,  una mutua fecondazione tra Dostoewskji e Panikkar -, è testo classico  perché sa farsi sempre nuovo in noi ( naturalmente se lo vogliamo ascoltare) .
Spezzando le conosciute coordinate di spazio e tempo, sa aprirci ponendoci davanti alle inquietanti domande dell’umano e ad una delle sue profonde dimensioni in ogni tempo tradita: la dimensione dello Spirito, è qui che dignità e libertà hanno casa.
L’uomo non vive di solo pane, una frase questa che fa parlare subito tutti, mentre sarebbe bene
fare silenzio e ascoltare bene quel che ci viene a dire.
Certo che il pane conta, e come! ma è tradendo la realtà simbolica e trasformativa di queste parole, che insieme al grande inquisitore – altra dimensione del nostro essere e dunque ognuno di noi – ci consegnamo nelle mani del potere che vuole sempre sedurci al suo inganno.
Solo se faremo ogni volta nuova in noi l’esperienza umana dell’inseparabilità di corpo anima
e spirito-  pane terreno e pane celeste ci fanno vivi solo se ne riconosceremo l’inseparabilità- ci renderemo liberi; solo l’armonia e la concordia tra le nostre molte parti interiori, costruiranno
anche fuori un quotidiano umano cammino pacificato.
E non potremo più permettere quel che ancora permettiamo e che la ferita sanguinante dell’Aquila testimonia. Immagine viva di quel che siamo diventati.
 
Sono arrivati milioni di euro che sono serviti a foraggiare la signor-i-a che il ferro produce.
Non potevo credere ai miei occhi vedendo quanto ferro era stato usato per puntellare delle pareti che ancora stavano chiedendo grazia, dopo 4 anni, tutto quel ferro pareva come un apparecchio per raddrizzare i denti ,dimenticato nella bocca di un poveretto che stava ancora lì, bocca spaventata,
ad attendere qualcuno che almeno gli dicesse qualcosa, invece no, spariti tutti, dentista compreso, rimane solo lo stupore e la rabbia di averci creduto, al nuovo sorriso.
 
La nostra archistar Renzo Piano, pagato profumatamente dalla regione Trento, che ha donato
alla città spaccata un auditorium per la musica, ( evento mediatico l’inaugurazione, oggi chi
se ne interessa più?) non si è negato a nuovamente tenere il mantello del lapidatore di Stefano,
lasciando annientare così il vigore della vista dal parco del magnifico castello edificato da Federico II, quasi a rinnegare violando, non un monumento, ma un momento umano dove la Speranza nell’Invisibile ancora prosperava, spingendo gli uomini ad osare quello che a noi è venuto mancare: il sogno possibile di un passo nuovo dell’umano.
 
E che dire delle persone? Perduto tutto, si aggiravano con me tra le rovine delle loro case con un gelato tra le mani, occhi che denunciavano lo smarrimento e parole che, attraversate ormai rabbia e speranza, stagnano nella desolazione, una depressione arrivata piano piano dalla presa di coscienza d’essere stati abbandonati proprio da quelli a cui avevano delegato il miracolo .
Dio e Stato in certi momenti si confortano e si confondono, portavano tutti la sciarpa bianca e l’elmetto quando mentirono sapendo di mentire raccontando che i MAP, i moduli abitativi provvisori, sarebbero stati presto smantellati per ridare posto alla dignità dell’essere, a cui non si può invece, nemmeno provvisoriamente, abdicare.
 
Ma è proprio da questo stagno mortifero e mortificante che possiamo fare nuovo il cuore e il passo.
C’è un amico, un attore napoletano trasferitosi all’Aquila, che ha messo su un teatro, ( è lì che abbiamo rappresentato il grande inquisitore), che si è indebitato e lavora giorno e notte con altri giovani e la passione del sogno, ridare vita alla Vita, non solo del teatro, ma attraverso quella militanza non armata di cui il teatro è sano testimone, alla città, inseparabile da ogni nostra città, terra della nostra Italia, parte inseparabile del Cosmo.
(Da piccola scrivevo Itaglia, un sentire talmente forte, anche nella bocca la mia Patria, senza vergogna alcuna di leggere De Amicis e di averlo ancora oggi quel Cuore là! )
 
Al primo momento ho guardato tutto quel che questi giovani avevano fatto e ascoltavo tutto quel che avevano in mente di fare dicendomi:“follia, una cattedrale nel deserto”, ma mi sono poi quasi subito riavuta dalla mia di follia, ancora aderivo alla menzogna del grande inquisitore che mi vuole sempre pecora tra le pecore, morta tra i morti?!
 
“Quando tutto ciò in cui avevamo sperato è stato perduto, ci siamo riavuti”, dice l’esergo
di un libro, non ricordo né titolo né autore, ma mi è rimasto impresso nell’anima e me la sveglia ogni volta, come un bel calcio nel di dietro, quando l’ignavia vorrebbe fare da padrona.
La Passione, signori e signori, è energia d’Amore propulsiva, è Speranza che sa vedere l’Invisibile
e fecondarlo, se non diveniamo noi ogni volta l’orecchio di Maria ( il materno di Dio) che ascolta e accoglie l’inaudito e lo aiuta a venire alla luce, che ci stiamo a fare nella vita?
 
Diamogli una mano a questa Aquila ( chi ne parla più?!) e portiamo all’orecchio di tutti notizia
di questo sogno, non diventiamo anche noi dei  MAP, dei moduli abitativi provvisori dell’umano, diamo corpo e anima e spirito alla nostra parte eterna, apriamo le ali che l’Aquila ferita ma non morta ci sta mostrando, sono nuovamente pronte al volo se anche noi lo saremo.
Osiamo il rischio del nuovo orizzonte! E allora, cosa aspettiamo ? Non ci bastano ancora tutte queste rovine?
Facciamoci contaminare dal bacio che Gesù dà al grande inquisitore, è il bacio di un uomo come noi, disobbediente coraggioso e creativo come ognuno di noi può essere, non serve copiarlo, la verità del credere consiste nell’essere quello che si crede, consiste nel trasformare ogni volta la nostra polarità distruttiva in creativa, solo così la nostra Fede – che non è la credenza – ci salverà,
ma non in un aldilà, è qui che la Vita ci vuole vivi, un’avventura radicale di Conoscenza è la Vita, inseparabile dall’Amore, la sola arma che non abbiamo ancora imparato, non ad usare, ma ad ESSERE.

 

P.S. Mi sono tagliata il dito indice della mano destra a l’Aquila; guardando il taglio rosso che lo attraversa mi pare d’essere da lei richiamata al mio servizio umano: non dimenticare, non smettere mai d’amare, provare a fare, per come posso, tutto quel che posso.    

 

“i semi della gioia”

Francesco Giusti, David Bowie is

21 Giu

david Bowie is

20 giugno 2013 Pubblicato da Daniela Brogi | 0 commenti
Victoria and Albert Museum, Londra
23 Marzo – 11 Agosto 2013
di Francesco Giusti
Londra, giugno, David Bowie is. Se ad ogni soggiorno londinese una visita al Victoria and Albert Museum è molto gradita, in questa occasione diventa una sorta di pellegrinaggio verso un evento di risonanza globale. Con la prevendita esaurita da settimane – la più rapida e numericamente imponente prevendita di biglietti nella storia del museo – l’unica possibilità è andare sul posto e mettersi pazientemente in fila. Numeri da concerto più che da mostra. Già questo rivela un evento ibrido come il suo protagonista. Where are we now?, si chiede il sessantaseienne Bowie nel singolo uscito inaspettatamente quest’anno – dopo dieci anni di silenzio! – e la domanda è più che legittima a quarantaquattro anni da quell’altro singolo, Space Oddity (1969), che finalmente avvia il ragazzo nato a Brixton e cresciuto nell’estrema periferia sud-est di Londra sul cammino per diventare una figura dominante della scena musicale e culturale internazionale.
Dove siamo oggi? Dove siamo arrivati? Ad una mostra che celebra in vita un artista all’interno di una delle più importanti (e belle) istituzioni museali al mondo. E celebra l’artista ancor prima della sua arte, nella complessità estrema della sua creatività. Pochi possono dire di aver avuto un’influenza culturale profonda e ad ampio raggio paragonabile a quella di David Bowie. Cantautore, attore di cinema e teatro, musicista polistrumentista, pittore, innovatore nella moda e nel costume, creatore di una miriade di personae che sono diventate leggenda: dalle atmosfere extraterrestri di Ziggy Stardust alla ‘schizofrenia’ di Aladdin Sane, con il famoso fulmine rosso che gli attraversa il viso, fino al raffinato espressionismo gotico del Thin White Duke, per nominare solo le più famose. L’alieno e fragile Major Tom di Space Oddity – ironico  gioco di parole sul titolo del celeberrimo film di Stanley Kubrick  2001 – A Space Odyssey (1968) – ne ha fatta di strada.
Pochi, pochissimi artisti hanno saputo cogliere lo spirito del tempo, anticipare e guidare correnti culturali come lui. Nell’anno del primo atterraggio dell’uomo sulla luna e degli entusiasmi sollevati da tale evento, il viaggio spaziale del Major Tom racchiude già in sé tutte le perplessità e le disillusioni che si riveleranno di lì a pochi anni. Esplorando tutti gli spazi offerti dalla musica (dal folk acustico all’hard rock, attraverso il glam rock, il soul e l’elettronica) e dalle innovazioni tecnologiche nel settore; proponendo al pubblico il modello di un’ambiguità sessuale che vada verso l’indistinzione piuttosto che verso il riconoscimento sociale dell’uno o dell’altro orientamento sessuale; assumendo sul proprio esile corpo la moltiplicazione dei personaggi e delle personalità come maschere prive di un volto ‘originale’ da nascondere; affrontando temi come l’isolamento, i problemi mentali, l’abuso di droga, la paura di un futuro disumanizzante, i totalitarismi e i falsi miti, Bowie è soprattutto l’incarnazione di un modello dell’umano, di quell’ibridità del poter essere quel che si vuole, senza alcun dover essere che risponda a codici socio-culturali prestabiliti, di cui tanto si è parlato in teorie successive e tanto si parla ancora oggi. Gli abiti sgargianti, femminili o ‘osceni’, i trucchi e le zeppe vertiginose, tutto l’armamentario di una vita in maschera, vogliono incarnare l’ibridità, ma ne mostrano anche i pericoli e le difficoltà. Costumi che si presentano inevitabilmente segnati dal tempo perché, in fondo, il problema della pop culture è proprio il rapido invecchiamento dei suoi oggetti, delle sue identità.
E la musica non è più ‘solo’ musica. È una comunicazione totale. Sul palco delle sue performances entrano il mimo e il clown, le antiche tradizioni del teatro Kabuki e il più stravagante abbigliamento pop, senza gerarchie culturali e senza che nessuna delle componenti abbia un valore dominante. Il contatto con Andy Warhol, incontrato a New York nel 1971, segna un punto fondamentale nella costruzione di questa figura di star che fonde talento musicale, messa in scena, look personalizzato e sapiente sfruttamento delle potenzialità dei media. Un’ammirazione comprensibile per l’artista americano che, pare, non fosse troppo ricambiata. La vera esplosione del fenomeno Bowie avviene nel 1972 con l’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e il ‘vero’ David scompare dietro le sue figure teatrali: la finzione scenica diventa pericolosamente reale, la realtà è la scena. L’androgino e alieno Ziggy, simbolo di una libertà sessuale totale, entra nell’immaginario idolatra di frotte di teenager inglesi. Le sue dichiarazioni in materia sessuale, sfruttando in ugual misura le reazioni scandalizzate dei benpensanti e l’approvazione adorante dei movimenti di liberazione sessuale, hanno un enorme riscontro pubblicitario.
La mostra ricrea, anche spazialmente, tale complessità. La celebrazione di un essere umano, della lunga carriera di un artista, diventa un ingresso improvviso nella molteplicità delle influenze culturali che hanno stimolato, consentito e prodotto le sue continue trasformazioni. Si entra in due gallerie in cui si è sommersi dal cinema, dalla letteratura, dalla musica, dal teatro, dalla tecnologia, dal design e dalla moda, dalle geografie mentali e terrene (Londra, New York, Los Angeles, Berlino), così come esplorati e vissuti da Bowie nelle doppie vesti di vorace fruitore e di partecipe creatore. E, attraversando questa vita straordinaria, qui e lì si incrociano nomi del calibro di Lou Reed, John Lennon, Brian Eno, Iggy Pop, Freddie Mercury, Mick Jagger, Lindsay Kemp, Andy Warhol, Kansai Yamamoto, Alexander McQueen, Natasha Korniloff, Nagisa Oshima, e un’infinità di altri.
Mentre nelle orecchie del visitatore scorre un audio che non è illustrativo, bensì una colonna sonora di voci e canzoni che accompagna l’esperienza, davanti ai suoi occhi si accumulano fotografie e giornali, decine di abiti e testimonianze di un’infinità di collaborazioni, libri e strumenti musicali, videoclip e testi autografi, illustrazioni grafiche e sequenze tratte dai film che lo vedono nei panni di attore. Perché la carriera cinematografica di Bowie fa invidia a quella molti attori puri. Dal cortometraggio The Image di Michael Armstrong del 1967 all’adattamento televisivo della BBC dell’opera di Bertolt Brecht Baal (1981), dalla pièce teatrale sulla triste storia di John Merrick The Elephant Man (1980) al fantastico re dei goblin di Labyrinth (1986), da Ponzio Pilato in The Last Temptation of Christ (1988) di Martin Scorsese fino al Nikola Tesla impersonato in The Prestige (2004) di Christopher Nolan.
La mostra, molto ricca senza essere eccessivamente ampia, tenta di concludere in varie declinazioni la frase sospesa del suo titolo David Bowie is…, facendo entrare il visitatore nel David Bowie Archive, in altre parole nel metamorfico immaginario di un artista straordinariamente fecondo e camaleontico. Tenta di riempire quel che sembra il vuoto contenitore di un nome. Un  percorso multisensoriale che va dalle origini piene di difficoltà e di strenuo desiderio di successo dell’adolescente londinese, fino all’apoteosi, anche volumetrica, dell’artista nel salone centrale, per concludere con un accenno alle influenze su altri artisti. Connesso alla mostra c’è anche un calendario di eventi, conferenze, incontri e workshop sulla figura di Bowie. E se nell’attesa del proprio turno di ingresso o subito dopo l’esplorazione dell’immaginario di quasi un cinquantennio di cultura occidentale ci si concede un cream tea nel Cafè del V&A, allora l’esperienza può dirsi assolutamente perfetta.

