economia della globalizzazione 2

15 Giu

 

POPOLAZIONE MONDIALE. Entro il 2100 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere 11 miliardi di persone, ossia circa 800.000 in piu’ rispetto alle previsioni fatte nel 2011. Secondo lo studio prodotto da un gruppo di ricercatori dell’Universita’ di Washington per le Nazioni Unite, a spingere l’aumento demografico sara’ soprattutto l’Africa. In controtendenza l’Italia, che nei prossimi decenni proseguira’ sulla strada della ‘crescita zero’: entro il 2100 – secondo il rapporto Onu – si perderanno ben 6 milioni di abitanti. Ed entro il 2050 un cittadino italiano su due sara’ un ultrasessantenne, con l’ aspettativa di vita in costante aumento, salendo a 82,3 anni nel 2015 e ancora a 93,3 anni a fine secolo. ”La crescita della popolazione ha subito un rallentamento se considerata in maniera complessiva – ha spiegato il sottosegretario generale Onu per gli Affari Economici e Sociali Wu Hongbo – questo rapporto ci ricorda che alcuni Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa stanno crescendo rapidamente”. ”In alcuni casi, l’effettivo livello della fertilita’ sembra essere aumentato negli ultimi anni, in altri casi, la stima precedente era troppo bassa”, ha aggiunto John Wilmoth, direttore della divisione popolazione del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali, il quale ha presentato il rapporto al Palazzo di Vetro di New York. ”Le piccole differenze nella traiettoria della fertilita’ nei prossimi decenni – ha aggiunto – potrebbero avere importanti conseguenze per quanto riguarda le dimensioni, la struttura e la distribuzione della popolazione nel lungo periodo”.
 
Secondo lo studio, entro fine secolo la popolazione mondiale superera’ dell’8% quelle che erano le previsioni fatte appena due anni fa. Per i ricercatori statunitensi, l’errore – ossia la sottostima – andrebbe ricercato in particolare nel mancato calo della fertilita’, previsto al ribasso, nel continente africano.
 
Le ultime stime, risalenti al 2011, relative alla crescita della popolazione mondiale avevano indicato che il pianeta avrebbe raggiunto entro la fine del secolo un numero di abitanti di circa 10,1 miliardi. I nuovi dati emersi in questi 2 anni hanno ora obbligato a rivedere la crescita entro il 2100 fino a 10,9 miliardi con la sola Africa che passera’ degli attuali 1,1 ai 4,2 miliardi di persone, un aumento di quattro volte la popolazione attuale.
 
”Questi nuovi dati – ha spiegato Adrian Raftery, uno dei responsabili dello studio – mostrano che c’e’ la necessita’ di rinnovare le politiche sociali nelle regioni africane, come ad esempio una migliore istruzioni per le ragazze e aumentare l’accesso alla pianificazione familiare”.
 
Nelle altre parti del mondo non si prevedono invece sostanziali cambiamenti rispetto a quanto stimato finora. L’Europa continuera’ a vivere un graduale declino a causa del basso numero di nascite, e le altre regioni assisteranno a modesti aumenti provocati dall’allungamento della vita media. Il maggiore exploit e’ previsto in Nigeria la cui popolazione aumentera’ di circa 5 volte, da 184 milioni a 914, seguita dall’India, unico paese non africano tra i primi 10, mentre il maggior calo interessera’ invece la Cina che passera’ da 1,4 miliardi a 1,1 nel 2100. Nonostante la sempre maggior raffinatezza degli strumenti previsionali, le stime elaborate hanno comunque importanti margini di errore, la stima di circa 11 miliardi e’ infatti all’interno di un intervallo molto attendibile che potrebbe oscillare tra i 9 e i 13 miliardi di persone nel 2100.
 
Dal punto di vista demografico, ha scritto il demografo Antonio Golini, il 20° secolo. e, in particolare, i suoi ultimi cinquant’anni, hanno visto una grande esplosione – questo è il termine comunemente usato – della popolazione mondiale, e una sua non minore trasformazione. Alla base di questi fenomeni vi sono, com’è noto, due grandi vittorie, che l’uomo ha da sempre ricercato ma che ha ottenuto appieno (peraltro non dappertutto) soltanto da pochi decenni: la vittoria contro la morte precoce che, percorrendo una lunga strada, prende le mosse dai vaccini di Edward Jenner alla fine del Settecento, e che ha comportato un crollo della mortalità; la vittoria contro le nascite indesiderate, che prende le mosse dalla ‘pillola’ di Gregory G. Pincus alla metà del secolo scorso, cioè 150 anni dopo Jenner, e che ha comportato un crollo della fecondità.
 
L’ampia differenza temporale esistente fra l’inizio dell’abbassamento della mortalità e l’inizio di quello della fecondità ha portato alla straordinaria crescita della popolazione prima citata. Questa è stata favorita dalla sempre maggiore disponibilità di energia e di cibo, che a partire dalla Rivoluzione industriale ha evitato il ritorno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse – la fame, l’epidemia, la guerra, la morte – i quali non hanno più esercitato sulla crescita della popolazione un’azione devastante, com’era invece successo per millenni (Golini 20032; Livi Bacci 1989, nuova ed. 2005).
 
Nella storia contemporanea della popolazione mondiale, le migrazioni hanno giocato un ruolo di gran lunga meno importante. Questo è stato rilevante soltanto in alcuni e limitati casi e periodi, in particolare nel popolamento dei nuovi mondi e, di conseguenza, nell’allentare decisamente la pressione demografica, prima nei vecchi mondi, specialmente nell’Europa, poi anche nell’America Latina.
 
I guadagni nella durata media della vita sono stati davvero straordinari: nel mondo intero, fra il 1950-1955 e il 2000-2005 questa è passata da 47 a 65 anni, crescendo di 18 anni, cioè di 4,3 mesi per ognuno dei cinquant’anni di calendario. Tutto ha giocato a favore di una crescita tanto strabiliante: il miglioramento dell’igiene e dell’alimentazione; le case più protette dagli eccessi del caldo e del freddo; la medicina curativa e anche quella preventiva; l’ambiente di lavoro più sano e meno stressante per ritmi e orari; il poter contare su diritti individuali in tutte le sfere della vita, assicurandoli in particolare alla donna (con consistenti miglioramenti della sua salute e di quella dei suoi piccoli); l’aumento dell’istruzione e della cultura. Del tutto eccezionale il caso della Cina, dove negli stessi cinquant’anni la durata media della vita è passata da 41 a 72 anni, mostrando cioè un aumento di 7,5 mesi per ogni anno di calendario.
 
