CORRADO BEVILACQUA, ECONOMIA DELLA GLOBALIZZAZIONE 1

15 Giu
Economia della globalizzazione
A cura di
Corrado Bevilacqua
PREFAZIONE. La crescente integrazione economica internazionale, o globalizzazione, come viene comunemente chiamata, offre molte opportunità, afferma un documento della Commissione europea. Le aziende dell’UE possono accedere più facilmente a nuovi mercati in espansione e alle fonti di finanziamento e tecnologia. I consumatori dell’UE hanno a disposizione una più ampia varietà di prodotti a prezzi inferiori. Ciò offre potenziali vantaggi significativi per l’Unione, in termini di maggiori livelli di produttività e aumento dei salari reali. La Commissione europea calcola che circa un quinto del miglioramento del tenore di vita nell’UE-15 negli ultimi 50 anni è attribuibile alla globalizzazione. Per questa ragione, continua la Commissione europea, l’UE ha assunto un atteggiamento decisamente favorevole ad una maggiore apertura economica. La sua politica commerciale si è rivelata un importante strumento per guidare la liberalizzazione degli scambi a livello mondiale.
 
L’opinione pubblica, tuttavia, nota la Commissione europea, associa spesso la globalizzazione alla perdita di posti di lavoro, alla diminuzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. Questo atteggiamento negativo si fonda sul timore che la maggiore concorrenzialità dei paesi con bassi costi salariali eserciti un’eccessiva pressione sui produttori e sui lavoratori locali, con la conseguente chiusura, totale o parziale, di stabilimenti produttivi nel proprio paese e la loro delocalizzazione all’estero. Sebbene non si tratti di preoccupazioni nuove, esse sono state esacerbate dall’irrompere di Cina e India sulla scena del commercio mondiale. In particolare, il diffuso ricorso alle tecnologie dell’informazione rende sempre più sfumato il confine tra ciò che può o meno essere oggetto di scambio.
 
Il tentativo di trovare una risposta adeguata alla globalizzazione può essere considerato un aspetto della sfida politica generale cui devono far fronte le economie dinamiche, cioè quella di gestire con successo i mutamenti strutturali dell’economia. Per raccogliere i frutti della globalizzazione è necessario passare attraverso un processo di adeguamento, poiché i fattori di produzione – come, ad esempio, il capitale d’investimento – si spostano dalle attività e dalle aziende che non sono in grado di far fronte alle maggiori pressioni concorrenziali verso quelle che invece ne escono vincenti. Tuttavia, sebbene sia dimostrato che la globalizzazione non è stata accompagnata da una generale perdita netta di posti di lavoro, l’adeguamento delle strutture economiche genera dei costi a causa del trasferimento di risorse tra aziende e attività. Maggiore è la rigidità dei mercati del lavoro, dei capitali e dei prodotti, maggiori sono i costi di questo aggiustamento strutturale di cui risentiranno fortemente, almeno nel breve periodo, determinati settori e le regioni in cui essi si concentrano.
 
La sfida politica consiste nel trasformare i potenziali benefici della globalizzazione in vantaggi concreti, minimizzando al contempo i costi sociali. L’adozione di misure volte a migliorare il funzionamento dei mercati dell’UE e ad incentivare l’innovazione contribuirà ad abbreviare il processo di aggiustamento, mentre con misure mirate, come il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, si potranno aiutare i lavoratori che subiscono le conseguenze di tale fenomeno. Oltre alle questioni interne, l’UE deve fronteggiare anche problemi esterni che richiedono adeguate risposte politiche, tra cui:
 
– sviluppo del commercio mondiale e mantenimento della posizione dell’Europa quale primo blocco commerciale a livello mondiale
– gestione dei flussi migratori quale fonte di forza lavoro, rimedio all’invecchiamento demografico e fattore di sviluppo
– mantenimento della posizione dell’UE quale luogo di provenienza e destinazione di investimenti esteri diretti (IED) e gestione degli squilibri nell’economia mondiale in collaborazione con i paesi partner.
 
La Commissione svolge un ruolo importante, conclude la stessa Commissione europea, nella definizione di una strategia politica coerente volta ad affrontare le sfide della globalizzazione. Essa segue con attenzione l’evoluzione delle principali tendenze nel commercio mondiale e dei flussi di IED, oltre che della posizione dell’UE sotto tali profili. Valuta inoltre periodicamente l’impatto della globalizzazione sull’andamento economico dell’UE e formula suggerimenti alla luce delle sue analisi.
 