I

BEVILACQUA, ECONOMIA DELLA GLOBALIZZAZIONE 3

15 Giu

 

Sulla base di importanti elaborazioni analitiche, l’atteggiamento di favore, teorico e pratico, nei confronti delle imprese pubbliche è rapidamente cambiato: a partire dagli anni Ottanta, in tutti i Paesi sviluppati e in via di sviluppo, è stato quindi avviato un importante processo di privatizzazione che ha fortemente ridotto l’area di proprietà pubblica. Si è in primo luogo sostenuto che la situazione di monopolio naturale era relativamente circoscritta e certamente non riconoscibile nell’intera filiera produttiva: in particolare nel settore elettrico la produzione e la vendita all’ingrosso si potevano svolgere in un quadro concorrenziale, mentre il monopolio poteva essere riconosciuto nella fase della trasmissione ed eventualmente in quella della distribuzione. Da qui sono derivati i numerosi interventi finalizzati alla liberalizzazione dei settori potenzialmente competitivi e alla disintegrazione verticale della filiera produttiva, fino a quel momento facente capo a una sola impresa.
 
È stato inoltre affermato che la proprietà pubblica era, in quanto tale, tendenzialmente inefficiente o comunque meno efficiente di quella privata. Alla luce di queste considerazioni si è dato avvio a importanti processi di modificazione degli assetti proprietari, con il passaggio di quote azionarie, anche se non sempre del controllo, a operatori privati. Il permanere di fasi di monopolio naturale, per es. nella fase di trasmissione o per ‘l’ultimo miglio’, e il riconoscimento che l’attivazione di un meccanismo di mercato effettivamente concorrenziale avrebbe richiesto del tempo, sempre se realizzabile, hanno tuttavia portato all’introduzione universale di autorità di controllo e di regolazione del comportamento degli operatori ormai svincolati dal riferimento pubblico. Le autorità fissano in particolare l’evoluzione dei prezzi, utilizzando opportuni meccanismi d’incentivazione all’efficienza. È stato infine sostenuto che solo nei meccanismi di mercato le imprese avrebbero trovato la spinta a sviluppare la capacità produttiva sulla base di corretti criteri di razionalità economica, evitando le suggestioni programmatorie proprie delle imprese pubbliche controllate dal potere politico.
 
Il processo di riorganizzazione produttiva e di ridefinizione degli assetti proprietari delle imprese di pubblica utilità è ancora in corso, con la conseguenza che non è facile fornirne una valutazione compiuta.
 
Per alcuni settori, come le telecomunicazioni, l’evoluzione tecnologica ha portato al superamento di molte delle barriere preesistenti con la creazione di contesti ragionevolmente concorrenziali. In altri settori (per es., elettricità e gas) la formazione di strutture concorrenziali è ancora relativamente circoscritta, essendosi anzi manifestati fenomeni di concentrazioni trans-nazionali (a forte carattere monopolistico), giustificati forse in presenza di un’efficiente autorità di controllo sovranazionale, quale potrà essere l’Unione Europea, ma in altri casi potenzialmente pericolosi per gli interessi strategici dei singoli Paesi. Tutto ciò ha rallentato in molti casi il completamento dei processi di privatizzazione e i tentativi di liberalizzazione.
 
In ogni caso, non sono sorti rapidamente quei mercati concorrenziali che all’inizio del processo di privatizzazione si ritenevano realizzabili in tempi brevi. Il ruolo delle autorità di regolazione (di emanazione politica) continua a ricoprire un ruolo essenziale e sembra destinato a protrarsi nel tempo, con tutti gli aspetti problematici riconducibili ai problemi di acquisizione e di elaborazione delle informazioni da parte di queste autorità. Sia pure in forma diversa rispetto al passato, il ruolo dello Stato continua a essere importante, e lo sarà ancora di più in futuro se si dimostrerà che imprese private operanti in settori a carattere fortemente monopolistico non hanno adeguati incentivi allo sviluppo della loro capacità produttiva e all’innovazione (Guthrie 2006).
 
Attraverso un processo secolare si è formato in tutti i Paesi un insieme di norme che regolano il mercato del lavoro. Si possono distinguere norme finalizzate alla salvaguardia dell’integrità fisica del lavoratore da norme che proteggono il prestatore di lavoro da comportamenti arbitrari del datore di lavoro, impedendo in particolare il licenziamento immotivato. Infine, per garantire un tendenziale equilibrio di potere contrattuale fra le parti sociali, è stata affermata la centralità della contrattazione collettiva.
 
Alla base di questa complessa costruzione si possono riconoscere importanti ispirazioni teoriche. In primo luogo, vale un principio di democrazia sostanziale, per il quale il lavoratore non è semplicemente una merce, ma piuttosto un cittadino. Nelle parole di Karl Polanyi, «la presunta merce ‘forza-lavoro’ non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare» (The great transformation, 1944; trad. it. 1974, p. 94).
 
Nelle impostazioni keynesiane, che valutano in termini problematici le capacità di autoregolazione dei sistemi capitalistici, è stata sempre sottolineata l’importanza di politiche economiche capaci di garantire un’equilibrata distribuzione del reddito fra le parti sociali, vista come presupposto per il mantenimento della domanda aggregata a livelli appropriati. I processi di contrattazione collettiva costituiscono un elemento essenziale delle cosiddette politiche dei redditi, a cui si è fatto ampio riferimento nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale per garantire una crescita elevata in un contesto non inflazionistico.
 
I sistemi di regolazione del mercato del lavoro appena descritti sono stati radicalmente posti in discussione a partire dagli anni Ottanta su linee analoghe a quelle che hanno portato alla privatizzazione delle pubbliche utilità. I regimi di protezione del lavoro, opportunamente classificati, sono stati considerati causa di inefficienza economica, poiché allontanano i sistemi dalla piena occupazione o favoriscono la formazione di rendite a favore di coloro che erano già occupati. Il potere dei sindacati doveva essere circoscritto, in quanto nella generalità dei casi le associazioni dei lavoratori si sono rivelate fattori di distorsione e non di equilibrio dei rapporti contrattuali (salvo il caso di un loro coinvolgimento istituzionale nelle politiche di contenimento della dinamica salariale). Più in generale, le politiche economiche in molti Paesi hanno promosso mercati del lavoro flessibili, con un evidente e immediato richiamo alle più elementari formulazioni del modello concorrenziale (Artoni, D’Antoni, Del Conte, Liebman 2006).
 
Il tutto trova una sintesi nelle posizioni delle organizzazioni internazionali, in particolare l’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), che sostengono che le performances economiche mi-gliori sono associate positivamente alla liberalizzazione del mercato del lavoro: quanto più rigido è il mercato del lavoro, tanto peggiori sono i tassi di crescita o i tassi di occupazione. Questa valutazione dev’essere accolta con cautela. L’evidenza empirica non è univocamente interpretabile, dovendosi comunque sviluppare ricerche più articolate: è stato infatti osservato che la liberalizzazione del mercato del lavoro ha portato alla coesistenza di due modalità contrattuali, a tempo determinato e tempo indeterminato. È dubbio, nell’opinione di Olivier J. Blanchard (2005, p. 32), che tutto ciò abbia portato alla diminuzione della disoccupazione; è peraltro certo che è stato creato un mercato del lavoro duale con lavoratori protetti, da un lato, e lavoratori marginali e scarsamente tutelati, dall’altro.
 
È evidente che l’accettazione della visione liberista del funzionamento del mercato del lavoro porta a definire un ruolo dello Stato molto circoscritto, di fatto quasi assistenziale, per i lavoratori che si trovano disoccupati come conseguenza di frizioni nel processo di riallocazione della forza lavoro. Recentemente sono tuttavia emerse, o riemerse, visioni differenti da quelle dominanti negli ultimi vent’anni. Sembra ormai acquisito che il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro, con l’associato indebolimento delle rappresentanze sindacali, abbia prodotto un forte spostamento nella distribuzione funzionale del reddito. Gli effetti negativi sulla dinamica della domanda aggregata in certi Paesi, come l’Italia, sono evidenti e si traducono in tassi di crescita complessivi molto ridotti.
 
In altri Paesi la modifica della distribuzione dei redditi è stata compensata, come già osservato, da un forte indebitamento delle famiglie, che ha per alcuni anni sostenuto la domanda di consumi privati e quindi la crescita del prodotto interno: questa compensazione, come dimostrano in modo evidente gli eventi del 2007-08, non può tuttavia essere protratta oltre un certo limite. In altri termini, la forte crescita relativa delle economie dei Paesi anglosassoni nell’ultimo decennio, più che alle conseguenze della flessibilizzazione del mercato del lavoro, sembra essere il frutto, appunto, dell’indebitamento e della caduta della propensione al risparmio delle famiglie.
 
Stanno poi emergendo le preoccupazioni sugli effetti sociali della precarizzazione dei rapporti di lavoro, che coinvolge anche le classi medie, in un quadro interpretativo prefigurato dalla precedente citazione di Polanyi. In questo contesto, il ruolo regolatore dello Stato torna a essere necessariamente più pregnante di quanto non si pensasse solo alcuni anni fa.
 
Adottando una rappresentazione schematica, possiamo affermare che i sistemi tributari si fondano su un’imposta personale progressiva più o meno strettamente integrata con l’imposta societaria; una o più imposte sul patrimonio, sia ricorrenti sulla proprietà immobiliare, sia saltuarie sui trasferimenti di ricchezza per donazione e successione; un’imposta generale sulle vendite applicata ai consumi, oltre ad accise su particolari beni e servizi. Il prelievo obbligatorio è poi completato dai contributi sociali (oppure da imposte introdotte in loro sostituzione) destinati al finanziamento delle prestazioni sociali.
 
Ovviamente, anche all’interno di una struttura sostanzialmente omogenea, le possibili articolazioni dei singoli istituti possono portare a risultati molto diversi in termini di livello del gettito o di distribu-zione del carico tributario. In questa sede, per la sua rilevanza, conviene soffermarsi sulle principali caratteristiche dell’imposizione personale, così come si è configurata negli ultimi anni, sia per autonoma determinazione dei singoli Paesi, sia come conseguenza ne-cessaria della comune evoluzione economica.
 
L’imposta personale sul reddito si caratterizza, in primo luogo, per i criteri di determinazione della base imponibile. La letteratura economica distingue tre possibili basi imponibili. Quando si adotta il concetto di reddito prodotto, sono oggetto di tassazione solo le remunerazioni dei fattori produttivi (salari, rendite, profitti o interessi). In una seconda accezione, la base imponibile è costituita da tutte le entrate afferenti al contribuente, incluse anche le plusvalenze patrimoniali. Infine, oggetto di tassazione personale può essere la spesa per consumo effettuata nel periodo d’imposta, venendosi pertanto a escludere dalla tassazione il risparmio, oltre che le plusvalenze non destinate al finanziamento del consumo.
 
Se la tassazione personale sulla base del reddito prodotto costituisce la forma più antica, la tassazione che si richiama al reddito entrata è invece tipica dei Paesi con mercati finanziari evoluti. La tassazione fondata sul reddito consumo ha trovato solo parziale applicazione, anche se rappresenta il modello cui, in qualche modo, tendono molti sistemi tributari.
 
Il riferimento a modelli compiuti, se utile a fini classificatori, può spesso allontanare da una corretta lettura della realtà. Anche in Paesi come l’Italia, l’applicazione del criterio del reddito prodotto ha trovato sempre fortissime attenuazioni nel momento della tassazione dei redditi di capitale, che sono sempre stati in larga misura sottratti all’applicazione dell’imposta personale e fatti oggetto di tassazione con aliquote ridotte (oggi in Italia l’aliquota tipica è pari al 12,5%). È ragionevole definire un’imposta così configurata, più che un’imposta sul reddito complessivo, un’imposta sui redditi di lavoro dipendente.
 
Anche i Paesi anglosassoni, che sulla base del reddito entrata avrebbero dovuto tassare in sede d’imposta personale, oltre che i redditi di capitale, anche le plusvalenze, si sono fortemente avvicinati a un’imposta personale progressiva applicata essenzialmente ai redditi di lavoro; sono state infatti introdotte tali e tante eccezioni alla tassazione onnicomprensiva che, anche per questi Paesi, si può ragionevolmente parlare di una wage tax associata a una tassazione molto contenuta, non lontana da quella italiana, dei redditi di capitale afferenti alle persone fisiche. L’omogeneità tra i due modelli di sistema tributario descritti può essere intuita dal fatto che il gettito dell’imposizione diretta è nell’area euro pari al 12,2% del prodotto interno, contro il 12,8% degli Stati Uniti; l’Italia si segnala per un gettito relativamente più elevato, pari al 14,5%, dato il livello relativamente elevato delle aliquote effettive sugli scaglioni di reddito più bassi.
 
La tassazione personale del consumo, se è stata finora quasi esclusivamente applicata attraverso l’esenzione dall’imposta degli accantonamenti previdenziali, ha trovato un forte sostegno teorico in quanto è l’unico sistema d’imposizione personale in grado di evitare la doppia tassazione del risparmio (prima, nel momento della formazione del reddito, poi, nella percezione dei frutti). Da questo punto di vista la tassazione sulla base del ‘reddito consumo’ è compatibile con politiche favorevoli all’accumulazione di capitale e quindi con la crescita economica.
 