Gli strumenti facili, efficaci, diffusi ed economici per controllare le nascite indesiderate sono arrivati, come si accennava, molto dopo che si era cominciato a controllare la morte precoce, anche se questi strumenti sono condizione necessaria ma non sufficiente perché il controllo si attui. Infatti, le sovrastrutture culturali – quelle macro, consolidate nei secoli, e quelle micro, introiettate nel profondo delle coscienze – hanno fortemente e a lungo inciso sui tempi di conoscenza, accettazione, diffusione e uso della pillola e degli altri contraccettivi. Gli strumenti per il controllo delle nascite hanno peraltro contribuito (e vanno contribuendo) in misura decisiva, insieme con l’istruzione e il lavoro, a una diversa condizione della donna e, all’interno e all’esterno della casa, a una sua diversa socializzazione e interazione con tutti gli altri componenti della famiglia. È intuitivo come, a parità di altre condizioni, sia 2 (per l’esattezza 2,06) il numero di figli che assicura la crescita zero della popolazione, dal momento che 2 figli garantiscono nel ciclo delle generazioni la pura sostituzione dei genitori. Ebbene, nel 1950 nel mondo nascevano in media 5 figli per donna; dopo soli cinquant’anni si sono ridotti a circa la metà (2,6). Il contributo maggiore alla diminuzione della fecondità del mondo è venuto dalla Cina, dove il numero medio di figli per donna è sceso fra il 1950-1955 e il 2005-2010, in soli cinquantacinque anni, da 6,2 a 1,7, mentre il numero medio annuo dei nuovi nati è diminuito da 25,5 milioni (che vivevano in media 41 anni) a 17,5 milioni (che però si aspettano di vivere 73 anni). Ormai quasi la metà della popolazione mondiale ha una fecondità inferiore a 2 figli per donna, ed è quindi in una fase di declino virtuale, che diventerà reale mano a mano che usciranno dal gioco riproduttivo le generazioni assai affollate del passato. In varie aree del mondo, però, il tasso di fecondità è sceso da tempo molto al di sotto di 2, con grave pregiudizio della possibilità (demografica, economica e sociale) di una piena e completa sopravvivenza da parte della popolazione interessata, a meno di immigrazioni molto consistenti. Questo è il caso della popolazione dell’Europa, che ha ormai una fecondità pari a 1,4 figli per donna, o, più specificamente, dell’Italia o del Giappone, che da tempo ne hanno una pari a 1,3, con prospettiva di declino, perché più è bassa la fecondità più, a parità di altre condizioni, è forte il declino della popolazione e la velocità del suo invecchiamento. E infatti l’Italia e il Giappone – che godono entrambi anche di una forte longevità – sono i Paesi più vecchi del mondo. In casi come questi si pone il problema del se e per quanto tempo ancora sia possibile sopportare una così prolungata e bassissima fecondità.
 
Come detto, il ruolo delle migrazioni internazionali nello sviluppo delle popolazioni contemporanee è ridotto, o finanche ridottissimo, nonostante il clamore e le polemiche che così frequentemente suscitano le migrazioni nell’opinione pubblica e nelle formazioni politiche. A questo proposito, bisogna ricordare che l’immigrazione straniera costituisce in ogni caso un ‘trapianto’ di persone, non necessariamente compatibili e qualche volta decisamente in contrasto con il corpo sociale del Paese di arrivo, costituito da una popolazione consolidata e dotata di caratteristiche sue proprie. Quando l’afflusso avviene con velocità e intensità tali che permettono alle persone che arrivano e rimangono di essere gradualmente integrate, allora non si hanno fenomeni di rigetto, o se si hanno sono del tutto marginali. Tali fenomeni, in ogni caso, presentano tratti completamente diversi a seconda che l’immigrazione arrivi in un continente di ridotto o ridottissimo popolamento – com’erano i nuovi mondi un secolo fa – o in un continente di vecchio e intenso popolamento – com’è l’Europa – dove il tessuto sociale ha una sua strutturazione, in primo luogo culturale, consolidatasi e perpetuatasi nei secoli. Dal punto di vista statistico, c’è da considerare che i migranti e i loro discendenti sono difficilissimi da conteggiare, anche a causa delle diversità internazionali nelle normative, la più importante delle quali riguarda le modalità e i tempi di acquisizione della cittadinanza del Paese di arrivo; una volta che questa sia acquisita, infatti, i migranti e i loro discendenti ‘scompaiono’ dalle statistiche delle migrazioni. Questa è la ragione per la quale le Nazioni Unite contano nel mondo al 2005 ‘soltanto’ 191 milioni di migranti, peraltro cresciuti dal 1990 di 36 milioni, cioè di 2,4 milioni all’anno.
 
L’imprevedibile, ulteriore declino della mortalità che si sta avendo nelle età molto avanzate, il perdurare di una fecondità bassa o bassissima e i cambiamenti sociali legati alla nuova condizione della donna e alle mutate condizioni della formazione e della sopravvivenza della famiglia, sono fra gli elementi che si ritrovano alla base di una nuova transizione demografica, la quale sta conducendo il mondo (e in particolare i Paesi demograficamente ed economicamente più avanzati) verso nuove dinamiche e strutture della popolazione e della sua organizzazione sociale (Van de Kaa 1987; Lesthaeghe 1995). Nel lungo periodo, le maggiori conseguenze sono, quindi, un più o meno intenso e rapido declino della popolazione totale e un intensissimo e ‘sconvolgente’ mutamento nella struttura per età di tale popolazione, che si manifesta attraverso un suo progressivo, rapido, irrefrenabile, ma silenzioso, invecchiamento. In verità, quest’ultima conseguenza coinvolgerà anche le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, tutte o quasi caratterizzate da declino della fecondità: infatti, per effetto di un’inderogabile legge demografica, quanto più forte è la discesa della fecondità tanto più forte risulta essere, a parità di altre condizioni, l’invecchiamento della popolazione. Le tendenze al declino della fecondità e della mortalità, le intense migrazioni rurali-urbane – legate soprattutto alla modernizzazione dell’agricoltura, alla crescente industrializzazione, all’enorme crescita urbana, oltre che al grande sviluppo e diffusione dei servizi – così come le migrazioni internazionali, hanno largamente contribuito alla generalizzata, decrescente importanza della famiglia estesa. Per di più, i raggiunti maggiori livelli di istruzione, in particolare delle donne, hanno favorito, da un lato, la discesa della fecondità e della mortalità, dall’altro la crescente proporzione di famiglie nucleari. Il matrimonio ritardato, che ha conosciuto una straordinaria diffusione negli ultimi trent’anni, e un notevole aumento dei divorzi e della vita da single vanno influenzando dappertutto dimensione, durata e struttura delle famiglie. Alla luce delle considerazioni appena svolte, diventa davvero difficile e problematico prevedere sul lungo periodo tutte le variabili dinamiche che sono alla base dello sviluppo delle popolazioni (la mortalità e la durata della vita, il numero medio di figli per donna, il numero di migranti) e, di conseguenza, determinare il futuro dell’ammontare e della distribuzione territoriale di tali popolazioni.
 
