bERARDINELLI, iL NOVECENTO SALVATO DALLE SCRITTRICI

15 Giu

Il Novecento salvato dalle scrittrici

by gloriagaetano

Fofi: questo Novecento salvato dalle scrittrici

 

 
 

—————————————————————– ELZEVIRO Nasce “Lo Straniero”, rivista provocatoria Fofi: questo Novecento salvato dalle scrittrici Goffredo Fofi ha fondato una nuova rivista. E’ la sua quinta. Dopo “Ombre rosse”, dopo “Linea d’ombra”, “Dove sta Zaza” e “La terra vista dalla luna” ecco ora Lo Straniero, trimestrale di arte, cultura, societa’. Siamo tutti abituati a considerare fastidiosa e stantia la definizione di “intellettuale scomodo”. Pero’ Fofi continua a esserlo. Da’ fastidio quello che dice e il modo in cui lo dice. Eccita l’aggressivita’. Non sta bene da nessuna parte. E’ maleducato. Si permette di fare il critico cinematografico, giudica scrittori e politici senza fare parte della corporazione. Favorisce generosamente (anche troppo) i giovani talenti, ma poi si stufa, li trova noiosi e narcisisti, li tratta male e se li fa nemici. Per esordire va bene, ma per fare carriera non e’ mai Fofi la carta vincente. Buona parte degli autori e dei giornalisti oggi piu’ noti e apprezzati sono passati per il laboratorio di una o piu’ riviste di Fofi. Per lui fondare e dirigere riviste e’ un modo di vivere e di lavorare, di viaggiare per l’Italia in cerca di energie nuove e di intelligenze sprecate. I fondatori di riviste sono una specie particolare, qualcosa fra lo scrittore, l’editore e il politico. Sono un po’ leader e un po’ seduttori. Vogliono nello stesso tempo comandare e imparare. Alcuni non resistono alla tentazione di diventare importanti mettendosi anima e corpo al servizio di uno dei “poteri forti”. Altri (come Fofi) continuano a inseguire l’utopia dell’indipendenza. Detto questo, un titolo come Lo Straniero non puo’ meravigliare. La rivista si rivolge a chi “non fa parte”, a chi resta fuori. Anche questa spavalderia da’ fastidio, irritera’. Ma come? Ancora utopie? Ancora umori populistici, anarcoidi, anti – istituzionali? Non abbiamo bisogno di diventare normali e di avere istituzioni solide? Gia’, Fofi esagera, e’ un iracondo, e’ vegetariano, e’ pauperista, se la prende con tutti, sputa nel piatto, spara nel mucchio. Fa lavoro culturale con lo spirito di chi cura i lebbrosi. I suoi rapporti con l’arte e gli artisti sono contorti, ambivalenti. La sua passione e’ andare in cerca di intellettuali capaci di provare vergogna e rimorso per il ceto a cui appartengono. Ma ora che tutti sono andati in analisi e hanno trovato un loro equilibrio, chi sara’ sensibile ai suoi richiami? Aprono Lo Straniero tre pagine scarne e disarmate di Anna Maria Ortese, un piccolo manifesto morale in stile aforistico – poetico che sembra scandito come una poesia di Emily Dickinson. Dice la Ortese: “La non – appartenenza… mi appare condizione inevitabile per una certa liberta”. E continua: “Resta il fatto che tale liberta’ non e’ per tutti… non tutti la prediligono, e allora raccomandare la non – appartenenza puo’ sembrare eresia. Anzi, e’ eresia. Tutti, infatti, appartengono o desiderano follemente appartenere”. Questo primo numero della rivista contiene poesie (di Paul Celan, della Dickinson tradotte da Amelia Rosselli), racconti, panorami (teatro, cinema, musica, fotogiornalismo), lettere – reportage (da New York, da Pechino, dal Sud Africa), editoriali sulla situazione italiana, saggi (di Peter Bichsel su Flaiano, di J.C. Oates su arte e politica, di Domenico Scarpa su Levi e Herling), aforismi di Stefano Benni (eccone uno: “Esiste una sottocultura giovanile ma soprattutto una fiorente sottocultura senile che si occupa di sottocultura giovanile”). Ma mi sembra che una pietra angolare della rivista sia un ampio scritto di Giancarlo Gaeta (lo studioso e curatore delle opere di Simone Weil) dedicato ad alcune grandi donne del Novecento, che a suo giudizio hanno espresso la coscienza piu’ alta della crisi culturale dell’Occidente. La valutazione di Gaeta e’ insieme artistica, morale, filosofica. Il suo e’ un saggio insolito, di un’originalita’ quasi scandalosa perche’ pone con un coraggio e una semplicita’ a cui non siamo piu’ abituati un problema elementare di valore, di grandezza. Su un piatto della bilancia Gaeta mette autori come Kafka, Benjamin, Rilke, Bloch, Heidegger, Brecht, Adorno, Pasternak, Bonhoffer, Bernhardt, Pasolini. Sull’altro mette Virginia Woolf, Karen Blixen, Marina Cvetaeva, Simone Weil, Etty Hillesum, Elsa Morante, Anna Maria Ortese. E tira le conclusioni. Per la consapevolezza dell’umano in tutta la sua ampiezza, per la capacita’ di uscire dal proprio orizzonte soggettivo, per la chiarezza tragica e senza cedimenti con cui hanno guardato alla crisi che ha laceratol’Europa portandola verso le esperienze piu’ inumane di distruzione e autodistruzione, le donne hanno superato gli uomini: prigionieri nonostante tutto della loro astrattezza intellettualistica e dei loro sensi di colpa. Ma su quale terreno e con quale metro si puo’ misurare una differenza di valore cosi’ sostanziale? Il confronto non riguarda la qualita’ o riuscita artistica in senso specifico. Per Gaeta come per Simone Weil non si da’ vera grandezza artistica senza una superiore purezza della mente che (come in Shakespeare, Bach, Mozart) sa vedere e apprezzare “le cose come sono” senza farsi contaminare dal possesso e dal potere. Poiche’ “tutto infine si riduce alla questione del possesso e del potere, ma il desiderio di possesso e l’esercizio del potere” che inquinano tradizionalmente la cultura maschile “sono incompatibili con la liberta’ di pensare le cose come sono, e sono altresi’ incompatibili con la pienezza dell’esperienza artistica”. Le conclusioni sono scandalose. La Storia di Elsa Morante e’ un classico “paragonabile nella nostra letteratura a I promessi sposi, ma con un di piu’ di liberta’ e di consapevolezza non ideologica della condizione umana”. E Il mare non bagna Napoli, della Ortese, dice Gaeta, “vale Il Castello con in piu’ un senso della corporeita’ che incarna il dolore e vieta al lettore ogni via di fuga nel metafisico”.*

Berardinelli Alfonso

 
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