Risulta evidente che la capacità redistributiva di un’imposta, che tassi in misura molto contenuta i redditi di capitale o le plusvalenze, in particolare quelle mobiliari, e che esenti per importi consistenti alcune forme d’impiego del risparmio, è molto limitata. La redistribuzione avviene solo all’interno dei redditi di lavoro e il grado di redistribuzione desiderata dalla collettività è raggiunto solo a condizione che, a monte, non operino meccanismi di definizione dei differenziali salariali tra diversi individui che anticipino e scontino la progressività dell’imposizione.
 
Il grado di progressività dell’imposta personale, sia pure circoscritta ai redditi di lavoro, è stato ulteriormente attenuato dalla riduzione delle aliquote marginali applicate agli scaglioni più elevati, scesi dal 70% riscontrabile in molti Paesi negli anni Ottanta a circa il 40% attualmente predominante. Considerazioni di equità (l’imposta si applica solo su poche tipologie di reddito) e di incentivo, riconducibili alle analisi empiriche, peraltro non concordanti, sull’elasticità dell’offerta di lavoro alle variazioni della remunerazione netta, spiegano il processo quasi universale di riduzione delle aliquote marginali.
 
In concorso con la complessiva evoluzione economica, l’erosione della base imponibile e la riduzione delle aliquote marginali più alte dell’imposta personale – la componente più redistributiva di tutti i sistemi tributari – hanno contribuito in molti Paesi ad aumentare l’indice di Gini (che misura la concentrazione nella distribuzione del reddito). Su questa evoluzione ha peraltro influito, o forse ne è stata all’origine, la piena liberalizzazione dei movimenti di capitale, senza che parallelamente si sviluppassero efficaci forme di cooperazione internazionale per il reperimento di materia imponibile. La difficoltà di tassazione delle basi imponibili mobili, quali sono tipicamente i redditi di capitale, associata all’esigenza di salvaguardare gli equilibri dei bilanci pubblici, ha determinato l’inasprimento del peso relativo delle imposte gravanti sui redditi di lavoro. Oggi il capitale sconta un prelievo medio effettivo del 24% e il lavoro è gravato da un’aliquota media effettiva pari a quasi il 38%.
 
Si deve infine osservare che le imposte patrimoniali (in particolare sotto forma di imposte sulle successioni e donazioni), cui i riformatori di tutti i tempi avevano attribuito un ruolo potenzialmente importante per colpire le fortune immeritate a vantaggio di quelle meritate e per contrastare la concentrazione delle ricchezze, si sono rivelate ovunque assolutamente inefficaci, al punto di essere abolite in molti Paesi.
 
Il ruolo dello Stato in materia tributaria all’inizio del 21° sec. non può quindi prescindere dai due elementi che abbiamo cercato di evidenziare: erosione tecnica della capacità redistributiva del sistema tributario e limitazione della sovranità nazionale, sotto forma di impossibilità di controllare la localizzazione delle basi imponibili mobili. Questa situazione permarrà fino a quando non si formerà una struttura sovranazionale dotata di poteri adeguati. Le scelte effettivamente aperte ai singoli Stati sono strettamente collegate alla configurazione del sistema di protezione sociale, essendo ineludibile il collegamento fra il livello del gettito tributario, di cui le imposte personali costituiscono una componente essenziale, e l’estensione della spesa pubblica, di cui le spese per la protezione sociale costituiscono la componente più importante. In tutti i Paesi in cui imposte e spese sono elevate, si realizza uno scambio fra la disponibilità di servizi sociali qualificati e il pagamento attraverso la fiscalità generale di questi servizi: data la concentrazione non solo del carico fiscale ma anche delle prestazioni sulle classi medie, gli effetti redistributivi, nell’arco di vita di una persona, sono relativamente limitati. Quando invece la pressione fiscale è bassa e la spesa sociale di diretta competenza delle pubbliche amministrazioni è contenuta, l’accesso ai servizi sociali fondamentali (sanità, previdenza, istruzione) deve trovare un riferimento nel rapporto di lavoro o nei contratti individuali e un sostegno in agevolazioni fiscali, in alcuni casi particolarmente generose. In altra parte di questo saggio abbiamo già visto gli effetti in termini di universalismo e di realizzazione dei diritti di cittadinanza delle diverse tipologie di welfare state. Qui possiamo sottolineare come questa seconda modalità di garanzia dei servizi sociali sia con tutta probabilità più regressiva della precedente (Lindert 2004).
 
Il processo decisionale in materia di bilancio rappresenta la sede di discussione e individuazione delle priorità di politica economica e di successiva deliberazione delle modalità di intervento nelle varie aree precedentemente discusse. La legge di bilancio e i documenti a essa associati incarnano e definiscono, infatti, gli indirizzi che l’operatore pubblico intende imprimere alla sua azione.
 
Con l’espandersi del ruolo dello Stato nell’economia che si è verificato, anche se con diversa intensità, in tutti i Paesi industrializzati, si è posta la questione della compatibilità tra i meccanismi di scelta e di decisione delle politiche pubbliche e la crescita controllata ed equilibrata di spese ed entrate, nel rispetto di compatibilità macroeconomiche. Una pressione fiscale eccessiva potrebbe porre problemi di incentivo all’offerta di lavoro e al risparmio. Livelli elevati di spesa pubblica possono spiazzare la spesa privata e, se non accompagnati da un adeguato aumento delle entrate, comportano squilibri di bilancio che impongono emissione di debito. La crescita del debito genera questioni di equità, sia intragenerazionale, sia intergenerazionale: un debito crescente si associa in genere a tassi di interesse crescenti, che ridistribuiscono risorse tra chi presta e chi prende a prestito e trasferisce sulle generazioni future il carico legato a eventuali manovre di risanamento. Un debito elevato può inoltre essere fonte di instabilità finanziaria nel momento in cui si verifichino crisi di fiducia sulla capacità da parte dello Stato di ricondurre le grandezze di bilancio su un sentiero equilibrato.
 
Il contesto in cui vengono prese le decisioni, ossia gli aspetti procedurali che caratterizzano e in cui si inseriscono le scelte di bilancio, sono visti come un primo e imprescindibile elemento a garanzia di una gestione ordinata della finanza pubblica. Tutte le normative nazionali prevedono regole per la definizione degli obiettivi e per l’implementazione delle politiche di bilancio, distribuendo a documenti o leggi differenti il compito di delineare e attuare le manovre sugli aggregati di finanza pubblica. A partire dalla fine degli anni Ottanta, gli squilibri di finanza pubblica, che cominciavano a manifestarsi in alcuni Paesi, e il processo di costituzione di una unione monetaria in Europa hanno portato al centro del dibattito sulle procedure di bilancio il tema del rafforzamento della disciplina fiscale e dell’individuazione degli strumenti appropriati con i quali conseguirla. L’introduzione di regole costituzionali in materia di finanza pubblica, l’applicazione di procedure automatiche per il controllo dei disavanzi e l’individuazione di obiettivi sui saldi di bilancio e sul debito a livello sovranazionale costituiscono i principali strumenti discussi o implementati come fattori di garanzia di scelte responsabili in materia di finanza pubblica. Norme costituzionali e procedure automatiche (quali quelle contemplate a metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti dalla legge Gramm-Rudman-Hollings, che prevedeva un percorso di rientro dagli squilibri di finanza pubblica caratterizzato da progressive riduzioni del deficit federale, fino a un suo azzeramento su un orizzonte temporale definito) vengono considerate come forme di limitazione della discrezionalità politica che potrebbe generare risultati non desiderabili per l’economia nel suo complesso. L’avversione nei confronti della discrezionalità e la preferenza per le regole trovano il loro fondamento teorico nella letteratura sull’incoerenza temporale delle politiche ottimali. L’individuazione di vincoli sovranazionali all’autonomia nazionale in materia fiscale è riconducibile alle esternalità negative generate da politiche di bilancio scarsamente disciplinate nei Paesi membri di una Unione che condivide una politica monetaria unica.
 
Senza entrare nella discussione teorica su come qualificare il grado di disciplina di una determinata politica di bilancio, nel Trattato di Maastricht approvato nel 1992 il concetto di finanze pubbliche sane è stato incarnato dall’individuazione di un limite massimo al disavanzo complessivo (3% del PIL) e al debito pubblico (60% del PIL). L’obiettivo è stato reso ancora più ambizioso con il Patto di stabilità e crescita, che nel 1997 ha da un lato individuato la procedura con cui imporre una correzione ai Paesi che siano incorsi in disavanzi eccessivi, dall’altro ha richiesto che il bilancio sia in pareggio o in surplus nel medio periodo. Il mancato adeguamento da parte di Francia e Germania alla procedura formale prevista dal Patto in caso di disavanzi eccessivi ha portato a una revisione ulteriore del Patto stesso nel 2005, nella direzione di una maggiore flessibilità e considerazione delle condizioni delle economie locali.
 
L’esperienza di controllo delle finanze pubbliche nazionali, evidenziata dalle vicende che hanno caratterizzato l’introduzione del Trattato di Maastricht e la sua implementazione tramite il Patto di stabilità e crescita, sottolinea l’importanza della reciproca influenza tra andamento dell’economia e risultati di bilancio. I saldi di bilancio sono grandezze endogene il cui valore dipende strettamente dal quadro macroeconomico. Questo rappresenta il condizionamento principale e ineliminabile cui è subordinato il ricorso a regole rigide quale strumento di controllo degli aggregati di finanza pubblica. In quest’ottica possiamo leggere la difficoltà di individuazione di regole costituzionali come strumento di disciplina delle politiche di bilancio. La nostra Costituzione è forse l’unica che prescriva, all’art. 81, un obbligo di copertura che, se rigidamente interpretato, vieta l’indebitamento per le spese di parte corrente. Più che imporre un limite quantitativo prestabilito, la Costituzione suggerisce una metodologia decisionale che dovrebbe garantire un’assunzione di responsabilità da parte del decisore in materia di politica di bilancio.
 
La semplicità dell’individuazione di un limite numerico a un saldo di bilancio si è accompagnata, nei fatti, all’individuazione di condizioni cui subordinare il rispetto del vincolo. Queste condizioni riguardano sia il contesto economico in cui l’obiettivo deve essere raggiunto, sia le voci di entrata e spesa su cui è maggiormente opportuno operare, sia le componenti di spesa che dovrebbero sfuggire alle limitazioni, quali, per es., le spese in conto capitale. Il pareggio di bilancio sarebbe richiesto per le spese in conto corrente, mentre l’indebitamento sarebbe ammesso per le spese per investimento (la golden rule come adottata nel Regno Unito). Più in generale, non è corretto considerare la politica di bilancio come un fatto puramente finanziario interamente governabile con la selezione di obiettivi numerici: è piuttosto l’espressione di scelte sull’assetto istituzionale che si vuole dare all’intervento dello Stato nell’economia.
 
Questa considerazione diventa ancora più stringente quando, invece di considerare vincoli sui saldi di bilancio, si considerino vincoli alternativamente sulla spesa pubblica o sulla pressione fiscale. Un limite sul livello della spesa pubblica (o della sua crescita, come sperimentato nel Regno Unito e, con qualche tentativo di emulazione, nel nostro Paese) genera distorsioni nella sua composizione, secondo il diverso grado di comprimibilità o rigidità delle diverse voci. Le spese che hanno destinazione individuale diretta (le pensioni, gli ammortizzatori sociali) o la spesa per interessi dipendono dall’acquisizione di un diritto soggettivo. Anche escludendo, necessariamente, queste componenti dal vincolo alla crescita, un limite così strutturato, soprattutto se omogeneo tra varie categorie di spesa, impone una rinuncia a definire le priorità tra i diversi interventi.
 
Dalla esposizione risulta evidente che ogni tentativo di definizione del ruolo dello Stato nel contesto attuale presenta ineliminabili elementi d’indeterminatezza. La lettura del funzionamento del sistema economico, visto nella sua capacità autonoma di produrre risultati ottimali, predetermina in buona misura le indicazioni istituzionali e le proposte di politica economica.
 
Estraendo alcuni spunti interpretativi dalla nostra analisi, possono tuttavia essere colti alcuni dubbi o alcune incertezze, frutto dell’esperienza dell’ultimo decennio, che rendono meno assertive le tesi liberiste progressivamente accumulatesi nel corso dell’ultimo quarto del secolo scorso.
 
Il funzionamento dei meccanismi assicurativi privati, visti come sostitutivi dei sistemi pubblici di protezione sociale, lasciano aperti importanti problemi di accesso e di garanzia contro rischi individualmente incontrollabili, non solo per i ceti più poveri, ma anche per le classi medie. Sotto questo aspetto il ruolo dello Stato non sembra essere significativamente circoscrivibile: lo testimoniano il dibattito negli Stati Uniti sull’introduzione di un sistema sanitario obbligatorio e la mancata realizzazione di progetti di delimitazione del sistema pensionistico pubblico. Nella sfera sociale, il ruolo dello Stato richiede un controllo finanziario ed economico della dinamica delle prestazioni alla luce delle prevedibili tendenze demografiche, ma in un contesto di salvaguardia sostanziale dei principi ispiratori dello Stato sociale.
 
Le tesi concorrenziali a sostegno delle politiche di privatizzazione hanno portato molto spesso alla formazione di monopoli privati, con la creazione, in alcuni casi, di imprese operanti su scala sovranazionale. Oggi, in settori cruciali dell’attività economica, il ruolo dello Stato è certamente diverso rispetto al passato, ma non per questo meno pregnante. È ragionevole affermare che si è alla ricerca di nuovi equilibri.
 