Numerose risultano le speculazioni e le ‘esercitazioni’ di tipo biologico, medico, attuariale e statistico-demografico che sono state (e vengono) fatte per stimare la durata massima dell’aspettativa di vita, e che via via la spostano sempre più in là. Attualmente le organizzazioni e gli studiosi più accreditati che si occupano di questo tipo di problemi sono propensi a ritenere che la massima durata media di vita per un’intera popolazione possa essere individuata in 88-90 anni. Biologi e genetisti ipotizzano però che, con i progressi della genetica, della diagnostica, della farmacologia e della terapia individuale, questa possa arrivare anche a 120 anni. Per i Paesi economicamente progrediti il raggiungimento di tale traguardo è tutt’altro che scontato (e per gli altri sarebbe in ogni caso molto lontano), dal momento che durante il percorso si potranno incontrare fattori che, ove agiscano, avrebbero effetti positivi – fra i quali si considerano: successi sostanziali nella ricerca di base, e conseguenti cure efficaci, semplici ed economiche legate alle cellule staminali, all’ingegneria genetica e alle nanotecnologie; strumenti diagnostici ancora più efficaci e affidabili; scoperta e produzione di medicine specifiche per anziani e vecchi; attività fisica lungo l’intera vita; maggior cura nella nutrizione e negli stili di vita – e altri fattori che, al contrario, avrebbero effetti negativi – inquinamento dell’aria, dell’acqua, del cibo; comparsa di nuove e inattese epidemie; accresciuta diffusione (soprattutto fra le giovani generazioni) di droghe, doping e obesità; mutamenti climatici su larga scala; insostenibilità del sistema di welfare, legata all’invecchiamento della popolazione e/o a crisi economiche. Il saldo complessivo dei fattori positivi e di quelli negativi è ovviamente imprevedibile, a causa delle incertezze riguardo alla cadenza temporale, all’intensità e all’interazione dei vari fattori. Negli ultimi decenni, soprattutto per i Paesi economicamente più sviluppati, il saldo è stato molto positivo, ma non sono mancate, in alcuni periodi o in alcune aree del mondo, pesanti crisi di mortalità, che hanno penalizzato soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Mettendo insieme tutti questi elementi, le Nazioni Unite ipotizzano che nella prima metà del 21° sec. la durata media della vita continuerà a crescere in tutte le aree del mondo, e che la distanza fra durata massima e minima si potrà ridurre dai 33 ai 23 anni, rimanendo, quindi, comunque molto pesante.
 
Tutto lascia credere che nel prossimo futuro la fecondità continuerà a declinare: quasi tutti i Paesi dove questa permane a livelli medio-alti (cioè sopra il livello di sostituzione, 2,06 figli per donna, che, lo si ricorda, assicura la crescita zero della popolazione) adottano politiche che spingono a una sua ulteriore discesa. Nel 2005-2010, fra i 150 Paesi in via di sviluppo la fecondità rimane molto alta – sopra i 5 figli per donna – solo in 27, che contano per il 9% della popolazione mondiale. Al contrario, la fecondità è scesa al di sotto di 2,06, oltre che in tutti i Paesi economicamente sviluppati, anche in 28 Paesi in via di sviluppo, fra cui la Cina (1,73 figli per donna), che contano per il 25% della popolazione mondiale.
 
Mentre nei Paesi ad alta fecondità è ormai scontata l’accettazione del principio di favorire una sua discesa e la messa in atto di politiche per attuarla, nei Paesi a bassissima fecondità di lungo periodo, soprattutto in quelli economicamente sviluppati, le tendenze e le politiche mirate a un suo modesto recupero sono molto più complesse, difficili e incerte. Esse comunque vanno pensate e decise alla luce di questi elementi: a) il problema della sostenibilità sul lungo periodo di una fecondità bassissima, pari o inferiore a 1,3 figli per donna, che provoca, a parità di altre condizioni, un intenso declino della popolazione e un suo fortissimo invecchiamento; b) l’alterazione del rapporto fra nascite e morti, che potrebbe arrivare fino a 3-5 morti per 1 nascita (e oltre), e quindi trasformare il concetto stesso di vita e di morte, oltre che gli atteggiamenti e comportamenti nei confronti del bambino, ‘bene’ raro e quindi assai prezioso, e del vecchio, persona dalla presenza ormai assai diffusa e quindi largamente ‘svalutata’; c) il fatto che ridurre un’alta fecondità della donna e della coppia (e quindi dell’intera collettività) corrisponde assai spesso sia all’interesse della coppia stessa sia a quello dell’intero Paese, mentre tentare di rialzare una fecondità bassissima corrisponde certo all’interesse del Paese, ma non necessariamente all’interesse delle coppie e delle donne (e l’esperienza storica dimostra che quando si verifica una coincidenza di interessi tra l’individuo e la collettività nell’abbassare la fecondità, allora le politiche che mirano a diminuirla funzionano; se invece gli interessi nel rialzarla sono contrastanti, normalmente – almeno nelle democrazie occidentali – sono gli interessi degli individui, e quindi i loro comportamenti, a prevalere sugli interessi della collettività); d) l’inesperienza e l’incapacità finora manifestate nel trovare strumenti e politiche per favorire una ripresa, anche modesta, della fecondità.
 
C’è poi da considerare la straordinaria difficoltà di individuare e di ‘centrare’ gli obiettivi quantitativi di queste politiche, dovuta al fatto che la grande crescita della popolazione che si è avuta nell’ultimo mezzo secolo e la conseguente non minore alterazione nella struttura per età, rendono eccezionalmente complicato e stretto il sentiero lungo il quale camminare per rendere la fecondità futura ‘ottimale’, o anche solo sostenibile. Al riguardo, prendendo come riferimento l’esempio della Cina (dove vive quasi un quarto dell’intera umanità), si trova che, se l’attuale fecondità di 1,70 figli per donna scendesse a 1,35, fra il 2005 e il 2050 si avrebbe una diminuzione di 230 milioni degli individui con meno di 80 anni, il che renderebbe difficilmente fronteggiabile il contemporaneo, forte incremento di ultraottantenni (circa 86 milioni). Né d’altra parte la Cina può permettere che, per meglio gestire l’atteso invecchiamento, la fecondità risalga fino a 2,35 figli per donna, dal momento che questa fecondità porterebbe a un non auspicabile incremento di 245 milioni per la popolazione con meno di 80 anni (che andrebbero a sommarsi all’incremento di 86 milioni di vecchi, con un incremento totale quindi di 331 mi-lioni di persone). Davvero un puzzle di estrema difficoltà per i politici e i cittadini cinesi. Situazioni non meno complesse e difficili si hanno anche per molti altri Paesi, compresa l’Italia.
 
