CONDANNATI ALLA DISOCCUPAZIONE

15 Giu

Condannati alla disoccupazione

 

 

Quante volte dobbiamo ripetere che il problema del bilancio dello stato non è un problema di taglio e cucito, ma di ripensamento generale della spesa pubblica, cosa che non significa solo tagliare le spese pubbliche improduttive, ma significa ripensare l’azione economica dello stato, considerato che il debito pubblico italiano ha raggiunto una tale entità che non è pensabile un suo ulteriore aumento. Né è possibile pensare solo a tagliare, come s’è detto, le spese pubbliche improduttive.

 

Occorre fare quello che avrebbe dovuto fare Berlusconi nel 1994 e che non ha fatto. Occorre una rivoluzione liberale. Essa dovrà essere prima di tutto culturale. Dobbiamo smettere di pensare allo stato come allo “stato provvidenza”, come a chi in n modo o nell’altro ci toglierà le castagne dal fuoco. E’ inaccettabile che esista ancora, dopo sessant’anni di interventi nel Mezzogiorno, la questione meridionale. Se i fondi stanziati per lo sviluppo del Mezzogiorno fossero stati investiti com’era stato previsto, il Mezzogiorno sarebbe oggi la California d’Italia. Invece, è la porta del Terzo mondo.

 

E’ ridicolo parlare di aumenti dell’Iva, di Imu, Tares e di tutti gli altri balzelli medievali che i cittadini italiani devono pagare per coprire le spese d’uno stato che, con le casse vuote, si prende il lusso di andare in giro per il mondo a fare la guerra in nome della democrazia e della pace nel mondo. Uno stato che si permette il lusso di spendere miliardi per acquistare aerei da combattimento quando la nostra Costituzione afferma che la repubblica aborre la guerra come strumento di offesa alla libertà di atri popoli e come mezzo per a risoluzione delle controversie internazionali. Si tratta di spese che servono soltanto a rimpinguare di utili le casseforti dei produttori italiani di armi e di sistemi d’arma.

 

Si tratta di riconoscere i nostri limiti. Si tratta di accettare l’idea che l’Italia non è una grande potenza e che non ha i mezzi per finanziare delle costose missioni militari all’estero. L’economia italiana è sempre stata debole a causa del suo dualismo, delle sue distorsioni, della arretratezza merceologica dei prodotti delle sue industrie, dei suoi bassi salari, della bassa qualificazione della sua forza lavoro, della scarsa produttività del lavoro la quale è venuta a dipendere sempre meno dallo sforzo fisico e sempre più dagli investimenti in ricerca e sviluppo.

 

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L’eliminazione completa dell’Imu costa 4 miliardi e altrettanto il blocco di un punto dell’Iva, cifre che “fanno ipotizzare interventi compensativi di estrema severità che al momento non sono rinvenibili”, ha detto il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni in Senato rispondendo ad alcune interrogazioni.

 

Il ministro ha aggiunto che sull’Iva il governo ha allo studio “tutto il ventaglio delle soluzioni”: dallo stop dell’aumento, che costa 4 miliardi l’anno, ad un rinvio di qualche mese in attesa di un “miglioramento” dei conti pubblici.

 

“Il governo è al lavoro su tutti i temi che fanno parte dell’impegno programmatico del governo: pressione fiscale sui consumi e su proprietà immobiliare. E’ in corso una quantificazione globale delle esigenze di finanziamento per rispondere a questi obiettivi”.

 

I debiti della P.A verso le imprese, oltre ai 40 miliardi previsti dal recente decreto, ha detto il ministro, “sono dell’ordine di 20-30 miliardi”, e non di 90 come avevano riportato precedenti stime.

 

“C’é attenzione alla situazione delle imprese e della tassazione sui capannoni industriali”, ha aggiunto Saccomanni, aggiungendo che “la possibilità di dedurre il pagamento dell’IMU dal reddito d’impresa è una delle opzioni che stiamo attentamente valutando”

 

“A raccontare una cosa che oggi risulta impossibile si fa presto, ma poi diventa difficile”, ha affermato il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato a Porta a porta confermando che tra 16 giorni avremo l’Iva maggiorata di un punto: “Sì, senza che il governo faccia nulla”.

 

 

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Allarme della Bce sul nostro Paese: ”Il risanamento di bilancio “più graduale” indicato nel nuovo programma di stabilità dell’Italia presenta “rischi”, rappresentati da “un’evoluzione macroeconomica peggiore delle aspettative” e “un rallentamento delle entrate rispetto alle dinamiche ipotizzate nonché maggiori spese”.

 

“Li abbiamo già rassicurati”: così il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha risposto ai giornalisti che chiedevano se l’Italia debba rassicurare la Bce dopo il monito sulle incertezze sul percorso di risanamento.