Ora, le cose così semplici e coinvolgono problemi pratici e teorici di non facile soluzione a cominciare da aquello della definizione di benessere.
 
 
QUALE BENESSERE. Un acceso dibattito si è sviluppato negli ultimi anni per pervenire a una definizione degli indicatori dei livelli di b. − fra gruppi sociali presenti all’interno delle singole economie e fra paesi diversi − più congrua di quanto non potesse derivare utilizzando i sistemi di misurazione aggregata di tipo economicistico. Tradizionalmente gli economisti hanno infatti espresso il b. sociale con alcuni indicatori quantitativi, quali gli indici di produzione e di consumo di beni e di servizi, il livello di reddito, il tasso di disoccupazione e di crescita industriale. Nel dopoguerra inoltre, con la definitiva affermazione dell’economia keynesiana, si è imposta una forma di misurazione aggregata − come il Prodotto Interno Lordo − quale unica variabile per la misurazione del b. economico. Si tratta tuttavia di una definizione insufficiente, sia perché il PIL esclude in realtà tutti quei prodotti e servizi che sfuggono a una valutazione di mercato, sia perché non considera i costi sociali (di tipo ambientale, psicologico-sociale, ecc.) che incidono sulla reale struttura di un’economia.
Assumere la crescita del PIL come indicatore dell’aumentato b., infatti, fa sì che virtualmente tutti i beni e servizi, compresi i costi sociali, siano soggetti a una determinazione monetaria e siano inclusi nel sistema degli scambi di mercato. In secondo luogo, si presuppone la condizione irrealistica, nelle moderne società industriali, della ‘sovranità’ del consumatore nella determinazione del valore dei beni. In tal modo si assume che le quantità fisiche di beni prodotte da un individuo, il b. e il valore d’uso dei beni da questo consumati siano tra loro legati da un rapporto diretto.
 
A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, il movimento degli indicatori sociali (T. Scitovski, E. Gross, A. Shonfield e S. Shaw) ha prodotto − soprattutto nei paesi maggiormente industrializzati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Francia) − una copiosa letteratura avente per oggetto la determinazione del b. reale, unitamente alla definizione di numerosi strumenti tesi a schiudere la natura e il funzionamento del sistema sociale in modo più completo di quanto non potesse derivare dai tradizionali misuratori economici aggregati, che oscuravano i caratteri non egualitari della crescita delle moderne società industriali.
 
Assumendo il concetto di b. in termini essenzialmente qualitativi, un indicatore sociale rappresenterebbe una misurazione indiretta e composita della qualità della vita e della soddisfazione che non sempre sono funzione diretta e lineare dei livelli di ricchezza e di consumo. Le variabili da analizzare avranno quindi per oggetto, accanto alle funzioni economiche, fattori come l’istruzione, le condizioni di salute della popolazione, l’ambiente di vita, l’organizzazione e l’alienazione sociale (J. Drewnowski e W. Scott). In assenza di una teoria sociale compiuta che fornisca gli strumenti di misurazione diretta dei sistemi economici contemporanei, un indicatore sociale non sarà quindi inteso in termini di input di un sistema sociale (cioè quantificabile mediante variabili definite a priori), bensì in termini di output, ovvero quale rappresentazione indiretta dei livelli di soddisfazione dei bisogni primari espressi da ogni gruppo statalmente o regionalmente organizzato.
 
L’assunzione di un concetto ampio e di difficile definizione, come quello di b., solleva a sua volta dei problemi che non possono trovare una soluzione unitaria. I criteri di definizione del b. variano infatti considerevolmente per ogni sistema sociale, sia in ragione dei giudizi di valore, sia per la loro inseparabilità rispetto a un altro fondamentale concetto − quello di giustizia sociale − anch’esso relativo e subordinato a determinazioni che variano nel tempo oltre che fra i diversi gruppi sociali. Ogni confronto internazionale delle condizioni di b. può quindi ingenerare rilevanti errori d’interpretazione: così, se un livello adeguato di nutrizione, salute, vestiario, possono considerarsi quali condizioni di b. minimo presente in ogni sistema sociale − e come tali definite come bisogni essenziali per la sopravvivenza − ogni società esprimerà bisogni altamente differenziati di tipo culturale, relativi alla sicurezza e al tempo libero, che sono parte integrante nella definizione di un adeguato livello di qualità della vita. Gli stessi indicatori comunemente utilizzati dalle Nazioni Unite in ambito internazionale sono anch’essi frutto di convenzioni fra gli studiosi di scienze sociali: a questo riguardo, le componenti di base del b. sociale ritenute valide per tutti i paesi del mondo sono il livello di nutrizione, la protezione personale, la salute, l’educazione, il tempo libero, la sicurezza, la stabilità sociale, la protezione ambientale, il surplus di reddito.
 