Al punto in cui è arrivata l’evoluzione demografica, un obiettivo per una fecondità sostenibile potrebbe essere quello di assicurare la crescita zero della popolazione, e quindi il valore di 2,06 figli per donna, o (essendo un obiettivo assai arduo da conseguire con precisione) un valore all’interno di una fascia che va all’incirca da 1,85 a 2,27 figli per donna (cioè il 10% in più o in meno intorno a 2,06). Naturalmente poi, per raggiungere un ottimo dinamico di popolazione – in relazione a fattori ambientali, economici, sociali, culturali – all’interno del Paese dovrebbe essere possibile un’assoluta, libera mobilità della popolazione, altrimenti si dovrebbe cercare di perseguire l’impossibile obiettivo di una crescita zero a tutti i livelli territoriali, il che comporterebbe fra l’altro una straordinaria e insostenibile rigidità della popolazione e della società in senso lato. La tendenza del numero medio di figli per donna nelle varie popolazioni del mondo all’incirca verso il valore 2 è condivisa da molti governi nazionali, oltre che da numerosi studiosi, ed è di conseguenza anche l’obiettivo che compare nelle ultime proiezioni delle Nazioni Unite (tab. 2). Cosicché, mentre al 2000-2005 si osserva uno scarto di 3,7 figli per donna fra il valore massimo di 5,0 raggiunto in Africa e 1,3 registrato in Giappone, per il 2045-2050 si immagina (o forse si auspica) uno scarto ridotto a soli 0,7, come differenza fra il valore massimo di 2,5 per l’Africa e 1,8 per varie parti del mondo. Il che significa, quindi, che tale convergenza implica un’ulteriore riduzione della fecondità laddove è molto alta (e in particolare una riduzione del 50% in Africa) e una difficilissima ripresa laddove è molto bassa (e in particolare un aumento del 46% in Giappone).
 
Gli squilibri demografici, economici e sociali a livello macro, attuali e prospettivi, non sono mai stati così forti fra il Nord del mondo, economicamente progredito e demograficamente depresso, e il Sud, demograficamente vitale ed economicamente depresso, per cui ci si potrebbero aspettare migrazioni assai massicce. Ma poi a livello micro, per prendere la decisione di partire conta il bilancio che una singola persona e la sua famiglia fanno fra la situazione attuale (o quella sperata) nel luogo di origine e la situazione sperata nel luogo di destinazione, compresi tutti i costi da affrontare per arrivarci. Per tentare di valutare il futuro delle migrazioni internazionali, bisogna tener conto del fatto che entrano in gioco numerosi attori e non soltanto i due più importanti, i quali per l’appunto sono da un lato il migrante – che vuole avere il diritto di lasciare il proprio Paese, per necessità e/o desiderio – e dall’altro il Paese di destinazione – che vuole avere il diritto di lasciare entrare soltanto un certo numero di immigrati, per salvaguardare una propria armoniosa capacità di sviluppo economico e sociale, oltre che la propria identità etnico-culturale. Vanno infatti prese in considerazione anche le politiche e le azioni operative svolte da altri attori, quali i Paesi di transito, che non riescono e/o non vogliono trattenere gli irregolari sul proprio territorio, adoperato sempre più spesso come trampolino per tentare di arrivare nell’‘eldorado’ (si considerino, per es., il caso Messico-Stati Uniti e quello Libia-Italia), e i trafficanti di manodopera, che sullo stato di bisogno dei migranti lucrano ignobilmente.
 
Nella partita delle migrazioni internazionali, però, da sempre sono in gioco anche: a) il Paese d’origine del migrante, che può volere allentare la pressione sul proprio mercato del lavoro e acquisire fondamentali rimesse finanziarie; b) la famiglia di origine del migrante, che sotto il profilo psicologico e affettivo, ma in primo luogo sotto quello delle risorse finanziarie, può comportare o no la spinta a partire; c) la comunità di connazionali già insediata nel Paese di destinazione, che, formando la ben nota ‘catena migratoria’, è spesso elemento determinante per prendere la decisione di partire; d) i datori di lavoro nei Paesi di arrivo, che, nel caso ci sia carenza, per quantità e/o qualità, di manodopera sul mercato interno, causano l’afflusso di immigrati, anche irregolari; e) gli altri Paesi di immigrazione, specie se contigui, le cui politiche migratorie hanno un’influenza indiretta su un singolo Paese, nel senso che le loro aperture o chiusure rispetto ai flussi di immigrazione – anche soltanto mediante i visti – possono modificare intensità, cadenza e direzione dei flussi verso quel singolo Paese.
 
Come elementi strumentali, che interagiscono intensamente con molti dei soggetti, vanno considerati sia le facili ed economiche comunicazioni telefoniche e informatiche, che consentono a chi è già immigrato di comunicare e avvertire in tempo reale le comunità rimaste a casa delle opportunità e degli ostacoli esistenti nel Paese di origine e del modo di sfruttarle e superarle, sia, ancor di più, l’enorme quantità di mezzi di trasporto che con grande frequenza, rapidità ed economicità collegano ogni Paese con tutto il resto del mondo. In particolare poi nell’Unione Europea, va considerato il Trattato di Schengen (dal 21 dicembre 2007 allargato a 25 Paesi), che, annullando le frontiere dei singoli Stati-nazione e spostandole ai bordi di un’enorme area di libera circolazione delle persone, fa sì che la politica migratoria dei singoli Paesi europei si stia trasformando sempre di più da unidimensionale e bilaterale a multidimensionale e multilaterale. Il massimo contributo (relativo e assoluto) delle migrazioni internazionali in relazione all’incremento naturale di alcuni Paesi si prevede si avrà nel quinquennio 2005-2010, quando le migrazioni nette tenderanno a più che raddoppiare il contributo dell’incremento naturale (nascite meno morti) alla crescita della popolazione. In sostanza si può affermare che mentre l’immigrazione può risolvere la crisi demografica dei Paesi a bassissima fecondità e a forte economia, con particolare riferimento a quelli europei, la parallela emigrazione, per quanto consistente, non può risolvere l’eccesso di crescita demografica dei Paesi a economie deboli, né può risolvere le miserie del mondo, dal momento che l’uno e le altre sono relative a miliardi di persone.
 