Analogamente, la flessibilizzazione delle regole del mercato del lavoro, con l’implicita assimilazione del lavoro a una normale merce, lungi dal produrre assetti armoniosi, ha concorso a innescare importanti processi di concentrazione nella distribuzione del reddito. Conseguentemente, stanno emergendo importanti problemi di coesione sociale, con l’effetto di rendere meno accettabili nell’opinione comune i processi di integrazione economica su scala internazionale, che sono stati una caratteristica importante e positiva della storia economica degli ultimi decenni. Anche in questo caso non sembra che il ruolo dello Stato, nella sua funzione regolatoria, possa essere marginalizzato nei termini previsti solo alcuni anni fa.
 
Infine, un fattore potentemente innovatore, all’interno dei singoli Stati e nei rapporti internazionali, è costituito dal ridimensionamento della sovranità nazionale in materia tributaria e in materia di individuazione degli obiettivi generali delle politiche di bilancio. Anche se qualcuno considera la perdita della potestà impositiva nazionale sui redditi di capitale un intelligente strumento per indurre la riduzione della spesa pubblica, è certo che un processo così oscuro o così poco trasparente corre il rischio di compromettere gli equilibri sociali fin qui accettati. Allo stesso modo, la fissazione di saldi obiettivo a livello comunitario se, in linea di principio, contribuisce a definire una gestione più disciplinata delle politiche fiscali, si accompagna in realtà con problemi di applicazione effettiva delle norme che dovrebbero regolare la buona gestione della finanza pubblica in tutti i casi in cui l’evoluzione macroeconomica non risultasse favorevole. La storia della nostra finanza pubblica negli anni Settanta per molti versi insegna. Anche in questo caso si può, o si deve, individuare un ruolo dello Stato innovativo rispetto al passato, in quanto necessariamente collocato in un contesto sovranazionale.
 
 
Nelle società sviluppate, ha scritto Ada Zanardo, i sistemi fiscali, cioè l’insieme dei prelievi obbligatori imposti dai diversi livelli di governo ai propri cittadini-contribuenti, perseguono una molteplicità di obiettivi. La principale (e, sino a qualche tempo fa, unica) funzione delle imposte è quella di assicurare ai governi le risorse necessarie per finanziare le spese pubbliche, quale alternativa preferibile ad altri strumenti socialmente ed economicamente più costosi, come l’alienazione dei cespiti patrimoniali, l’indebitamento, l’emissione di moneta. Inoltre, i sistemi fiscali affiancano i programmi di spesa pubblica (v. stato sociale) e gli interventi di regolamentazione (v. privatizzazione e regolamentazione) per perseguire direttamente gli obiettivi delle politiche pubbliche in ambito economico, che, secondo la tradizionale classificazione musgraviana, possono essere ricondotti a tre aree fondamentali: stabilizzazione, allocazione e ridistribuzione. In questo senso, il livello complessivo delle imposte, la loro composizione, nonché il disegno dei singoli strumenti fiscali, possono essere innanzitutto determinati dall’obiettivo di stabilizzare il livello dell’occupazione, dei prezzi o della bilancia dei pagamenti di un paese. Mediante le imposte, i governi cercano poi di modificare la distribuzione originaria del reddito e della ricchezza tra individui/famiglie o tra fattori produttivi quando sia ritenuta non coerente con i principî equitativi prevalenti (v. reddito, distribuzione del). Infine, il disegno dei sistemi fiscali dipende dagli effetti allocativi delle imposte: in generale, quasi tutte hanno un qualche effetto sull’allocazione delle risorse e producono un costo economico per la collettività. Ne consegue che un obiettivo della tassazione è quello di ridurre al minimo questi costi, ma talvolta anche quello di favorire certi comportamenti ritenuti desiderabili da parte dei soggetti economici (come la formazione del risparmio o l’attivazione di investimenti a sostegno della crescita), o di disincentivarne altri (quali la produzione di esternalità negative, come l’inquinamento, o consumi negativamente valutati dalla collettività, come l’alcolismo).
 
La molteplicità degli obiettivi di cui un sistema fiscale viene caricato e il suo essere al centro di processi decisionali complessi, in cui considerazioni economiche si confrontano con valori politici ed esigenze sociali, rende relativamente difficile evidenziare quali dovrebbero essere, nella prospettiva di un economista, i requisiti di una struttura fiscale desiderabile. Richard A. Musgrave così li sintetizza: “la distribuzione del carico fiscale dovrebbe essere equa […]; le imposte dovrebbero essere scelte in modo da minimizzare le interferenze con le decisioni economiche in mercati che, in assenza di tassazione, sarebbero efficienti […]; dove si ricorre alla politica tributaria per perseguire altri obiettivi, per esempio garantire adeguati incentivi agli investimenti, ciò dovrebbe essere fatto in modo tale da minimizzare le interferenze con le finalità equitative; la struttura delle imposte dovrebbe facilitare l’utilizzo della politica fiscale per gli obiettivi di stabilizzazione e crescita economica; il sistema fiscale dovrebbe consentire una gestione delle imposte imparziale, obiettiva e comprensibile per il contribuente; i costi di amministrazione e di adempimento dovrebbero essere il più possibile contenuti compatibilmente con gli altri obiettivi” (v. Musgrave e Musgrave, 19844, p. 225). Tuttavia, chi si accinga a utilizzare questi (e altri) criteri per valutare l’ottimalità di un sistema fiscale si troverà spesso di fronte a obiettivi tra loro almeno parzialmente confliggenti, con la conseguente necessità di ripiegare su soluzioni di compromesso. Così l’equità può richiedere complessità amministrativa e può interferire con la neutralità allocativa, oppure un uso della tassazione quale incentivo per comportamenti desiderabili può indebolire le finalità ridistributive.
 
Il rilievo attribuito ai diversi obiettivi di politica fiscale – e conseguentemente la loro priorità nella ricerca delle soluzioni ottimali per i sistemi fiscali – si è evoluto nel tempo con lo sviluppo della riflessione teorica sulle modalità dell’intervento pubblico e con il mutare delle caratteristiche strutturali dei sistemi economici su cui la fiscalità interviene. A partire da queste considerazioni, ripercorreremo l’evoluzione dei sistemi fiscali nei maggiori paesi industrializzati dagli anni ottanta al presente, evidenziando le tendenze fondamentali seguite nei processi di riforma, le sottostanti ispirazioni derivanti dalla letteratura economica in tema di tassazione, nonché le maggiori questioni aperte per il futuro.
 
Una valutazione di sintesi delle recenti tendenze registrate dai sistemi fiscali può essere ricavata osservando innanzitutto l’andamento della pressione fiscale, cioè il rapporto tra il totale dei prelievi fiscali (imposte, tasse e contributi sociali) e il PIL (Prodotto Interno Lordo). Pur trattandosi di un indicatore assai approssimativo – il cui valore dipende tra l’altro da specificità istituzionali quali, ad esempio, la previsione o meno di sottoporre a tassazione i trasferimenti pubblici a favore delle famiglie, o la combinazione tra agevolazioni fiscali e sussidi diretti scelta dal governo per attuare la propria politica ridistributiva (v. OECD, Tax burdens…, 2000) – la pressione fiscale offre alcune indicazioni fondamentali circa la dimensione del carico fiscale complessivo sull’economia.
 
A partire dall’inizio degli anni ottanta, l’insieme dei paesi dell’area OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, od OECD, Organisation for Economic Co-operation and Development) ha registrato un consistente e sostanzialmente ininterrotto incremento della pressione fiscale (circa 5 punti percentuali). Questa evoluzione è stata ancor più marcata nell’aggregato dell’Europa dei 15 che, oltretutto, già all’inizio degli anni ottanta segnava una pressione fiscale di quasi 5 punti percentuali superiore a quella dell’area OCSE. Certamente la crescita del prelievo fiscale ha avuto come causa fondamentale l’ampliamento, in termini di copertura e di generosità delle prestazioni, dei sistemi di welfare nazionali (già a partire dalla metà degli anni sessanta) e le conseguenti necessità di finanziamento soddisfatte soprattutto mediante prelievi sul lavoro (imposta sul reddito personale e contributi sociali). Gli sforzi di consolidamento fiscale richiesti dal percorso verso la moneta unica hanno poi esercitato, limitatamente ai paesi dell’Unione Europea (UE) e a partire dagli anni novanta, ulteriori pressioni verso l’alto sul prelievo fiscale. La spinta prevalente nella crescita del livello della tassazione, tuttavia, nell’ultimo decennio è stata assicurata non più dalle imposte sul reddito personale e dai contributi sociali, ma dalle imposte sulle società e, in misura minore, dalle imposte indirette.
 
Il periodo più recente mostra qualche debole segno di inversione di tendenza. Già a partire dalla seconda metà degli anni novanta molti paesi hanno adottato politiche di riduzione delle aliquote fiscali delle imposte sui redditi personali e sui profitti societari, politiche che tuttavia non si sono tradotte in una significativa decelerazione nella crescita del prelievo a causa della sostenuta crescita economica. Solo la recente congiuntura negativa ha frenato la corsa del prelievo fiscale, che ha registrato tra il 2000 e il 2001 una contrazione in gran parte dei paesi dell’OCSE.
 
Questi andamenti generali sottendono tuttavia situazioni fortemente differenziate a livello nazionale, che riflettono i diversi atteggiamenti riguardo all’ampiezza dell’intervento pubblico, le diverse caratteristiche strutturali delle economie e le specificità delle politiche tributarie condotte nei vari paesi. Negli Stati Uniti il prelievo complessivo si è mantenuto pressoché invariato ai livelli assai bassi di 20 anni fa (25% contro 32% della media OCSE), con qualche segno di crescita più marcata soltanto nell’ultimo scorcio degli anni novanta. In Giappone la pressione fiscale è cresciuta negli anni ottanta a partire da livelli ancor più bassi di quelli statunitensi, per poi contrarsi nuovamente nel decennio successivo in conseguenza delle politiche di detassazione adottate dal governo per sostenere il rilancio dell’economia nazionale. L’Italia, infine, tra i paesi dell’OCSE (insieme al gruppo dei paesi mediterranei, Grecia, Turchia, Spagna e Portogallo) è quello che ha sperimentato nel corso del ventennio 1980-2000 la più rapida crescita della pressione fiscale (quasi 12 punti percentuali), determinata soprattutto dalle esigenze di consolidamento fiscale imposte dalla scelta dell’integrazione europea.
 
Anche la composizione del prelievo complessivo per grandi tipologie di imposte è in qualche misura mutata nel corso del periodo. Nell’area OCSE, la quota delle imposte personali sul reddito, dopo essere cresciuta fortemente fino a metà degli anni settanta, è andata via via contraendosi, mentre è aumentato il peso relativo delle imposte sulle imprese e dei contributi sociali. Stabile è rimasta invece la quota attribuibile alle imposte sui consumi. L’Europa dei 15 registra analoghi andamenti, ma la forte dipendenza dai contributi sociali ha condotto a una riduzione del loro peso negli anni più recenti.
 
Le (poche) tendenze comuni evidenziate dai sistemi fiscali nazionali negli ultimi vent’anni non comportano necessariamente una convergenza di tali sistemi verso una comune struttura fiscale in termini di livello e composizione del prelievo. Ciò che infatti rileva per la convergenza tra paesi non è soltanto l’emergere di trends comuni, ma anche i differenti punti di partenza e le diverse velocità di evoluzione delle singole forme di prelievo. In questo senso, la crescente globalizzazione dei mercati e le pressioni della Commissione Europea per l’armonizzazione dei sistemi fiscali quale requisito essenziale per il rafforzamento del mercato unico (in particolare per il libero movimento di persone, merci e capitali) hanno effettivamente portato, a partire dagli anni ottanta, a una riduzione della dispersione dei livelli di pressione fiscale complessiva che caratterizzano i paesi europei (v. Messere, 2000). Pur in un quadro di generale aumento della pressione fiscale, questa tendenza alla convergenza trova in gran parte spiegazione nella vistosa crescita del carico fiscale registrata in questi anni dai paesi europei dell’area mediterranea (Italia, Spagna, Grecia), che ha fortemente avvicinato questi sistemi fiscali ai modelli a elevata tassazione prevalenti nell’Europa settentrionale.
 
A questa tendenza alla convergenza tra i vari paesi non corrisponde tuttavia un’analoga evoluzione della composizione del prelievo per tipologie di imposte. Tra i paesi dell’OCSE la dispersione delle quote delle imposte sui redditi personali sul totale del gettito sembra essere leggermente aumentata (ma diminuita tra i paesi dell’UE), così come non vi sono chiare evidenze di una riduzione delle distan-ze tra paesi nel peso relativo della tassazione dei consumi e dei contributi sociali. Al contrario, sotto la spinta della crescente mobilità internazionale delle società, che impone ai sistemi nazionali di uniformare i livelli di prelievo, dalla seconda metà degli anni ottanta si è assistito a una progressiva convergenza tra Stati Uniti (a partire da valori più elevati) e paesi europei (tra i quali anche l’Italia, a partire da valori più bassi), nella quota relativa della tassazione societaria sul prelievo complessivo, verso valori attorno al 9%.
 
Nel complesso, i sistemi fiscali nazionali presentano ancor oggi una grande varietà di configurazioni per livello e soprattutto per composizione del prelievo. Molti paesi dell’UE (Francia, Germania, Italia) si affidano maggiormente, rispetto alla media OCSE, ai contributi sociali e meno alle imposte personali sul reddito e alle imposte sui consumi. Al contrario, gli Stati Uniti fanno ricorso più alle imposte personali sul reddito e alle imposte patrimoniali che ai contributi sociali e alle imposte sui consumi. Il Giappone segue l’esempio statunitense per quanto riguarda le basse imposte sui consumi, ma si distingue anche per imposte personali sul reddito poco gravose, compensando i gettiti richiesti con contributi sociali e imposte sulle imprese relativamente più onerose rispetto alla media OCSE.
 