Negli anni recenti si è definitivamente accettato che anche all’interno di una data area territoriale (una regione, una città) le variazioni nei livelli di vita siano tali da richiedere una disaggregazione spaziale delle condizioni sociali. Questa acquista un’indiscussa importanza non soltanto a scopi analitici (cioè per la comprensione dei fondamentali processi e meccanismi inerenti ogni società), ma soprattutto nella definizione delle politiche di pianificazione, tese all’allocazione spaziale di quegli elementi potenzialmente capaci di riequilibrare i sistemi sociali contemporanei.
 
In questo quadro, di fronte all’impossibilità di fornire concretezza analitica a concetti essenzialmente astratti, la definizione della qualità della vita e la determinazione dei bisogni in termini di privazione relativa (W. G. Runciman, D. Harvey) apportano un criterio maggiormente coerente. Sotto questa luce, un individuo − o un gruppo d’individui − sarebbe relativamente privato (e quindi esprimerebbe un bisogno) se desidera beni e servizi che solo altri possiedono, ma dei quali non può attualmente disporre. Egli esprime quindi una privazione nel momento in cui percepisce che non sono alla sua portata alcuni beni e servizi la cui disponibilità consentirebbe di accrescere il suo livello di benessere. Ora, la correlazione b.-soddisfazione dei bisogni non esiste se non all’interno di una data società, in un periodo storico preciso, in un’area territoriale data, dove le condizioni di b. di un individuo o di un gruppo diventano automaticamente relative rispetto ad altre classi sociali e ad altre delimitazioni territoriali.
 
È quindi soprattutto in termini di geografia del b. che la problematica ha acquistato piena coerenza, sebbene aggiungendo la dimensione spaziale dei fenomeni economico-sociali si accrescano le difficoltà analitiche. La trasformazione degli indicatori sociali in indicatori socio-territoriali (A. Shonfield, S. Shaw, N. E. Terlecki, D. Smith) è un processo relativamente elementare che consiste nel riferire le componenti del b. prima ricordate a specifiche porzioni di territorio (urbano, regionale, nazionale) e nell’aggiungere altre componenti specifiche in rapporto alle diverse condizioni esaminate. Tuttavia è sul piano operativo e concettuale che, attraverso la spazializzazione della funzione del b. sociale, si affacciano le ipotesi più significative.
 
Dal punto di vista delle strategie di pianificazione i livelli locali di b. possono essere determinati in rapporto alle esternalità prodotte da specifici interventi (come investimenti infrastrutturali, industriali, ecc.) di cui devono essere colti gli effetti di utilità e/o disutilità, i quali possiedono una connotazione intrinsecamente spaziale, sovente indicata come effetto di vicinato.
 
Verificandosi un’esternalità, si realizza un processo di travaso dei benefici (come, per es., le occasioni di occupazioni indotte dalla localizzazione di un nuovo stabilimento industriale) e/o dei costi (come gli effetti d’inquinamento prodotti dallo stesso) che assumono varie configurazioni alternative: a) il mantenimento di entrambi all’interno dell’area in questione; b) il confinamento dei benefici e la diffusione alle aree adiacenti dei costi relativi; c) infine la condizione opposta, ovvero il confinamento dei benefici accompagnato al trasferimento dei costi. Su questo piano, la definizione dell’area di esternalità e l’applicazione dell’analisi costi-benefici gioca un ruolo determinante concorrendo alla ridefinizione degli strumenti della politica di pianificazione territoriale.
 
QUALE GLOBALIZZAZIONE. Col termine g. si intende, il fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti. Da un lato, si assiste, infatti, a una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni e a una conseguente scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale o regionale; dall’altro, le imprese sono maggiormente in grado di sfruttare rilevanti economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, specie dei beni di consumo standardizzati, e di praticare politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti i mercati. L’impresa che opera in un mercato globale, pertanto, vende lo stesso bene in tutto il mondo e adotta strategie uniformi, a differenza dell’impresa multinazionale, il cui obiettivo è invece quello di assecondare la varietà delle condizioni presenti nei paesi in cui opera.
 