Di fronte a cifre così imponenti per i flussi migratori, e che certo non potranno diminuire in futuro, in sede internazionale ci si è posto il problema di trovare formule che massimizzino i vantaggi e minimizzino gli svantaggi per i tre protagonisti principali del processo migratorio: i Paesi di destinazione, i Paesi di origine e i migranti. Per meglio valutare il problema vanno analizzate le politiche migratorie dei vari Paesi, compresi quelli di transito, i cui obiettivi principali sono di seguito indicati.
 
Per i Paesi di destinazione: a) sostenere o promuovere, attraverso l’immigrazione, un forte sviluppo economico, possibilmente anche nei Paesi di origine e in quelli di transito; b) favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, o alleggerire gli squilibri quantitativi e/o qualitativi esistenti nel mercato del lavoro; c) favorire la modernizzazione e lo sviluppo (o la ripresa) di uno specifico settore della produzione e dell’intera economia; d) favorire la ripresa dello sviluppo demografico, soprattutto nei Paesi caratterizzati da un forte e prolungato eccesso di bassa fecondità; e) favorire il pacifico inserimento della comunità immigrata nel Paese di destinazione, garantendole una fruttuosa convivenza e la possibilità di promozione sociale e professionale, in specie per le seconde generazioni; f) avere un flusso e uno stock di migranti di intensità ‘sostenibile’ rispetto alla capacità di accoglienza della società e di una sua positiva interazione con la comunità immigrata, basata anche sulla salvaguardia della identità dei popoli e dei luoghi di accoglienza (specie in società e città storicamente stratificate com’è in Europa).
 
Per i Paesi di origine: a) sostenere e promuovere, attraverso l’emigrazione, un consistente sviluppo economico, riducendo nel mercato del lavoro la fortissima offerta, che sia di origine demografica o socioeconomica; b) offrire ai propri cittadini, e alle loro famiglie, un’opportunità di sopravvivenza e di promozione sociale; c) acquisire rimesse finanziarie essenziali per la bilancia dei pagamenti e per gli investimenti produttivi, e poi acquisire anche, specie nel lungo termine, rimesse sociali; d) favorire in generale lo sviluppo e la modernizzazione della società e dell’economia; e) non subire un eccessivo dispendio di capitale umano, onerosamente formato e necessario per lo sviluppo; f) stringere con i Paesi di destinazione relazioni economiche e socioculturali, con lo scopo anche di favorire le proprie esportazioni e acquisire investimenti diretti stranieri.
 
Per i Paesi di transito: a) agevolare un rapido e indolore smaltimento dei migranti di transito che via via si accumulano nel proprio territorio; b) annullare o ridurre la tensione politico-diplomatica che si viene a creare tanto con i Paesi di origine dei migranti di transito, quanto con quelli di destinazione.
 
Per il migrante (in linea di massima): a) favorire il pieno inserimento suo e della sua famiglia nel Paese di destinazione, una volta che si vogliano e si riescano a superare gli ostacoli legati al lavoro, all’abitazione, alla lingua, alla scuola dei figli, alla pacifica e fruttuosa convivenza con la comunità autoctona; o, alternativamente, b) restare un periodo più o meno limitato di tempo nel Paese di destinazione per mettere da parte una somma che consenta poi una piena sopravvivenza nel Paese di origine, anche attraverso l’inizio di una propria attività.
 
Nei primi anni di questo secolo hanno preso avvio alle Nazioni Unite un’approfondita analisi e un’iniziativa politica che mirano a valorizzare le migrazioni temporanee e rotatorie, in modo da poter minimizzare gli inconvenienti delle migrazioni permanenti o di lungo periodo. Infatti: a) per il Paese di destinazione, diminuiscono i problemi dell’integrazione – economica, logistica, psicologico-culturale – soprattutto quando le esigenze dell’economia richiedono per molti anni o decenni flussi di immigrazione così intensi da mettere in difficoltà la capacità d’integrazione, o quando vi siano fluttuazioni del ciclo economico che richiedono un numero variabile di migranti; b) per il Paese di origine, diminuisce la perdita di capitale umano, si prolunga nel tempo l’acquisizione delle rimesse finanziarie (contribuendo in misura spesso decisiva allo sviluppo del Paese), si ottiene al rientro il guadagno di capitale sociale costituito dalle caratteristiche sociali e professionali acquisite all’estero dal migrante; c) per il Paese di transito, si annulla o si allenta decisamente la pressione sul proprio territorio, essendo molto maggiore il numero di coloro che possono regolarmente emigrare nel Paese desiderato.
 
A pagare il prezzo maggiore di questo tipo di migrazione è spesso il migrante, con la separazione dalla famiglia durante il periodo di migrazione e con l’obbligo di far rientro nel luogo di origine, non sempre abbastanza attraente per lui e/o per il futuro dei suoi figli. E pur tuttavia questo tipo di migrazione, per il quale si possono immaginare strumenti e meccanismi adeguati per ridurre al minimo i danni del migrante, sembra essere una delle poche forme in grado di assicurare la circolazione di una grande quantità di migranti e una riduzione degli inconvenienti legati a una migrazione massiccia e crescente.
 
Se ci si è soffermati così a lungo sulle migrazioni è perché si ritiene che per i decenni a venire esse saranno sempre più importanti nel determinare le tendenze della popolazione. Al di là infatti delle considerazioni sulla pressione migratoria, che saranno svolte nel paragrafo successivo, le migrazioni restano l’elemento più flessibile per regolare lo sviluppo della popolazione in relazione allo sviluppo economico. La mortalità, infatti, è ormai straordinariamente ridotta e unidirezionale (nel senso che tutto viene fatto perché si abbassi ulteriormente), mentre la fecondità non è unidirezionale, ma è sempre più difficile da regolare per indirizzarla su un percorso che, come si è visto, è comunque molto stretto.
 
 
La popolazione mondiale presenterà una crescita fortissima anche nella prima metà del 21° sec.: ci si aspetta (nell’ipotesi ‘centrale’, cioè di fecondità media) un incremento di circa 2,5 miliardi di persone nei 43 anni che vanno dal 2007 al 2050, e quindi in media 59 milioni in più all’anno (tab. 4). Il gioco delle variabili demografiche fa sì che la popolazione mondiale, stimata al 1° luglio 2007 in quasi 6,7 miliardi di persone (dei quali 5,4 vivono nei Paesi in via di sviluppo e 1,2 in quelli economicamente sviluppati), possa arrivare nel 2050 a 9,2 miliardi (dei quali rispettivamente 8,0 e 1,2). E questo come effetto della prevista discesa della fecondità (da 2,55 a 2,02 figli per donna), dell’allungamento della vita media (da 67,2 a 75,4 anni), delle migrazioni internazionali (2,9-2,3 milioni all’anno dal Sud al Nord) e delle caratteristiche della struttura per età (che ha accumulato nei decenni passati un forte potenziale di crescita).
 