Va da sé che anche nell’ambito dei paesi dell’UE la pressione della concorrenza fiscale e gli sforzi di armonizzazione delle strutture di prelievo esercitati dalla Commissione Europea non sono stati finora in grado di realizzare le fondamenta di un ‘sistema fiscale europeo’ coerente con il funzionamento efficiente del mercato unico. In particolare, tra i sistemi fiscali europei sono ancor oggi chiaramente identificabili quattro gruppi distinti già evidenziati all’inizio degli anni ottanta (v. Bernardi, 2003): i paesi nordici, dove la pressione fiscale è elevata e sostenuta soprattutto dalle imposte sui redditi; i paesi dell’area renana (Francia e Germania), caratterizzati da un elevato prelievo fiscale che ricorre in misura peculiare ai contributi sociali; i paesi anglosassoni, dove il carico fiscale complessivo è al di sotto della media europea e particolarmente limitato è il ricorso ai contributi sociali; infine, il gruppo dei paesi mediterranei, che dopo la rilevantissima crescita della pressione fiscale sperimentata negli ultimi trent’anni già sopra richiamata, si sono avvicinati al modello renano, pur mantenendo un peso dei contributi sociali e della tassazione indiretta relativamente più contenuto.
 
I sistemi fiscali nazionali differiscono profondamente anche nella loro articolazione tra i diversi livelli di governo. Anche sotto questo profilo non sembra vada affermandosi un modello comune di decentramento fiscale né tra gli Stati federali né tra quelli unitari. Da un lato, a dispetto delle pressioni politiche per un maggiore decentramento, nel corso degli ultimi due decenni non si è assistito nella generalità dei paesi dell’OCSE a una significativa riattribuzione di risorse fiscali dal centro a favore dei governi subnazionali (un’eccezione rilevante è rappresentata, a partire dall’inizio dagli anni novanta, proprio dall’Italia). Dall’altro, le differenze tra paesi erano e permangono estremamente ampie, anche se in quelli a costituzione federale la quota di entrate fiscali attribuite ai governi subnazionali è in generale maggiore di quella che si registra tra i paesi unitari. Non mancano peraltro casi esattamente opposti, come il basso grado di decentramento dei poteri impositivi in Australia (Stato federale) rispetto a quello realizzato nei paesi scandinavi (Stati unitari).
 
Le statistiche consentono tuttavia di cogliere soltanto gli aspetti più generali dei processi di devoluzione fiscale in atto: non misurano l’effettivo grado di autonomia fiscale a livello decentrato, che dipende dal reale potere di determinazione e di amministrazione delle imposte attribuito ai governi locali (v. OECD, Taxing powers…, 1999). In molti paesi un’elevata quota di entrate fiscali assegnate ai governi subnazionali è infatti assicurata da compartecipazioni a tributi erariali su cui sono gli Stati centrali a esercitare pieno controllo.
 
 
Gli indicatori sintetici esaminati nel capitolo precedente permettono di cogliere solo parzialmente la complessità dell’evoluzione recente dei sistemi fiscali. Al di sotto delle tendenze quantitative, nei due ultimi decenni i sistemi fiscali dei maggiori paesi sono stati investiti da processi di riforma talvolta radicali e innovativi, in altri casi di mero aggiustamento rispetto ai mutamenti della struttura economica. Le scelte di politica tributaria che hanno ispirato queste riforme e gli elementi strutturali esterni che ne hanno sollecitato l’adozione e condizionato i risultati sono stati molteplici e spesso tra loro confliggenti. Possiamo identificare almeno due fondamentali fattori di cambiamento. Innanzitutto i processi di globalizzazione, di integrazione internazionale dei mercati e di liberalizzazione valutaria, che hanno favorito una maggiore mobilità dei fattori produttivi e delle merci con connessi guadagni in termini di allocazione efficiente delle risorse. Nello stesso tempo, tuttavia, tali processi hanno incentivato i singoli paesi a utilizzare in modo strategico e non coordinato le proprie variabili fiscali attraverso la continua e generalizzata riduzione delle aliquote sui redditi dotati di elevata mobilità internazionale, attivando in tal modo forme di concorrenza fiscale dannosa tra paesi (v. Keen, 1999; v. Wilson, 1999) che hanno effetti negativi sul benessere della collettività nel suo complesso e impongono adeguate forme di coordinamento a livello internazionale.
 
Un secondo fattore di cambiamento è stata, a partire dalla metà degli anni settanta, la priorità attribuita nel dibattito politico e teorico agli obiettivi di efficienza, neutralità e semplificazione dei sistemi tributari rispetto a quelli di equità e ridistribuzione dei redditi fino a quel momento prevalenti. Questo ribaltamento di priorità è collegato innanzitutto al rafforzamento, nell’ambito del dibattito accademico, delle posizioni della nuova macroeconomia classica (in particolare di Robert E. Lucas e Thomas J. Sargent) con l’accento posto sul ruolo dell’offerta aggregata, e alla contemporanea difficoltà delle tradizionali politiche di controllo della domanda aggregata di ispirazione keynesiana nel risollevare le economie dalla stagflazione (inflazione accoppiata a depressione nei tassi di crescita economica) prevalente tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo. La necessità di disegnare una struttura fiscale più favorevole alla crescita economica si è poi riproposta con forza in tempi più recenti, con riferimento soprattutto ai sistemi di tassazione europei: l’insoddisfacente performance delle economie europee negli anni novanta rispetto a quella registrata negli Stati Uniti è stata in parte ricondotta ai modi di operare dei sistemi fiscali europei e, nello specifico, alla crescita del carico fiscale complessivo insieme con le forti interferenze prodotte sulla formazione del risparmio, sulle decisioni di investimento e sull’offerta di lavoro (v. Leibfritz e altri, 1997). L’esigenza di una maggiore neutralità nel sistema tributario è stata tuttavia interpretata anche nel senso di costruire strutture fiscali più robuste per contrastare i fenomeni di elusione fiscale, soprattutto nell’ambito della tassazione delle attività finanziarie e dei redditi di impresa. Imprese e investitori professionali pongono in essere operazioni di arbitraggio per sfruttare i trattamenti fiscali differenziati previsti per attività o redditi di natura analoga, con conseguenti costi per l’erario in termini di mancato gettito e per la collettività più in generale in termini di effetti ridistributivi indesiderati e alterazioni delle condizioni di concorrenza. Da qui l’esigenza di disegnare sistemi fiscali più generali e omogenei al fine di contrastare le pratiche elusive sempre più diffuse a causa della sofisticazione dei mercati dei capitali e della crescente integrazione internazionale dei mercati.
 
Globalizzazione dei mercati e richieste di maggiore neutralità della tassazione si sono poi combinate nell’esperienza recente dei sistemi tributari europei con due ulteriori fattori, in parte contrastanti con quelli precedenti. Da un lato, il percorso di consolidamento fiscale imposto per l’adesione alla moneta unica prima dal Trattato di Maastricht e poi dal Patto di stabilità e crescita hanno richiesto e continueranno a richiedere nel futuro un’elevata pressione fiscale, stante la restrittività delle regole fiscali europee e le difficoltà strutturali di soddisfarle mediante il contenimento della spesa sociale. Dall’altro lato, le spinte verso il federalismo fiscale hanno imposto – e ancor più imporranno nel futuro – un ridisegno dei sistemi fiscali coerente con le nuove esigenze di finanziamento dei diversi livelli di governo. E ciò in relazione sia alle riforme già attuate in molti paesi negli anni novanta, volte a rafforzare le competenze dei governi locali, sia alle riflessioni in atto a livello istituzionale e teorico sull’opportunità di una più generale riattribuzione delle funzioni pubbliche tra Comunità Europea, Stati-nazione e governi locali sotto l’influsso congiunto della crescente integrazione internazionale e della valorizzazione delle preferenze locali (v. European Commission, 1993; v. Bertola e altri, 2000; v. Tabellini, 2002).
 
L’impatto di questi fattori generali di cambiamento sulle singole tipologie di prelievo è stato tuttavia assai differenziato in termini di portata degli effetti esercitati e di ampiezza delle riforme adottate. I paragrafi successivi saranno dedicati all’analisi delle maggiori macrocategorie di imposte.
 
a) L’imposta personale sul reddito
Fino alla metà degli anni settanta sia tra policy makers (si veda il noto rapporto della Canadian Royal Commission on Taxation del 1966), sia tra gli osservatori accademici (ad esempio Richard Goode, Joseph Pechman e il già citato Musgrave) era prevalente l’opinione che la modalità più equa di tassazione consistesse nell’affidarsi a un’imposta progressiva sul reddito personale su base onnicomprensiva, cioè definita in termini di incremento delle potenzialità di spesa del contribuente nel periodo di riferimento secondo la tradizionale definizione di Robert M. Haig e Henry Simons. Il fatto che un’unica imposta progressiva sia applicata alla somma di tutti i redditi prodotti, qualunque sia la loro fonte, comporta tra l’altro, per quanto riguarda la disponibilità di redditi prodotti all’estero, l’applicazione del principio della residenza, cioè della riconduzione di tali redditi, qualunque sia il paese in cui siano stati prodotti, al sistema fiscale del paese di residenza del loro percettore (tassazione secondo il worldwide system; v. sotto, § c).
A partire da quegli anni, tuttavia, intorno al modello della tassazione progressiva sul reddito onnicomprensivo cominciavano ad addensarsi insoddisfazioni e critiche (v. Cnossen e Bird, 1990). Sul piano empirico, le difficoltà applicative del concetto di reddito onnicomprensivo avevano a che fare con distorsioni economiche, complessità amministrative, iniquità orizzontali (ad esempio, in relazione alla proliferazione dei regimi speciali e alla tassazione delle plusvalenze realizzate al posto di quelle maturate), insieme con l’accentuata progressività che, in tempi di forte stagflazione, erodeva pesantemente i redditi reali. Sul piano teorico, gli esponenti della supply side economics sottolineavano come la progressività dell’imposta personale indebolisse gli incentivi economici all’offerta dei fattori produttivi, con gravi effetti negativi sulla crescita economica. In aggiunta, molti osservatori, riprendendo un filone di pensiero che si rifaceva a Nicholas Kaldor e ancor prima a Thomas Hobbes, evidenziavano i meriti della tassazione sul reddito-consumo (o reddito-spesa) rispetto a quella sul reddito onnicomprensivo, in quanto la prima, esentando il risparmio, avrebbe consentito di evitare la ‘doppia tassazione del risparmio’ o quanto meno avrebbe ridotto le esistenti distorsioni fiscali tra differenti forme di risparmio, alcune fiscalmente agevolate e altre no.
La conclusione di questo dibattito fu segnata nel 1986 dall’adozione negli Stati Uniti della riforma promossa da Ronald Reagan. Al centro della riforma si poneva una radicale revisione della struttura degli scaglioni e delle corrispondenti aliquote marginali. La nuova imposta personale sui redditi prevedeva infatti una riduzione del numero degli scaglioni, una flessione generalizzata delle aliquote marginali accompagnata da un appiattimento della curva di progressività realizzato mediante un taglio deciso all’aliquota marginale sullo scaglione più elevato (ben 22 punti percentuali). Sotto il profilo dell’equità, la compressione delle aliquote marginali veniva almeno parzialmente compensata da un innalzamento dei limiti di reddito esente da tassazione, mentre, per evitare cadute di gettito, la riforma affiancava alla diminuzione delle aliquote misure di allargamento della base imponibile realizzate attraverso la cancellazione di esenzioni e regimi speciali (veniva, ad esempio, fortemente aggravato il prelievo sulle plusvalenze realizzate).
Pur nell’ambito di valutazioni non sempre univoche, gli effetti della riforma Reagan sembrano essere stati relativamente modesti. In particolare, sul piano dell’efficienza, la risposta in termini di incremento dell’offerta complessiva di lavoro e risparmio è stata limitata, anche se è incerto se tale risultato sia il riflesso di una bassa elasticità di sostituzione rispetto al livello assoluto del prelievo (come evidenziato, per esempio, da Leibfritz e altri, 1997) o piuttosto del fatto che la riforma non è stata in grado di indurre una riduzione sufficientemente ampia dei prezzi relativi rilevanti (v. Auerbach e Slemrod, 1997).
 
La riforma americana del 1986, e gli interventi che in molti paesi (Australia, Austria, Canada, Italia, Olanda) negli anni immediatamente successivi si ispirarono alla formula ‘riduzione delle aliquote più elevate-allargamento della base imponibile-semplificazione degli scaglioni’, hanno certamente rappresentato un momento di indebolimento del modello della tassazione progressiva sul reddito onnicomprensivo (v. Slemrod, 1990). Una rottura ben più radicale con quel paradigma è stata invece segnata dalle riforme che portarono in alcuni paesi scandinavi (in ordine di tempo, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia) tra il 1987 e il 1993 all’introduzione di forme di Dual Income Taxation (DIT: v. Sørensen, 1994; v. Cnossen, 1999). Pur nella diversità delle applicazioni concrete, il modello della DIT prevede l’applicazione di un’imposta proporzionale uniforme (flat rate tax) su tutte le forme di redditi da capitali (interessi, dividendi, plusvalenze), mentre i redditi derivanti da altre fonti (essenzialmente redditi da lavoro) rimangono assoggettati all’imposta progressiva. In generale, l’aliquota unica di prelievo sui redditi da capitale è posta pari all’aliquota base della tassazione progressiva.
 