 

Nel suo bollettino mensile l’EUrotower torna sull’andamento dei conti pubblici nel 2012 rifacendosi al dati notificati dai Paesi dell’Eurozona ad Eurostat in primavera, che mettono l’Italia nel gruppo dei Paesi che non hanno fatto salire il deficit oltre il 3% del Pil. Lo scorso anno “il risanamento – nota la Bce – è stato sostenuto da interventi di aumento delle entrate che hanno più che compensato l’incremento della spesa osservato nel 2012”. I disavanzi “sono rimasti superiori al valore di riferimento del 3 per cento del Pil nella maggior parte dei paesi dell’area, con l’eccezione di Germania, Estonia, Italia, Lussemburgo, Austria e Finlandia”. Quanto al debito, resta prossimo o superiore al 100% del Pil in Belgio, IRlanda, Grecia, Italia e Portogallo. La Bce nota comunque, per l’Italia, un deficit/Pil superore di 1,3 punti percentuali all’obiettivo fissato nel programma di stabilità, “un risultato perlopiù riconducibile all’andamento economico peggiore delle aspettative e alla debole dinamica delle entrate”. “Nel quadro di una progressiva ripresa – prosegue la Bce – l’aggiornamento del programma italiano “posiziona il disavanzo appena sotto il 3% del Pil” per il 2013″ dopo che “in previsione di un percorso di risanamento più graduale, gli obiettivi di bilancio sono stati notevolmente ridimensionati rispetto all’aggiornamento del programma per il 2012”. In base alle attese, ricorda poi la Bce, “nel 2013 il rapporto fra debito pubblico e Pil raggiungerebbe il picco di circa il 130% del Pil”.

 

Quindi dall’Eurotower arriva un monito: l’Italia, scrive la Banca centrale europea nel bollettino – deve “attenersi con rigore al percorso di moderazione del disavanzo specificato nell’aggiornamento per il 2013” al suo programma di stabilità, affinché “non venga di nuovo superato il valore di riferimento del 3%” di deficit/Pil, una “sfida cruciale per la politica di bilancio del nuovo governo”.

 

L’economia dell’Eurozona “dovrebbe stabilizzarsi e riprendersi nel corso dell’anno, seppure a ritmo moderato”. Lo scrive la Bce nel bollettino mensile, confermando che “i rischi per le prospettive economiche dell’area euro continuano ad essere al ribasso e includono la possibilità di una domanda interna ed esterna inferiore alle attese e una lenta o insuROMA – Sull’Imu “le interferenze tra la politica tributaria nazionale e la fiscalità locale rendono il prelievo opaco per il contribuente”. Lo afferma la Banca d’Italia in audizione al Senato sostenendo che la riforma della tassazione può razionalizzare i poteri del prelievo “destinando ai comuni l’intero gettito Imu”.

 

fficiente attuazione delle riforme strutturali”. La Bce conferma la revisione delle stime sul Pil nel 2013 (-0,6% dal precedente -0,5%), e lievemente al rialzo (+1,1%) per il 2014.

 

Quanto all’occupazione la banca centrale europea ricorda che le economie dell’Eurozona hanno perso oltre quattro milioni di occupati dall’inizio della crisi nel 2008, e le statistiche indicano che “é probabile che l’occupazione si sia ulteriormente ridotta nei primi due trimestri del 2013”.

 

Italia, Spagna, Portogallo hanno registrato nella prima parte dell’anno “un miglioramento delle condizioni del mercato primario dei titoli di Stato, come dimostrano il buon esito delle aste di titoli di Stato”e il rientro degli investitori esteri. Tuttavia – scrive la Bce – alcuni mercati vedono “un nuovo aumento dei rendimenti”.

 

 

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“L’alta disoccupazione giovanile in tanti paesi europei e anche in Italia è una grande sfida per tutti noi”. Lo ha detto il ministro delle Finanze tedesco Wolfgnag Schaeuble, in un’intervista esclusiva all’ANSA, in vista del vertice sul lavoro, di oggi a Roma. Il ministro ha aggiunto che “I rapporti fra il governo italiano e il governo tedesco sono di piena fiducia e molto buoni”. Schaeuble si è detto anche fiducioso che Enrico Letta porterà avanti con successo la strada intrapresa da Mario Monti. Elogiando, infatti, le riforme dell’ex premier, ha detto: “Sono fiducioso che il governo Letta, che io ho conosciuto in altre posizioni anni fa, porterà avanti questa strada con successo”.

 

Secondo il ministro, poi, In Italia è “decisiva per un forte e soprattutto duraturo effetto sulla crescita e sull’occupazione, una ulteriore veloce e coerente applicazione delle riforme strutturali”.