Le differenze territoriali nello sviluppo delle popolazioni saranno straordinarie per effetto della diversa velocità, intensità e cadenza delle variabili demografiche in gioco (Angeli, Salvini 2007).
 
Differenze straordinarie si potranno registrare anche in relazione ai percorsi di fecondità seguiti dalle diverse aree territoriali. Si prenda il caso del possibile sviluppo della popolazione dell’Africa in confronto a quello dell’Europa (tab. 4): se il percorso della fecondità fosse per entrambi i continenti quello medio, allora la loro differenza di popolazione, che attualmente è di 234 milioni, salirebbe nel 2050 a 1334 milioni; con una fecondità bassa per l’Africa e alta per l’Europa (percorsi con ridotta probabilità di verificarsi), allora la differenza salirebbe a 941 milioni; con una fecondità alta per l’Africa e bassa per l’Europa (percorsi che hanno ridotta probabilità di verificarsi, ma comunque maggiore di quella del caso precedente), allora la differenza salirebbe a 1736 milioni.
 
Ci si può aspettare circa 1 miliardo di differenza fra popolazione africana ed europea, a fronte dei 234 milioni attuali. Con 3 africani per ogni europeo, necessariamente cambierà tutta la geopolitica dell’area euroafricana. La recentissima Unione per il Mediterraneo, che mette insieme i 27 Paesi dell’Unione Europea e i Paesi rivieraschi del Sud del Mediterraneo (Libia esclusa), dal punto di vista demografico non può che essere valutata positivamente, soprattutto come premessa di una più larga Unione che in futuro includa anche i Paesi dell’Africa subsahariana. È destinata a cambiare, per fare un altro esempio, la geopolitica in un’area particolarmente delicata anche dal punto di vista delle tensioni militari: nel 1950 la Russia (considerata nei confini attuali) aveva una popolazione (103 milioni) che era circa tre volte quella del Pakistan (37 milioni); nel 2050 il Pakistan potrebbe avere una popolazione pari a tre volte quella della Russia (292 contro 108).
 
Nell’ambito dei Paesi in via di sviluppo, la crescita demografica sta avendo e avrà un impatto molto forte in primo luogo sulla domanda di acqua, cibo ed energia, in particolare da parte dei 4,6 miliardi di persone che abitano nei Paesi emergenti, e che ci si aspetta diventino 6,2 miliardi nel 2050. Si tratta di Paesi con vaste popolazioni e con una assai forte crescita economica – a partire da Cina e India – in cui la formazione di una classe media fa aumentare la domanda di beni che siano al di là della pura sopravvivenza. Da qui la richiesta di cibo, ma poi anche di abitazioni più confortevoli, di automobili, e quindi di energia e di acciaio. Una domanda sostenuta dalla spinta a superare l’arretratezza di questi Paesi – in campi fondamentali come il tenore di vita, oltre alla soluzione di problemi come la povertà, la salute e l’istruzione – e che va mettendo in crisi il sistema di produzione, scambi e prezzi di merci e servizi delle società occidentali; domanda che per di più si accentuerà in futuro, proprio in relazione al fortissimo aumento della popolazione e alla sua attesa e auspicabile crescita in termini socioeconomici.
 
Al di là dei grandi mutamenti nella geopolitica e nelle relazioni internazionali e agli imponenti cambiamenti legati alla domanda dei beni e servizi per effetto della crescita demografica e di quella economica, immense sfide vengono poste ai singoli Paesi e alla comunità internazionale dalle ‘sconvolgenti’ variazioni nella struttura per età delle popolazioni legate al calo della fecondità e della mortalità (tab. 5) e alle forme di insediamento della popolazione sul territorio.
 
Si prevede che tra il 2005 e il 2050 cali nel mondo intero di 15 milioni, in conseguenza della già consistente discesa della fecondità e di quella dei prossimi decenni. Ci si aspetta che cali di poco nei Paesi economicamente sviluppati, dove già costituisce una frazione molto ridotta della popolazione, e molto nei Paesi emergenti (di 176 milioni, il 13,3% in meno), dove il problema maggiore sarà, una volta assicurato a tutti i minori un adeguato livello di istruzione, quello di far diminuire in parallelo e dolcemente tutto il settore relativo all’istruzione, che altrimenti si troverebbe a essere sovradimensionato. Nei Paesi a sviluppo minimo, l’incremento invece sarà massiccio – di 173 milioni, il 54% in più – e la sfida sarà quella di riuscire a far crescere adeguatamente il settore dell’istruzione, considerando anche la sua grande arretratezza in molti di questi Paesi.
 
Ma per questo segmento di popolazione, riguardo i Paesi a sviluppo minimo due ulteriori sfide aspettano i governi e la comunità internazionale: a) assicurare un forte incremento delle condizioni di salute, dal momento che in alcuni Paesi, per es. in Mali o in Etiopia, la mortalità infantile supera ancora il valore di 100 bambini morti nel primo anno di vita per ogni 1000 nati vivi; b) salvaguardare i bambini dal lavoro e proteggere i minori nel lavoro, dal momento che è difficile immaginare che si possa ridurre o annullare il lavoro minorile, tenendo conto che quasi la metà della popolazione (il 42%) ha meno di 15 anni (una proporzione che tenderà a ridursi, ma lentamente, per arrivare al 28,2% nel 2050).
 
Si prevede che fra il 2005 e il 2050 la popolazione in età lavorativa aumenterà nel mondo intero di 1,677 miliardi, con fortissime differenze territoriali: −92 milioni nei Paesi economicamente sviluppati; +708 nei Paesi a sviluppo minimo; +1067 nei Paesi emergenti. Il che comporta (tenendo conto del fatto che in questa fascia di età il tasso normale di attività si aggira intorno al 70%) la necessità di creare nei Paesi in via di sviluppo circa 1,250 miliardi di nuovi posti di lavoro, per fronteggiare l’offerta che deriva dalla sola dinamica demografica. L’immensità della sfida si può valutare tenendo conto che l’intero ricco Nord del mondo occupa attualmente 550-600 milioni di persone. Ma alla componente demografica bisogna aggiungere un’offerta addizionale di lavoro che deriva: dall’espulsione di addetti all’agricoltura, quando questa, com’è in specie nei Paesi a sviluppo minimo, è arretrata e ammodernandosi espelle decine di milioni di lavoratori; dal miglioramento della condizione femminile, che immette sul mercato grandi quantità di lavoratrici, non infrequentemente più istruite degli uomini; dall’aumento dell’istruzione, che contribuisce a immettere sul mercato del lavoro frazioni di persone che altrimenti resterebbero emarginate o scoraggiate. Si tratta, per di più, di creare posti di lavori che siano, secondo la definizione dell’International labour organization (ILO), ‘decenti’, in grado quindi di assicurare un reddito adeguato.
 