Il termine g. è spesso usato, come sinonimo di liberalizzazione, per indicare la progressiva riduzione, da parte di molti paesi, degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Questo, tuttavia, è solo un aspetto dei fenomeni di g., che comprendono, in particolare, una tendenza al predominio sull’economia mondiale da parte di grandi imprese multinazionali, operanti secondo prospettive sempre più autonome dai singoli Stati, e una crescente influenza di tali imprese, oltre che delle istituzioni finanziarie internazionali, sulle scelte di politica economica dei governi, in un quadro caratterizzato dall’aumento progressivo dell’integrazione economica tra i diversi paesi, ma anche dalla persistenza (o addirittura dall’aggravamento) degli squilibri fra questi. Tali fenomeni scaturiscono dai processi di integrazione internazionale sviluppatisi nel 19° sec., interrotti nella prima metà del Novecento dalle guerre mondiali e dalla Grande depressione, e ripresi nella seconda metà (soprattutto dopo il 1960) con rinnovato vigore. Tra gli ultimi decenni del 20° e gli inizi del 21° sec. il progresso tecnologico, divenuto sempre più veloce, ha ridimensionato le barriere naturali agli scambi e alle comunicazioni, contribuendo alla forte crescita registrata dal commercio internazionale e dagli investimenti diretti all’estero. In particolare, la diffusione delle tecnologie informatiche ha favorito i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e i fenomeni di concentrazione su scala mondiale; ha favorito inoltre un’espan sione enorme della finanza internazionale, tanto che il valore delle transazioni giornaliere sui mercati valutari è divenuto ormai superiore allo stock delle riserve valutarie esistenti. Contemporaneamente, la tendenza alla riduzione degli ostacoli, di ordine tariffario, fiscale o normativo, alla libera circolazione delle merci e dei capitali si è approfondita ed estesa, coinvolgendo anche molti paesi, ex socialisti o in via di sviluppo, che in passato avevano adottato politiche assai più restrittive.
 
I fenomeni sopra ricordati hanno suscitato un ampio dibattito. Secondo alcuni studiosi, la g. può esercitare effetti positivi sull’economia mondiale sotto il profilo sia dell’efficienza sia dello sviluppo: in particolare, la liberalizzazione e la crescita degli scambi commerciali e finanziari potrebbero stimolare un afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali e favorire una tendenziale riduzione del divario economico fra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Altri sostengono, invece, che, dati gli squilibri e le forti differenze (economiche, tecnologiche, culturali, politiche) esistenti tra i diversi paesi, nonché la presenza di condizioni di mercato assai lontane da quelle di concorrenza perfetta postulate dai modelli tradizionali, gli eventuali effetti positivi dei processi di g. non si distribuiscono in modo uniforme: in particolare, per i paesi in via di sviluppo tali processi possono comportare conseguenze anche molto sfavorevoli, mentre negli stessi paesi sviluppati si verifica un contrasto tra i settori sociali che traggono vantaggio dai processi di g. e quelli che invece ne sono danneggiati (per es., i lavoratori impegnati in attività produttive che vengono trasferite all’estero). Va inoltre tenuto presente che, in un quadro caratterizzato da una crescente integrazione internazionale e dalla stabilizzazione dei tassi di cambio tra le monete di diversi paesi, l’adozione, a fronte di squilibri e tensioni interne, di provvedimenti di carattere sociale o anticiclico viene resa più difficile dalla riduzione dell’autonomia dei singoli governi nella gestione della politica economica.
La g. riguarda non soltanto la produzione di merci ma anche delle idee. Le figure professionali ad alta qualificazione, in particolare ingegneri informatici, ma a basso salario presenti in alcuni paesi in via di sviluppo, soprattutto in India, hanno spinto molti colossi della produzione hi-tech a delocalizzare in questi paesi i laboratori di ricerca e sviluppo. Paesi come gli Stati Uniti, che tradizionalmente attraevano cervelli da ogni parte del pianeta, oggi vedono messo in crisi tale meccanismo dalla concorrenza di alcuni paesi in via di sviluppo.
 
L’indice più comunemente usato per valutare il grado d’integrazione dell’economia mondiale è il rapporto fra esportazioni e PIL nei diversi paesi. Questo rapporto, che aveva raggiunto un minimo storico dopo la Seconda guerra mondiale, è nuovamente cresciuto, nella maggior parte dei paesi, durante la seconda metà del 20° secolo. Per quanto riguarda la partecipazione al commercio internazionale, i paesi sviluppati hanno mantenuto un peso preponderante, anche se dal finire del secolo si è manifestata una tendenza alla crescita del ruolo dei paesi in via di sviluppo. A partire dagli anni 1980 si è assistito all’espansione di aree di integrazione regionale, come l’UE o il NAFTA, che, se da un lato accentuano i processi di liberalizzazione degli scambi tra i paesi membri, dall’altro possono favorire il mantenimento di barriere commerciali nei confronti degli altri Stati. I processi di integrazione commerciale hanno in ogni caso continuato a estendersi, sia per l’adesione, comunque diffusa, alle politiche di liberalizzazione degli scambi con l’estero, sia per la riduzione dei costi delle telecomunicazioni e dei trasporti indotta dall’incremento tecnologico, sia per gli investimenti da parte di imprese dei paesi industrializzati nei paesi in via di sviluppo.
 