La motivazione fondamentale dell’adozione di forme di tassazione duale del reddito sta nel fatto che si tenta in tal modo di conservare una qualche forma di prelievo sui redditi da capitale, pur in un quadro di elevata e crescente mobilità internazionale dei capitali stessi, e insieme di raggiungere l’obiettivo di assicurare una maggiore neutralità nel trattamento fiscale dei redditi da capitale in generale, contrastando così anche diffuse pratiche di elusione fiscale rese possibili dai trattamenti differenziati delle varie attività finanziarie. Su un piano più teorico, la DIT sarebbe giustificata sia da una maggiore equità, in quanto detassando i rendimenti dei redditi da capitale ci si avvicina al concetto di reddito-consumo e quindi si evita la doppia tassazione del risparmio, sia da una maggiore efficienza, perché tassa maggiormente il lavoro che è caratterizzato da una offerta più rigida rispetto al proprio prezzo di quanto non sia quella del capitale, in coerenza con quanto prescritto dalla teoria della tassazione ottimale. D’altra parte, la DIT comporta problemi di iniquità orizzontale in quanto, abbandonando il riferimento al criterio della capacità contributiva e costruendo di fatto un insieme di imposte reali con aliquote differenziate, riserva trattamenti fiscali differenziati a contribuenti con eguale reddito complessivo ma con differente composizione delle fonti tra lavoro e capitale. Inoltre, incoraggia operazioni di elusione fiscale, in particolare da parte delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi, per i quali la distinzione tra redditi da lavoro e da capitale non è sempre immediata da tracciare (v. Strand, 1999; v. Van den Noord, 2000).
 
Pur non adottando un sistema puro di tassazione duale, molti paesi dell’area UE (per esempio Austria, Francia, Germania, Grecia, Italia e Spagna) hanno approvato negli anni recenti riforme fiscali che prevedono per interessi e plusvalenze forme di tassazione cedolare ad aliquote uniformi (pur non estendendo questo trattamento agevolato a tutti i redditi da capitale, come nel caso della DIT nordica), generalmente inferiori alle aliquote marginali che gravano sui redditi da lavoro nell’ambito dell’imposta personale e progressiva. L’orientamento verso imposte basse e proporzionali sui redditi da capitale (anche se non estese necessariamente a tutte le forme di rendimento del capitale, come invece è il caso della DIT nordica) riflette le preoccupazioni dei sistemi nazionali tanto di tutelare la propria competitività su un mercato dei capitali internazionale sempre più integrato, anche in relazione all’avvento della moneta unica, quanto di ridurre le possibilità di manovre elusive che traggono alimento proprio dalla differenziazione dei trattamenti fiscali.
 
Queste riforme, e le pressioni a esse sottostanti, concorrono a spiegare una delle linee evolutive che più chiaramente emerge dall’esperienza recente dei sistemi fiscali europei: la forte crescita della tassazione sul lavoro rispetto a quella su fattori più mobili, come il capitale. Nei paesi dell’UE, tra il 1970 e il 1999, l’aliquota media effettiva (ex post) sul lavoro è aumentata del 47% (circa 12 punti di aliquota), mentre quella corrispondente sul capitale soltanto del 24% (meno di 5 punti d’aliquota). Il risultato è che oggi, nella media UE, mentre il capitale sconta un prelievo medio effettivo del 24%, il lavoro è gravato da un’aliquota media effettiva pari a quasi il 38%, di circa 15 punti d’aliquota superiore a quella di Stati Uniti e Giappone (v. EUROSTAT, 2000; v. Cnossen, 2002; per i profili metodologici, v. Mendoza e altri, 1994; v. Martinez-Mongay, 2000). Anche se il calcolo delle aliquote effettive non è privo di problemi metodologici, non c’è dubbio che un livello di tassazione così elevato si rifletta sul funzionamento dei mercati del lavoro: nella misura in cui il prelievo sul lavoro viene traslato sul costo del lavoro a carico delle imprese, si generano incentivi alla sostituzione del lavoro (soprattutto quello a bassa specializzazione) con altri fattori produttivi o alla delocalizzazione delle produzioni in paesi a più basso costo del lavoro; nella misura in cui rimane a carico del salario, si scoraggia la ricerca di occupazione e lo sforzo lavorativo. Ciò ha indotto le organizzazioni internazionali (v., ad esempio, OECD, Implementing…, 1999) a raccomandare, e singoli paesi ad adottare a partire dalla seconda metà degli anni novanta, misure di taglio dei contributi sociali per incentivare la domanda di lavoro soprattutto nelle fasce di occupazione a più bassa specializzazione, interventi di traslazione del peso fiscale dal lavoro agli altri fattori produttivi (è il caso della sostituzione, in Italia, dei contributi sanitari con un’imposta ad ampia base imponibile denominata IRAP, Imposta Regionale sulle Attività Produttive) o alle attività fortemente inquinanti (il cosiddetto double dividend approach), crediti di imposta per rendere più attraente la partecipazione al lavoro delle donne e dei lavoratori poco specializzati.
 
b) La tassazione delle imprese
Integrazione dei mercati e richieste di maggiore neutralità nel prelievo fiscale hanno segnato l’evoluzione recente anche dei sistemi di tassazione delle imprese. La strategia ‘riduzione delle aliquote-allargamento della base imponibile’, già discussa a proposito dell’imposta personale sui redditi, è stata il segno distintivo anche delle riforme attuate a partire dalla metà degli anni ottanta in quasi tutti i paesi dell’OCSE sulla scia del Tax reform act statunitense. Sotto la pressione della competizione fiscale internazionale (v. OECD, 1991; v. Bretschger e Hettich, 2002; v. Devereux e altri, 2002), le aliquote legali (nazionali e locali) sui redditi societari sono state quasi ovunque nettamente ridotte (ma con l’Italia in controtendenza fino alla riforma del 1998), in molti paesi anche di più di 15 punti di aliquota (ad esempio, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Regno Unito); nella media dell’UE la caduta è stata dal 47% al 32% tra il 1980 e il 2003 (aliquota prevista sulla base della legislazione vigente: v. Gorter e de Mooij, 2001; v. Giannini, 2002). Benché le aliquote legali risultino ancor oggi in qualche misura differenziate tra i paesi dell’UE, l’evoluzione recente indica una tendenza alla convergenza verso una media europea attorno al 32%. Parallelamente, per evitare insostenibili cadute di gettito, le basi imponibili sono state ampliate mediante una grande varietà di interventi, tra cui innanzitutto la cancellazione di agevolazioni speciali, la previsione di regole di ammortamento e di valutazione delle scorte meno favorevoli, la riduzione di sgravi fiscali sugli investimenti.
 
Gli anni ottanta e novanta sono stati anche segnati dal dibattito, in ambito sia accademico che governativo, sulla non neutralità del modello tradizionale di tassazione societaria e sulle riforme, rimaste in parte solo allo stadio di proposta, volte a ridurre le distorsioni fiscali rispetto alle scelte delle imprese. In termini generali, in un approccio marginalista che pone esclusiva attenzione agli effetti che il sistema tributario esercita sui nuovi investimenti e non al livello di prelievo complessivo realizzato in capo all’impresa, due differenti modalità di tassazione neutrale sono concepibili. Da un lato, la cash flow tax che tassa i flussi di cassa senza deducibilità dei costi finanziari dell’investimento (qualunque sia la fonte), ma con immediata deducibilità dei costi sostenuti per l’acquisto dei beni strumentali (v. Meade Committee, 1978; v. Sinn, 1987); dall’altro lato, la tassazione dei profitti di impresa con deducibilità del costo del finanziamento (qualunque sia la fonte), ma con deducibilità delle spese di investimento limitata al solo vero ammortamento economico.
 
Pur essendo stata ampiamente dibattuta anche in termini operativi (Regno Unito, Irlanda, Svezia, Stati Uniti), la cash flow tax non ha mai trovato effettiva realizzazione. Al contrario, nei sistemi fiscali concreti la tassazione del reddito di impresa si applica generalmente secondo modalità che la rendono non neutrale rispetto alle scelte di finanziamento delle imprese. La deducibilità nella determinazione della base imponibile degli interessi passivi corrispondenti al finanziamento mediante capitale di debito (emissioni di obbligazioni o credito bancario), ma non del costo sostenuto in caso di finanziamento mediante capitale di rischio (emissioni azionarie o profitti ritenuti), genera un forte incentivo a favore del finanziamento con debito. E questa discriminazione si rafforza quando si consideri, accanto alla tassazione di impresa, anche la tassazione dei capitali a livello personale, che in generale riserva un trattamento fiscale più gravoso ai dividendi percepiti dal socio rispetto agli interessi attivi ricevuti dal prestatore di capitale di debito. Questa distorsione fiscale può spingere le imprese a sottocapitalizzarsi (il che le espone maggiormente al rischio dell’insolvenza, discrimina le nuove imprese che hanno maggiori difficoltà di accesso al credito, e può esacerbare, a livello macroeconomico, le fluttuazioni del ciclo) e incentiva pratiche elusive quali la thin capitalization (trasformazione degli utili di impresa in interessi passivi, in quanto tali deducibili ai fini della tassazione societaria, mediante l’emissione di obbligazioni sottoscritte dai soci stessi; il differenziale tra l’aliquota dell’imposta societaria sugli utili e quella dell’imposta personale sugli interessi attivi percepiti dai soci misura la convenienza dell’operazione elusiva).
 
Accanto alla discussione sulla concreta applicabilità della cash flow tax, il dibattito sulle possibili configurazioni di un’imposta societaria neutrale rispetto alle scelte di finanziamento delle imprese ha portato a una varietà di proposte (per una discussione, v. Cnossen, 1996). Qui se ne ricordano due. Da un lato, la tassazione secondo il sistema CBIT (Comprehensive Business Income Tax) proposto dal Tesoro americano (v. US Department of the Treasury, 1992), che consiste nel tassare l’intero flusso di reddito generato dall’investimento prima del pagamento di interessi passivi e/o di dividendi. Non è inoltre prevista alcuna tassazione di tali interessi o dividendi a livello personale per i soci o per i sottoscrittori del debito. Dall’altro, il modello di tassazione ACE (Allowance for Corporate Equity; v. IFS, 1991), che prevede la separazione, all’interno dei profitti di impresa, di due componenti: la prima rappresentata dalla remunerazione ordinaria del capitale proprio investito, che viene interamente dedotta e quindi totalmente esclusa dalla tassazione; la seconda, residuale rispetto al totale dei profitti, che invece assume natura di extra profitto o di rendita e che è assoggetta alla normale aliquota dell’imposta societaria. Benché il modello ACE nella sua configurazione pura non abbia trovato concreta attuazione, ha certamente influenzato l’adozione di forme di tassazione duale dei redditi di impresa in Italia tra il 1997 e il 2000 e in Austria a partire dal 2000.
 
Come detto, la discriminazione ai danni del finanziamento mediante ricorso a capitale proprio e a favore dell’indebitamento può derivare sia dalla tassazione degli utili in capo alla società, sia dall’esistenza di un trattamento differenziato dei profitti distribuiti e non distribuiti e degli interessi in sede di imposta personale. Perciò la neutralità delle scelte finanziarie e di investimento delle imprese richiede anche un sistema di prelievo omogeneo dei redditi finanziari ottenuti dagli individui che finanziano l’impresa. In particolare, per essere neutrale, un sistema fiscale che a livello di impresa ammetta la piena deducibilità dei soli interessi passivi, come è nel modello tradizionale, deve da un lato garantire che le imposte versate dalla società sugli utili distribuiti (dividendi) e non (plusvalenze) siano rimborsati al socio (cioè vi sia integrazione tra tassazione societaria e tassazione personale) e, dall’altro, assoggettare a un prelievo omogeneo a livello personale dividendi, plusvalenze e interessi.
 
Queste considerazioni richiamano uno degli aspetti più controversi nella discussione sui sistemi di imposizione societaria: quello della tassazione dei dividendi. Il punto centrale riguarda la questione se sia opportuno integrare e, in caso di risposta affermativa, secondo quali modalità, la tassazione societaria degli utili di impresa (che tassa indistintamente tutti i profitti) e la tassazione personale dei dividendi che colpisce nuovamente in capo al socio gli utili, al netto della tassazione societaria, che vengono distribuiti. L’idea che la società di capitali sia un soggetto distinto dai propri soci conduce a escludere l’opportunità di una qualche forma di integrazione tra i due livelli di tassazione: è il caso della doppia tassazione dei dividendi o classical system. Se si ritiene invece opportuno evitare il doppio prelievo sui dividendi, l’integrazione tra tassazione societaria e tassazione personale può essere realizzata riducendo o cancellando l’imposta personale sui dividendi ricevuti dal socio, oppure l’imposta societaria sui profitti distribuiti. La prima possibilità di integrazione può assumere modalità diverse. Da un lato si possono prevedere sgravi fiscali di vario tipo sulle imposte personali del socio (quali anche l’assoggettamento ad aliquote proporzionali e relativamente basse), il cui ammontare non è tuttavia direttamente connesso con l’importo dell’imposta societaria pagata a monte sui profitti distribuiti (shareholder dividend relief schemes). L’altra possibilità è quella di rendere il credito fiscale riconosciuto al socio sulla propria tassazione personale funzione diretta dell’imposta pagata dalla società sugli utili distribuiti (imputation system, proposto originariamente dalla Commissione Carter). In particolare, si parla di full imputation quando il credito a favore del socio rispecchia interamente quanto pagato dalla società. Anche la seconda possibilità di integrazione, quella che riequilibra il trattamento fiscale complessivo tra utili distribuiti e ritenuti intervenendo a livello societario, può assumere dal punto di vista operativo forme differenti: si può applicare ai soli utili distribuiti un’aliquota societaria agevolata (split-rate system) o addirittura un’aliquota nulla (zero rate method); oppure si può dedurre una quota dei profitti distribuiti dalla base imponibile della tassazione societaria (dividend deduction system).
 