Dall’altra parte, i Paesi economicamente sviluppati, per la prevista diminuzione della popolazione in età lavorativa, avranno bisogno di immigrati, che, si è visto, le Nazioni Unite prevedono nella misura di 2-3 milioni l’anno. La pressione migratoria Sud-Nord sarà quindi fortissima e incontenibile, ma, come si diceva, mentre le migrazioni sarebbero in grado di risolvere i problemi demografici del Nord del mondo (compreso quello di ridurre in misura modesta l’invecchiamento, sempre che i flussi di immigrazione abbiano continuità nel tempo), non saranno certo in grado di risolvere i problemi demografici ed economici che interessano invece il Sud.
 
La possibilità e la capacità di creare abbastanza lavoro, e lavoro decente, per fronteggiare un’offerta che nei prossimi decenni supererà largamente 1,5 miliardi di persone, costituisce una delle sfide principali per l’umanità prossima ventura, sfida verso la quale però si presta molta meno attenzione rispetto a quelle relative a problemi, peraltro non meno rilevanti, come il cibo, l’energia, l’inquinamento.
 
Questo segmento di popolazione costituisce l’altra ‘bomba demografica’ del 21° secolo. Ci si aspetta nel mondo un incremento di 1,013 miliardi di ultrasessantacinquenni fra il 2005 e il 2050, di cui 139 milioni nel mondo economicamente sviluppato (dove raggiungeranno la quota del 26,1% sul totale della popolazione) e 877 nei Paesi in via di sviluppo, dove, con un incremento di oltre il 300%, raggiungeranno la quota del 14,7%. I Paesi del Nord del mondo si ritroveranno con una quota elevatissima di anziani e vecchi, che metterà a dura prova la sicurezza sociale, il sistema pensionistico e la loro competitività internazionale. I Paesi del Sud si ritroveranno con una quota minore, ma in vertiginosa crescita; e questo in Paesi dove i sistemi di sicurezza sociale e pensionistici sono ancora approssimativi se non del tutto assenti, i redditi ancora bassi e la crisi della famiglia già largamente presente.
 
Le sfide di cui si è detto nel paragrafo precedente saranno particolarmente forti per i Paesi a più intenso e rapido invecchiamento della popolazione, per i Paesi quindi con prolungata bassissima fecondità e con recente intensissima immigrazione, elementi che alterano profondamente tendenze e livelli dello sviluppo della popolazione, della sua struttura per età e del suo insediamento sul territorio.
Proiezioni demografiche elaborate nel 2008 dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) mostrano chiaramente come rilevantissimi siano i mutamenti che ci si possono ragionevolmente attendere nello sviluppo della popolazione italiana (tab. 6). Prendendo come base la proiezione cosiddetta centrale (che allo stato sembra avere la maggiore probabilità di verificarsi), nel giro di 44 anni, dal 2007 al 2051, i mutamenti potrebbero essere quelli esposti di seguito.
 
La popolazione italiana continuerà, sia pure debolmente, a crescere, ma grazie al solo effetto dell’immigrazione straniera. Infatti, l’intera popolazione residente sul territorio crescerà di 2,5 milioni, da 59,1 a 61,6 milioni, con la popolazione di origine italiana che scenderà da 56,2 a 50,9 milioni, e quella di origine straniera che salirà da 2,9 a 10,7 milioni. Delle persone che risiedono nel Paese, nel 2007 è straniera circa 1 su 20; nel 2051 invece sarà 1 su 6. Una vera e propria rivoluzione, che richiede politiche rivolte agli stranieri molto più attive delle attuali in tema di integrazione, con particolare riferimento al lavoro, alla casa, alla salute, alla scuola e alla mobilità sociale, elementi essenziali per una corretta e appropriata crescita delle seconde generazioni di immigrati e quindi per una duratura e proficua pace sociale. In una parola, l’immigrazione straniera diventa elemento strutturale e centrale della popolazione italiana e non più elemento marginale e marginalizzato, com’è stato considerato e collocato finora.
 
Verrà scompaginata la distribuzione della popolazione italiana sul territorio, come conseguenza del fatto che l’immigrazione straniera si stabilirà molto di più nelle più ricche regioni del Centro-Nord che non in quelle meno floride del Mezzogiorno, da dove, per di più, ripartiranno consistenti migrazioni interne. La conseguenza è che la popolazione del Mezzogiorno scenderà da 20,8 milioni nel 2007 a 18,1 nel 2051. Quella del Centro-Nord salirà invece da 38,4 a 43,5 milioni (senza immigrazione scenderebbe da 35,8 a 33,6 milioni), cioè dal 65 al 71% del totale dell’Italia.
 
L’invecchiamento della popolazione italiana proseguirà intensissimo, appena lievemente intaccato dall’apporto positivo dell’immigrazione: saliranno al 33% gli ultrasessantacinquenni (contro l’attuale 19,9), e scenderanno al 12,8% le persone con meno di 15 anni (contro l’attuale 14,1). Ma l’aspetto più sconvolgente dal punto di vista demografico e socioeconomico è dato dalla circostanza che il Centro-Nord, la ripartizione italiana attualmente più vecchia, diventerà la più giovane, e il contrario succederà per il Mezzogiorno.
 
Queste tendenze demografiche pongono grandi sfide all’attuazione di un pieno federalismo fiscale: ci si aspetta che le regioni attualmente ricche del Centro-Nord siano caratterizzate da una crescita della popolazione totale del 10-20%, mentre le regioni meridionali da una diminuzione del 12-14%; le prime, finora le più vecchie d’Italia, diverrebbero, come detto, le meno vecchie, e viceversa per le regioni meridionali; la popolazione in età lavorativa diminuirebbe, nonostante l’immigrazione straniera, di circa 1,1 milioni di persone nel Centro-Nord e di 4,5 nel Mezzogiorno. Il prodotto interno lordo di un determinato territorio, cioè la ricchezza prodotta, non è soltanto il frutto del sistema economico e della sua struttura e organizzazione, ma anche della quantità di persone che sono sul mercato del lavoro – il capitale umano, dal punto di vista quantitativo e qualitativo – e più in generale degli abitanti che in quel territorio consumano beni e servizi. Ebbene, al di là delle capacità degli amministratori locali, con le tendenze in atto si alimenterebbe nelle regioni del Centro-Nord un circolo virtuoso fra economia e demografia, e invece uno vizioso in quelle del Mezzogiorno.
 