 

Alla domanda se il governo tedesco sia preoccupato dalle parole di Silvio Berlusconi contro Berlino, ha risposto: “Credo che noi tutti non dovremmo lasciarci impressionare oltre misura da singole affermazione: che siano in Germania, in Italia o in altrove”. “Un calcolo degli investimenti fuori dal saldo di bilancio nazionale ritengo sia la strada sbagliata”, ha aggiunto il ministro.

 

 

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Gli Stati Uniti stanno crescendo al ritmo di circa il 2 per cento l’anno e in un triennio il tasso di disoccupazione è sceso dal 10 al 7,5 per cento. Il deficit pubblico al netto degli interessi è sceso di 7 punti in percentuale del Prodotto interno lordo (Pil): dall’11,5 per cento circa al culmine della crisi nel 2009, al 4,5 per cento previsto per quest’anno. In tre anni, fra il 2011 e il 2013, hanno ridotto le spese di circa 2 punti di Pil e aumentato le imposte di un punto e mezzo. Anche in Europa i deficit sono scesi, ma la crescita non riparte. In Italia stiamo attraversando la recessione più grave dal dopoguerra. Ora, si chiedono Alesina e Giavazzi sul Corriere della sera. che cosa spiega queste differenze?

 

Alcune di queste sono difficili da eliminare nel breve periodo: la maggiore flessibilità dei mercati americani, in particolare quello del lavoro, la mancanza in Europa di una politica fiscale comune, le divergenze fra i Paesi dell’euro che impediscono una maggiore integrazione dell’eurozona e legano le mani alla Bce. Ma una cosa importante la potevamo fare, imparando dagli Stati Uniti: attaccare alla radice e senza indugi il problema delle banche. Le prime misure del governo americano, all’inizio della crisi, quando era ancora presidente George W. Bush, furono rivolte alle banche, le quali furono obbligate a rafforzare il loro patrimonio anche con l’aiuto pubblico. Fatto questo, gli interventi volti a ridurre il deficit (si può poi discutere se siano stati più o meno sufficienti e di buona qualità) sono stati molto meno costosi che in Europa proprio perché non si sono sommati a una contrazione del credito.

 

Nell’eurozona abbiamo seguito la sequenza sbagliata. Occorreva prima rafforzare le banche affinché la loro debolezza non desse luogo a una contrazione dei prestiti, e dopo, solo dopo, ridurre i deficit tagliando le spese. Invece abbiamo fatto esattamente il contrario. Non abbiamo ricapitalizzato le banche e anziché tagliare le spese abbiamo aumentato le imposte. Alcuni Paesi, fra cui l’Italia, hanno rifiutato i fondi messi a disposizione, sia pure tardivamente, dall’Europa per ricapitalizzare le banche. Non li abbiamo voluti per due motivi. Per lo stupido orgoglio di non accettare che qualcun altro metta il becco nelle nostre banche: «Le nostre autorità sono più che sufficienti» (lo si è visto alla Banca Popolare di Milano!). E perché le Fondazioni bancarie, ovvero i padroni delle banche, non hanno i fondi per ricapitalizzarle, e non vogliono diluire la loro proprietà.

 

Due giorni fa Standard & Poor’s ha pubblicato uno studio che evidenzia (se ancora ve ne fosse bisogno) la gravità della contrazione del credito in Italia, soprattutto per le imprese piccole e medie. Si è creato un circolo vizioso. Private del credito le aziende falliscono; più imprese falliscono, più crescono le sofferenze bancarie, cioè i crediti inesigibili; più aumentano le sofferenze, più diminuisce il capitale delle banche e con esso i prestiti alle imprese e più crescono i fallimenti. Stiamo ripetendo l’errore che fece il Giappone vent’anni fa quando, dopo un crac immobiliare, lasciò le banche a languire per un ventennio. Il risultato è purtroppo ben noto: vent’anni di crescita zero e un debito pubblico che ha raggiunto il 200 per cento del Pil. Per favore: impariamo dagli Usa, non dal Giappone.

 

 

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Giusto. Una volta tanto devo dare ragione a Alesina e Giavazzi, salvo aggiungere che in Usa c’è un governo federale. In Europa, non c’è un tale governo. In Europa si vive alla giornata. In Europa, s’è pensato che, introdotto l’euro, si sarebbero accelerati i tempi dell’unificazione politica. Non è stato così e l’introduzione dell’euro ha imposto a governi dell’eurozona delle politiche economiche che hanno ostacolato, com’era prevedibile, la crescita economica anche dei paesi economicamente più forti.

 

corradobevilacqua.blogspot.it

laprimaradice

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