Il panorama delle modalità di tassazione dei dividendi applicate nei paesi dell’OCSE (a favore dei residenti) è quanto mai vario (a titolo di esempio, classical system negli Stati Uniti e in Olanda, full imputation in Australia e Francia, partial imputation nel Regno Unito, shareholder dividend relief in Giappone, Svezia e Belgio), e per di più nel corso degli ultimi due decenni alcuni paesi hanno introdotto riforme che modificano il regime precedentemente adottato. Se qualche elemento di convergenza nelle riforme più recenti può essere riconosciuto, questo sta nel ripensamento in corso in vari paesi sull’ottimalità dell’imputation system e nella tendenza a un ritorno al classical system. In un quadro di crescente integrazione internazionale dei capitali, infatti, l’imputation system da un lato appare sempre meno efficace nel correggere la distorsione dei sistemi fiscali nazionali a danno del capitale proprio nel finanziamento delle imprese e, dall’altro, discrimina gli investimenti stranieri. Se le imprese possono finanziare i loro investimenti sul mercato internazionale dei capitali e il capitale è in grado di spostarsi liberamente, interventi unilaterali di riforma della tassazione personale dei dividendi decisi a livello nazionale influenzeranno solo marginalmente le loro scelte finanziarie. Inoltre, in assenza di una rete adeguata di trattati fiscali bilaterali, l’imputation system può discriminare le imprese e gli azionisti stranieri. Infatti, gli imputation systems nazionali non riconoscono generalmente alcuna agevolazione a favore dei propri residenti che siano soci di società costituite all’estero sulle imposte societarie pagate in altri paesi (outward investments); così come, specularmente, non estendono a soci non residenti il credito fiscale sulle imposte societarie pagate in sede nazionale (inward investments). Ne deriva un doppio incentivo, da un lato per i risparmiatori a sottoscrivere azioni nazionali, dall’altro per le società a generare i propri profitti in ambito nazionale piuttosto che su base internazionale, cioè a scoraggiare tanto gli outward investments quanto gli inward investments. Le difficoltà evidenziate dall’imputation system, insieme con gli spazi offerti a pratiche elusive, hanno spinto molti paesi, come accennato, a riconsiderare le soluzioni adottate per il trattamento fiscale dei dividendi. Ad esempio, la Germania nel 2002 ha abbandonato il full imputation system per passare a un sistema di integrazione parziale in cui solo metà dei dividendi ricevuti da investimenti sia interni che stranieri è assoggettata all’imposta personale progressiva (per una visione critica, v. Keen, 2002). L’Italia ha previsto nel 1997 la scelta tra full imputation e un sistema di shareholder dividend relief in relazione a specifici casi, mentre con la riforma fiscale di prossima attuazione verrà adottato un sistema simile a quello tedesco.
 
L’interrogativo se la maggiore mobilità dei capitali abbia effettivamente portato a una riduzione del carico fiscale complessivo sulle imprese richiede la considerazione congiunta di queste due linee di riforma (il taglio delle aliquote da un lato e l’allargamento della base imponibile dall’altro).
 
Gli effetti che gli interventi di riforma descritti in questo paragrafo hanno avuto sul carico fiscale complessivo sulle imprese, e in particolare sugli incentivi/disincentivi determinati dai sistemi fiscali sulle scelte di investimento e finanziarie delle imprese, possono essere valutati facendo ricorso a un indicatore ampiamente utilizzato in questo tipo di valutazioni, ossia le aliquote effettive marginali di imposta (di tipo forward-looking, cioè calcolate sulla base della normativa fiscale: v. King e Fuellerton, 1984; v. European Commission, 1992 e 2002). In particolare, le aliquote effettive marginali di imposta misurano la differenza in termini percentuali tra i tassi di rendimento pre- e post-imposta richiesti dal risparmiatore sui progetti marginali di investimento, sintetizzando in un unico indice tutti gli elementi costitutivi della tassazione societaria e di quella personale (in termini sia di aliquota che di base imponibile) che hanno effetto sulle decisioni di investimento. Al di là della restrittività delle assunzioni sottostanti alla loro determinazione (scelte di investimento ottimizzanti, competizione perfetta, rendimenti di scala decrescenti del capitale impiegato, investimenti infinitamente divisibili, ecc.), le aliquote effettive marginali, sebbene differiscano in misura consistente tra paesi, sembrano mostrare nel corso degli anni novanta una sostanziale stabilità. Il medesimo risultato si ritrova considerando altri indicatori proposti per la misura delle aliquote effettive: le aliquote medie effettive forward-looking, sviluppate da Michael Devereux e Rachel Griffith (v., 1998) e da Otto H. Jacobs e Christoph Spengel (v., 1999), le aliquote effettive backward-looking basate su dati micro a livello di impresa (v. Nicodème, 2001). Benché vadano accolte con cautela, queste indicazioni evidenziano dunque una discordanza tra riduzione delle aliquote legali e sostanziale invarianza delle aliquote effettive che può trovare spiegazione nel contemporaneo ampliamento della base imponibile della tassazione societaria (v. Gorter e de Mooij, 2001). Nel contempo, tuttavia, in molti paesi si sono in qualche misura ridotte le differenze di aliquote effettive tra investimenti finanziati con debito e investimenti finanziati con nuove azioni o profitti reinvestiti. A questa minore convenienza al ricorso al capitale di debito hanno contribuito sia il venir meno della forte inflazione degli anni ottanta (che è uno degli incentivi fondamentali al finanziamento con debito), sia ancora la contrazione delle aliquote legali sulle società. In conclusione, le riforme della tassazione societaria degli anni novanta sembrano non aver prodotto una riduzione significativa del peso fiscale effettivo sulle imprese, non fornendo per questa via adeguati incentivi agli investimenti, ma nel contempo sembrano aver segnato qualche progresso in termini di maggiore neutralità nelle scelte finanziarie delle imprese.
 
 
c) La tassazione del capitale finanziario
Negli anni novanta anche la tassazione del capitale finanziario ha registrato nei paesi europei una netta riduzione delle aliquote legali applicate a livello personale, sia sugli interessi (dal 46% al 37%) che sulle plusvalenze (dal 39% al 27%; v. Gorter e de Mooij, 2001). Questa caduta del prelievo sulle rendite finanziarie si è realizzata in alcuni paesi attraverso riforme che hanno sottratto le rendite finanziarie alla tassazione personale e progressiva e le hanno assoggettate a forme di imposizione separata di tipo proporzionale, generalmente ad aliquota contenuta, spesso tendenzialmente omogenee per tutte le forme di rendite finanziarie (questa tendenza all’omogeneità nei trattamenti finanziari si è manifestata anche in Italia con la riforma del 1997, pur partendo già da un sistema generalizzato di imposte sostitutive ma fortemente differenziate). Come discusso ampiamente nel cap. 3, § a, la crescente cedolarizzazione dei redditi da capitale ha trovato la sua realizzazione più compiuta nelle forme di Dual Income Taxation adottate in alcuni paesi scandinavi tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Attualmente, più in generale, nell’area UE ben 8 paesi tassano gli interessi (sulle obbligazioni) percepiti da non residenti con forme di ritenuta definitiva (in taluni casi per opzione), peraltro adottando aliquote relativamente diversificate.
 
L’orientamento verso questo assetto fiscale nella tassazione dei capitali è riconducibile a due elementi già più volte richiamati. Da un lato, l’integrazione dei mercati dei capitali a livello internazionale – a seguito della liberalizzazione valutaria avviata in Europa a partire dalla direttiva comunitaria del 1988 e della diffusione degli strumenti informatici a supporto alle transazioni finanziarie – rende difficile accertare da parte delle autorità fiscali nazionali i redditi da capitale realizzati all’estero dai propri residenti e, al contempo, spinge ad attrarre i capitali degli investitori non residenti. Dall’altro lato, si rafforza l’esigenza di omogeneizzare all’interno dei sistemi fiscali nazionali i trattamenti previsti per le varie attività finanziarie, allo scopo di ridurre gli spazi per operazioni di arbitraggio fiscale e prevenire possibili comportamenti di natura elusiva, anche a seguito degli ampi processi di innovazione finanziaria in atto e, in particolare, della crescente diffusione dei cosiddetti contratti derivati (swap, futures, options). Va evidenziato, infatti, come mediante i nuovi strumenti finanziari sia possibile replicare le caratteristiche sostanziali degli strumenti finanziari tradizionali senza per questo ricadere nelle categorie formali previste dalla normativa fiscale, con conseguente difficoltà per le autorità a ricondurre questi proventi a tassazione (v. Alworth, 1998).
 
L’ovvia controindicazione a questa tendenza alla tassazione del capitale finanziario secondo aliquote proporzionali e relativamente contenute sta nell’indebolimento della portata ridistributiva del sistema fiscale nel suo complesso, tenuto conto che i redditi da capitale assumono un peso relativo maggiore nei livelli più elevati di reddito. Inoltre rimangono ancora, seppur indebolite secondo quanto discusso nel precedente paragrafo, le discriminazioni fiscali tra investimenti finanziati con debito e investimenti finanziati con nuove azioni o profitti reinvestiti.
 
Queste considerazioni generali vanno tuttavia meglio specificate, soprattutto con riferimento ai profili internazionali della tassazione delle rendite finanziarie. In un mondo in cui le autorità fiscali nazionali disponessero di una perfetta informazione circa i redditi prodotti all’estero dai propri residenti e in cui la mobilità internazionale dei capitali fosse limitata (prescindendo dall’elasticità nell’offerta del risparmio), ciascun paese avrebbe convenienza a imporre aliquote elevate sia sui redditi da capitale percepiti all’estero dai propri residenti, sia su quelli prodotti nel paese considerato dai non residenti.
 
Tuttavia, mancando questi due presupposti, ciascun paese avrà un incentivo a ridurre entrambe le aliquote in questione. Da un lato, se con la liberalizzazione valutaria le autorità fiscali non disporranno di adeguate informazioni sui redditi prodotti all’estero da parte dei propri residenti, tenderanno a frenare le fughe di capitali nazionali verso l’estero sottoponendo i residenti ad aliquote basse. Dall’altro lato, se la mobilità dei capitali è elevata, gli investitori stranieri localizzeranno i propri capitali nei paesi che sottopongono i rendimenti corrispondenti ad aliquote relativamente basse. Si avvia perciò un processo di competizione fiscale tra paesi che, in assenza di un loro coordinamento, porta a un’esenzione completa del fattore mobile (il capitale), ponendo tutto l’onere delle imposte sul fattore immobile (il lavoro; v. Razin e Sadka, 1991). Questo è ciò che in qualche misura è accaduto nei paesi europei: a seguito della liberalizzazione valutaria si sono diffusi, come sopra richiamato, regimi sostitutivi e agevolati sui redditi da capitale percepiti dai residenti e sono state progressivamente introdotte misure di esenzione totale o parziale dei redditi da capitale corrisposti a cittadini non residenti, con il conseguente aprirsi di una forbice sempre più ampia tra tassazione sul lavoro e tassazione sul capitale (v. sopra, cap. 3, § a).
 
La strategia per evitare la progressiva scomparsa di ogni tassazione sui redditi da capitale in ambito internazionale è ovviamente quella del coordinamento fiscale tra paesi. Nell’ambito del dibattito sulla materia in corso da tempo nell’UE sono state proposte due differenti modalità di coordinamento. La prima consiste nel promuovere uno scambio automatico di informazioni tra paesi sui redditi percepiti da non residenti (in termini di identità dell’investitore e ammontare dell’investimento). In questo modo sarebbe possibile superare il problema della non perfetta controllabilità da parte delle autorità nazionali e realizzare per tale via una tassazione dei redditi finanziari secondo il cosiddetto principio della residenza, cioè tassare il reddito da capitale esclusivamente nel paese di residenza dell’investitore (anche con aliquote differenziate tra paesi), esentandolo completamente nel paese dove è prodotto, o gravandolo di una ritenuta a solo titolo di acconto da scontare poi nel paese di residenza (principio della residenza mista). In alternativa, le diverse autorità nazionali possono concordare l’introduzione di una tassazione alla fonte minima e uniforme sui rendimenti da capitale percepiti dai non residenti. Questa seconda modalità realizzerebbe una tassazione coerente con il cosiddetto principio della fonte (cioè prelievo esclusivamente nel paese dove il reddito è prodotto, con esenzione nel paese di residenza dell’investitore) nel caso in cui la ritenuta alla fonte fosse considerata definitiva, con l’impegno dei paesi di residenza a non sottoporre i redditi a ulteriori tassazioni. La scelta dell’una o dell’altra modalità di coordinamento consente peraltro di evitare la doppia tassazione dei redditi percepiti da non residenti, una prima volta nel paese-fonte e successivamente nel paese di residenza dell’investitore. Una doppia tassazione determinerebbe, infatti, un disincentivo alla mobilità internazionale dei capitali, da un lato favorendo nella tassazione dei redditi prodotti in un dato paese gli investitori residenti rispetto ai non residenti, e dall’altro disincentivando i residenti dall’investire al di fuori del proprio paese di residenza.
 
La scelta tra tassazione secondo il principio della residenza o secondo il principio della fonte (e quindi la scelta tra le due modalità di coordinamento) può essere valutata con riferimento a una molteplicità di criteri: l’efficienza allocativa, la ripartizione del gettito tra paesi, l’effettiva implementabilità. Sul piano dell’efficienza vi è consenso tra gli economisti nel riconoscere la superiorità del principio della residenza (che comporta la cosiddetta capital export neutrality) sul principio della fonte (che invece implica la capital import neutrality: per una discussione, v. Keen, 1993; v. Sørensen, 1993). Tra le molte considerazioni possibili, va infatti rilevato che l’evidenza empirica mostra come le distorsioni dell’allocazione del capitale tra paesi (che sarebbero evitate dall’applicazione del principio della residenza) comporterebbero un costo in termini di benessere collettivo più elevato rispetto alle distorsioni del risparmio nel tempo (che sarebbero invece minimizzate dal principio della fonte). Quanto poi alla ripartizione del gettito, il principio della residenza nella sua forma mista consente accettabili attribuzioni del gettito complessivo tra i paesi coinvolti nell’operazione di investimento, mentre con il principio della fonte l’intero gettito viene necessariamente attribuito al solo paese in cui il reddito di capitale è prodotto. Sul piano teorico emerge dunque un vantaggio della residenza rispetto alla fonte; l’implementazione concreta del primo principio di tassazione richiede, come sopra discusso, maggiori costi in termini amministrativi e di accordo politico, comportando, diversamente dalla tassazione secondo la ritenuta alla fonte, la rinuncia all’anonimato nel prelievo.
 