La libertà di movimento dei capitali raggiunta verso la fine del 20° secolo è paragonabile a quella degli anni precedenti la Prima guerra mondiale, quando si era realizzato un alto grado di integrazione dei mercati finanziari (nel 1913 i rapporti tra i flussi totali di capitali e il commercio o la produzione mondiale erano superiori a quelli degli anni 1970). Dopo le restrizioni del periodo fra le due guerre, la seconda metà del secolo ha visto una graduale liberalizzazione, mentre rilevanti modifiche si verificavano per quanto riguarda l’origine e la composizione dei flussi di capitali. Tra la Seconda guerra mondiale e gli anni 1960 ampi flussi di investimenti esteri diretti, per lo più indirizzati verso l’industria manifatturiera e il settore petrolifero, provenivano dagli Stati Uniti, divenuti in quel periodo il maggiore esportatore netto di capitali. Nel corso degli anni 1970 il Giappone assunse un ruolo di rilievo, fino a diventare nel decennio successivo una delle principali fonti mondiali sia di capitali speculativi a breve termine sia di investimenti diretti. A partire dagli anni 1980 gli Stati Uniti sono stati caratterizzati da forti deficit della bilancia commerciale e da cospicue importazioni nette di capitali (con l’accumulo quindi di un ingente debito estero). A partire dagli anni 1980, inoltre, grazie anche allo sviluppo delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni e alle politiche di liberalizzazione dei mercati finanziari, si è verificato un enorme aumento dei flussi speculativi a breve termine, che ha coinvolto gli stessi paesi in via di sviluppo, influendo pesantemente sull’andamento delle loro economie.
 
La crescita del debito e del rapporto debito/PIL nei paesi in via di sviluppo, spesso alimentata da processi cumulativi perversi (nuovo indebitamento per fare fronte ai debiti pregressi), ha inciso pesantemente sulla loro situazione economica, sociale e politica; in particolare, essi sono stati costretti a comprimere quanto più possibile la domanda interna (con gravi conseguenze sulle condizioni di vita della popolazione) nel tentativo di realizzare, malgrado l’andamento poco favorevole delle ragioni di scambio, onerosi attivi della bilancia commerciale e finanziare così il servizio del debito estero. All’inizio del nuovo millennio il problema del debito estero dei paesi in via di sviluppo rappresenta uno dei principali squilibri del processo di g. in corso.
 
Per quanto riguarda, infine, la Comunità Europea, a partire dal 1992 sono stati rimossi tutti i vincoli ai movimenti di capitali e si è verificata una progressiva perdita di autonomia dei governi nazionali nei campi della politica monetaria e dell’allocazione dei capitali all’interno dei paesi membri.
 
Aumenti della disuguaglianza tra paesi e all’interno dei paesi indotti dal progresso di integrazione vengono spiegati anche attraverso i mutamenti del mercato del lavoro, che hanno comportato un allargamento dei differenziali retributivi nei paesi industrializzati (wage gap). Il progresso tecnico avrebbe infatti ridotto marcatamente la domanda di lavoro a bassa qualifica (unskilled) a favore di quello a più alto contenuto di conoscenza (skilled). Data l’inerzia dell’offerta ad adeguarsi a questa maggiore domanda, questo ha di fatto creato un eccesso di domanda di lavoro a più alto contenuto di conoscenza che si è concretizzato in un incremento salariale di questi lavoratori. Il wage gap indotto dal progresso tecnico skill biased è visto come uno dei principali responsabili degli incrementi di disuguaglianza tra paesi ricchi e poveri ma anche all’interno dei paesi maggiormente industrializzati. Tuttavia questo meccanismo ha avuto impatti diversi nei paesi con differenti istituzioni a protezione dei lavoratori. Non è un caso che gli USA registrino un forte incremento di disuguaglianza indotto dal wage gap, date le scarse protezioni sociali e sindacali dei lavoratori a bassa qualifica. Nei paesi europei maggiormente sindacalizzati, questi effetti sono stati in parte mitigati dalla rigidità salariale.
 
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