Sul piano istituzionale, dopo quindici anni di sterili tentativi, nel gennaio del 2003 i ministri finanziari dei paesi dell’UE hanno raggiunto un accordo politico per la tassazione degli interessi percepiti da cittadini non residenti che configura una soluzione mista rispetto alle due modalità di coordinamento sopra discusse. L’accordo prevede infatti che 12 paesi dell’UE attivino a partire dal 2004 un sistema di scambio automatico di informazioni circa l’identità del percettore di interessi e l’ammontare degli stessi. Lussemburgo, Austria e Belgio si riservano invece di applicare il modello della ritenuta alla fonte (del 15% nei primi 3 anni e poi via via crescente negli anni successivi), corretto tuttavia per assicurare una ripartizione accettabile del gettito tra paese-fonte e paese di residenza (25% al primo, 75% al secondo). Tale ritenuta può essere considerata dal paese di residenza a titolo definitivo (comportando quindi, per questo ristretto nucleo di paesi, l’applicazione del principio della fonte), oppure a titolo di acconto (con realizzazione quindi del principio della residenza, ma con le evidenziate difficoltà applicative derivanti dalle carenze informative di cui soffrirebbe il paese di residenza). La compresenza dei due sistemi nell’ambito dei paesi dell’UE verrà poi meno se e quando troverà soluzione la questione critica dell’accordo con i paesi extracomunitari allo scopo di evitare fughe di capitali europei verso paesi terzi che garantiscono anonimato e bassa tassazione. È infatti evidente che i benefici finanziari dello scambio di informazioni, e quindi gli incentivi a implementarlo effettivamente, dipendono dalle informazioni ricevute dagli altri paesi e dalla conseguente possibilità di ridurre anche su questo fronte l’evasione fiscale. In particolare, tutti i paesi dell’UE passeranno al sistema dello scambio automatico di informazioni solo condizionatamente al raggiungimento di un accordo con un nucleo limitato di centri finanziari extra-UE (tra cui Svizzera e Stati Uniti, oltre a vari paradisi fiscali), in virtù del quale tali paesi siano disposti a uno scambio di informazioni su richiesta e a introdurre livelli di tassazione alla fonte simili a quelli applicati in Lussemburgo, Austria e Belgio. Va rilevato che la disciplina descritta riguarda soltanto il trattamento fiscale degli interessi. Questioni ancor più complesse si pongono quando si considerino i profili internazionali delle imposte sulle plusvalenze e sui dividendi, in quanto questi richiedono di considerare congiuntamente sia il livello della tassazione personale dei redditi da capitale, sia quello della tassazione dei profitti societari.
 
d) La tassazione indiretta
Pur presentando generalmente un elevato grado di eterogeneità nella sua articolazione interna, il comparto delle imposte indirette è dominato in tutti i paesi dell’OCSE da una Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che da sola garantisce più del 60% del gettito complessivo (fanno eccezione soltanto gli Stati Uniti, dove non esiste, a livello di governo federale, un’imposta generale sui consumi). Diversamente da quanto registrato nell’ambito della tassazione delle rendite finanziarie e dei profitti societari, nella media dei paesi appartenenti all’UE l’aliquota legale normale dell’IVA ha segnato nell’ultimo decennio una crescita, seppure contenuta (da 17,5% a 19,4%; v. Joumard, 2001).
 
Questa tendenza all’aumento delle aliquote normali si è tuttavia solo in parte tradotta in una riduzione della dispersione dei livelli di tassazione tra i paesi europei. Le pressioni verso la convergenza, che si sono concentrate sul finire degli anni ottanta ma sembrano essersi successivamente indebolite, riflettono le alterne fortune degli sforzi comunitari verso l’armonizzazione delle aliquote dell’IVA. I paesi membri hanno adeguato le proprie imposte sul valore aggiunto a un regime comune che prevede vincoli relativamente poco stringenti (fissazione di un’aliquota normale pari o superiore al 15%; possibilità di adozione di una o due aliquote ridotte comprese tra il 5% e il 15%; mantenimento di un’aliquota inferiore al 5%, purché già esistente). Molti paesi dell’UE hanno di conseguenza mantenuto aliquote ridotte, esenzioni o regimi speciali, spesso giustificati da considerazioni di natura distributiva, di politica industriale o da obiettivi di semplificazione, che fanno sì che i divari nel livello effettivo di prelievo tra sistemi nazionali europei siano attualmente ancora molto rilevanti (le aliquote normali variano da un minimo del 15% in Lussemburgo a un massimo del 25% in Svezia e Danimarca).
 
Le differenziazioni tra paesi rispetto all’IVA, anche se non sembrano distorcere più di tanto le scelte di consumo in generale, hanno effetti marcati sugli acquisti transfrontalieri nelle aree di confine e su specifiche tipologie di consumi (ad esempio i servizi turistici), aumentano la complessità del sistema di prelievo ed erodono fortemente la base imponibile. L’effetto complessivo di queste forme agevolative può essere misurato per ciascun paese dall’aliquota effettiva, calcolata come rapporto tra il gettito dell’IVA e la sua base potenziale. Con riferimento al 1998, nella media dei paesi dell’UE l’aliquota effettiva risultava inferiore all’aliquota normale di ben 10 punti (10,5% contro 19,4%, con divari particolarmente rilevanti nel caso di Italia, Belgio, Spagna e Svezia: v. Joumard, 2001; v. Van den Noord e Heady, 2001; v. Cnossen, 2002). Viene quindi confermata sia l’esistenza di spazi per un generale incremento della tassazione sul consumo, sia l’opportunità di ridurre le attuali non neutralità del prelievo. Una tassazione più pesante e neutrale del consumo potrebbe del resto offrire i margini di gettito per rendere effettivamente attuabile, nell’ambito dei vincoli stringenti imposti dalla disciplina fiscale europea, la riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro (v. sopra, cap. 3, § a) da molte parti invocata (v. Tanzi, 2003).
 
Anche nella tassazione del consumo, come nelle imposte sui redditi da capitale finanziario e sui profitti societari, sono i profili internazionali a rappresentare gli elementi di innovazione più significativi. Due fenomeni hanno in particolare posto in discussione le modalità tradizionali di tassazione degli scambi di merci e costretto a ricercare nuove soluzioni: da un lato, la costituzione nel gennaio 1993 del Mercato Unico Europeo, che ha reso possibile la libera circolazione delle merci nell’area comunitaria; dall’altro, la sempre maggiore diffusione del commercio elettronico attraverso Internet.
 
La creazione del Mercato Unico Europeo ha comportato, quale requisito essenziale per garantire la libera circolazione delle merci, l’abolizione delle barriere doganali tra paesi comunitari. Questa innovazione ha generato un lungo e ampio dibattito tra studiosi e policy-makers su quali siano le modalità più opportune di tassazione degli scambi di merci all’interno di un mercato unico. Analogamente a quanto discusso nel caso della tassazione dei capitali, è possibile evitare la doppia tassazione delle merci oggetto di scambi internazionali – e i disincentivi ai commerci internazionali a essa connessi – applicando il prelievo esclusivamente nel paese dove si svolge il consumo (il cosiddetto principio di destinazione), oppure nel paese dove si realizza la produzione (principio di origine). Il principio di destinazione è generalmente preferito sia sul piano della neutralità (rispetto alla situazione in assenza di imposte non distorce i prezzi relativi di due beni omogenei scambiati su uno stesso mercato ma provenienti da paesi differenti, pur in presenza di aliquote nazionali differenti), sia su quello della ripartizione del gettito tra paesi (attribuisce il gettito dell’IVA al paese in cui effettivamente si svolge il consumo). L’applicazione della tassazione secondo il principio di destinazione richiede tuttavia, in generale, l’esistenza delle barriere doganali, cioè di un luogo fisico dove accertare l’effettiva destinazione delle merci all’esportazione. In assenza di tali possibilità di accertamento, emergerebbe un incentivo per i produttori nazionali a dichiarare come destinate all’esportazione anche merci da commercializzare sul mercato interno, in quanto esse sarebbero in tal modo sgravate dall’IVA.
 
Queste considerazioni avevano indotto i paesi europei ad adottare, prima dell’avvio del Mercato Unico, il principio di destinazione quale criterio di tassazione dei commerci intracomunitari, e nel contempo ad avviare, in vista dell’abolizione delle barriere doganali, la riflessione sul passaggio dal principio di destinazione a quello di origine per gli scambi intracomunitari (Libro Bianco del 1985, Rapporto Cockfield del 1987). Tuttavia, come sopra discusso, la tassazione secondo il principio di origine avrebbe comportato esiti non desiderabili se, come auspicato nei documenti comunitari, non si fossero attivate opportune misure di correzione in termini sia di armonizzazione delle aliquote (per impedire distorsioni nei prezzi relativi), sia di ridistribuzione del gettito tra paesi (per evitare la completa attribuzione del prelievo ai soli paesi di origine con conseguente vantaggio per i paesi esportatori netti). Ma le resistenze politiche all’attuazione di questi interventi (come dimostrano, da un lato, le timidezze nel perseguire la strada dell’armonizzazione delle aliquote e, dall’altro, le difficoltà, anche di natura tecnica, a istituire una camera di compensazione per riattribuire i gettiti raccolti dai paesi di origine ai paesi di destinazione) hanno per ora consigliato un percorso meno ambizioso di riforma (il cosiddetto regime transitorio): il definitivo passaggio dal principio di destinazione a quello di origine, fissato originariamente per il 1996, è stato rimandato dapprima al 2000 e poi ulteriormente posticipato. Il mantenimento della tassazione secondo il principio di destinazione, nonostante l’abolizione delle barriere doganali, pone tuttavia rilevanti problemi di accertamento. La soluzione adottata nel regime transitorio si fonda essenzialmente sugli scambi di informazioni tra soggetti coinvolti: il fornitore comunica alla propria amministrazione finanziaria gli estremi dell’operazione di esportazione così come fa specularmente l’acquirente, e le due amministrazioni fiscali dovrebbero poter incrociare queste informazioni allo scopo di individuare casi di evasione. Questo regime ha tuttavia comportato difficoltà di applicazione pratica, accompagnate da un probabile aumento dell’evasione dell’imposta sugli acquisti intracomunitari, con il risultato di spingere la Commissione Europea a valutare possibili strategie di intervento (v. European Commission, 2000).
 
La rapida diffusione del commercio elettronico pone ulteriori problemi alla tassazione degli scambi internazionali di beni e servizi in termini di adattamento dei principî fondamentali, di effettività della tassazione e infine di eguale trattamento fiscale rispetto al commercio tradizionale (v. OECD, E-commerce…, 2000). Le difficoltà maggiori riguardano le cosiddette forme di commercio diretto, quelle cioè in cui l’oggetto della transazione elettronica è esso stesso un prodotto digitalizzato che può essere fornito direttamente via rete (ad esempio, software, informazioni, ecc.). Quando l’acquirente è un consumatore finale (non soggetto a IVA) la regola generale adottata in sede comunitaria per il commercio elettronico diretto, cioè la tassazione dello scambio secondo la normativa propria del paese dove avviene il consumo del servizio, risulta di dubbia applicazione e di difficile accertamento (il consumatore finale, che comunque non ha alcun interesse a denunciare l’operazione ai fini della tassazione, potrebbe risiedere nel paese A, inviare l’ordine di acquisto attraverso un sito ubicato nel paese B, chiedendo che il servizio gli venga recapitato presso un sito localizzato nel paese C). La soluzione delineata da una recente proposta di direttiva prevede che i fornitori non appartenenti a paesi dell’UE siano in questo caso obbligati a registrarsi presso un paese dell’UE, e che tassino le proprie operazione di commercio elettronico secondo le regole relative all’IVA di tale paese. Va tuttavia sottolineato che, in assenza di un adeguato coordinamento tra autorità fiscali nazionali, a oggi l’effettività della tassazione sulle transazioni elettroniche fa fondamentalmente affidamento sull’obbedienza volontaria dei fornitori non appartenenti all’UE che, quando non abbiano alcuna presenza fisica sul territorio europeo, sono come tali difficilmente accertabili.
 
ECONOMIA PUBBLICA. Storicamente, la scienza economica moderna nasce nel Settecento con l’affermarsi del principio della “mano invisibile” di A. Smith, per il quale l’azione egoistica di ciascun individuo conduce a una allocazione delle risorse efficiente, tale che non è possibile migliorare la condizione di un individuo senza peggiorare quella di almeno un altro. Conseguentemente, per lungo tempo gli economisti hanno valutato negativamente l’intervento pubblico nell’economia, sopportandolo soltanto come una interferenza necessaria in quei settori in cui non è possibile l’attività privata, senza auspicarne l’espansione. Dalla seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, il desiderio sociale di una maggiore equità nella distribuzione del reddito e della ricchezza, l’approfondimento dello studio delle condizioni necessarie per il buon funzionamento del libero mercato e la crescente fiducia nella capacità dello stato di contribuire a determinare il livello del reddito di una nazione hanno provocato una imponente crescita del settore pubblico nelle economie occidentali. Nel Novecento, con una ben diversa consapevolezza rispetto al passato, la dottrina prevalente ha finito per individuare, negli anni Cinquanta, tre funzioni che debbono essere svolte dal settore pubblico: quella allocativa, quella redistributiva e quella di stabilizzazione.
 
Tra i principali strumenti di cui lo stato dispone per svolgere le sue funzioni vi sono: la politica di spesa, quella di prelievo dei tributi (imposte e tasse) e di riscossione degli introiti delle imprese pubbliche, l’esercizio di controlli diretti, la regolamentazione dei livelli o delle modalità di produzione e di consumo di certi beni e servizi, la determinazione dei loro prezzi. Tradizionalmente l’e. p. approfondisce soprattutto gli aspetti positivi e quelli normativi relativi ai primi due strumenti, che maggiormente concorrono alla determinazione del bilancio del settore pubblico.