Le straordinarie modificazioni demografiche, e alcune altre a esse strettamente legate, della popolazione mondiale nella prima metà del 21° sec. possono essere così sintetizzate (Trends and problems of the world population in the XXI century, 2005, in partic. J. Chamie, Scenarious for the development of world population, pp. 69-90): una popolazione mondiale ancora crescente e quindi molto più numerosa; una sua assai maggiore concentrazione nei Paesi in via di sviluppo; un suo declino in molti Paesi sviluppati (mitigato in alcuni casi da consistenti flussi di immigrazione); una fecondità in discesa e, in un numero crescente di casi, durevolmente bassa; una mortalità in discesa anche nelle età molto avanzate, con conseguente aumento e diffusione della ‘grande longevità’; un fortissimo aumento della popolazione in età lavorativa nei Paesi economicamente meno progrediti; popolazioni assai più vecchie (in particolare, ma non solo, nei Paesi sviluppati), con drastico aumento di anziani e vecchi e drastica riduzione di bambini e ragazzi; più frequente e prolungata coesistenza di 3-4 generazioni nelle famiglie e nelle popolazioni; profonde alterazioni (demografiche, economiche, sociali, culturali, psicologiche) derivanti, fra l’altro, dagli squilibri numerici nei rapporti fra le generazioni, in particolare fra nonni e nipoti; una popolazione assai più urbanizzata, accentrata in smisurate megalopoli (soprattutto nel Sud del mondo) o in nebulose urbane diffuse su territori assai vasti (soprattutto nel Nord); incremento delle migrazioni internazionali e assai forte aumento delle diversità etniche nelle popolazioni di arrivo; continui e consistenti progressi delle donne nelle pari opportunità e nell’equità; mutamenti nella composizione e nella struttura della famiglia, che peraltro diventa sempre più fragile e vulnerabile.
 
Se si guardano le possibili conseguenze attuali e prospettive della rivoluzione demografica in atto e di quella prossima ventura, si possono ritrovare da un lato effetti negativi, peraltro già evocati, derivanti da: carenza di lavoro ‘decente’ e diffusione di larghe sacche di povertà; crisi economiche e/o di welfare; contrapposizioni fra popoli sino all’eventuale insorgenza di guerre, regionali o meno; carenza di acqua e/o di energia, e forse di cibo; diffusione di vecchie e nuove malattie infettive; disastri ambientali.
 
Ma, dall’altro lato, si possono ritrovare effetti positivi, alcuni dei quali già ricordati nelle pagine precedenti: presa di coscienza del destino comune, con concreto e fruttuoso approccio ai problemi dell’umanità; importanti innovazioni scientifiche e tecnologiche (fra cui, per es., farmaci personalizzati per allungare la vita e migliorarne la qualità, anche attraverso l’utilizzo di robot umanoidi e non); stazionarietà o declino della popolazione mondiale, a partire dalla metà del 21° sec., o forse anche un po’ prima.
 
Tirando le somme, sono immense le sfide legate alle tendenze demografiche. Nei Paesi economicamente sviluppati va ricercata la capacità di far sopravvivere il sistema produttivo, reggendo all’impatto del proprio ciclo demografico, visto anche in combinazione con quello dei Paesi in via di sviluppo, tenere vivo il sistema di sicurezza sociale, di fronte all’intensissimo invecchiamento della popolazione, e trovare un diverso sistema di assistenza e cura, poiché non sembra più sostenibile in futuro quello basato sulla famiglia, per motivi di alterazione del rapporto fra le generazioni, di modificazioni del quadro nosologico, di durata del periodo di assistenza, della sempre più frequente rottura e ricomposizione delle famiglie, della frequente inadeguatezza, per i grandi vecchi, delle abitazioni nelle quali sono vissuti.
 
Nei Paesi in via di sviluppo va ricercata la capacità di mantenere e anzi migliorare il sistema produttivo, riuscendo a creare in circa quarant’anni oltre un miliardo di posti di lavoro decente (cioè retribuiti con più di due dollari al giorno), e reggendo quindi all’impatto demografico e ai problemi di competitività che si creeranno fra gli stessi Paesi in via di sviluppo e fra questi e il mondo economicamente sviluppato. Occorre inoltre far nascere dovunque un sistema generalizzato di sicurezza sociale per poter affrontare la straordinaria velocità di invecchiamento delle popolazioni e le difficoltà di crescita economica.
 
Ma se proprio si volesse sintetizzare al massimo il complesso di queste grandi e difficili stime, si può far riferimento a quattro sole cifre che riguardano la demografia di un futuro compreso fra il 2007 e il 2050 (v. tab. 4). L’incremento atteso della popolazione complessiva – pari a +22 milioni nel Nord del mondo (compresa un’immigrazione di 2-3 milioni di persone l’anno) e a +2498 milioni nel Sud (compresa un’emigrazione di 2-3 milioni di persone l’anno) – è tale da far comprendere che nulla potrà rimanere com’è adesso nei rapporti fra i popoli. E ancora (v. tab. 5): la variazione attesa della popolazione in età lavorativa fra i 15 e i 64 anni (sempre includendo i movimenti migratori), pari a −92 milioni nel Nord del mondo e a +1767 milioni nel Sud, lascia intendere, anche in questo caso, che nulla potrà rimanere com’è adesso nella struttura dei sistemi produttivi e dei flussi migratori. Bastano queste sole quattro cifre a dare la misura della necessità e dell’urgenza di una nuova visione e di un nuovo governo del mondo.
 
Le sfide appena enunciate portano per l’appunto a porsi la domanda forse più importante, cioè quale governance si possa e si debba avere, ai vari livelli territoriali, per gestire un futuro così complesso e dinamico. Domanda di grande difficoltà, cui uno studioso dei problemi della popolazione può tentare di dare una risposta partendo in primo luogo dalla necessità di definizione e attuazione di politiche demografiche, che sono incerte e di lunghissimo periodo e quindi quasi sempre non attuabili da governi che durano pochi anni, e in secondo luogo dalle straordinarie differenze territoriali nella crescita demografica, che dovrebbero portare a pressioni migratorie enormi e incontenibili e a mutamenti profondi nelle relazioni fra i popoli.
 
Guardando alle esperienze passate si può immaginare una strategia di governance articolata su più livelli temporali, di breve, medio e lungo periodo. Un primo livello di breve periodo potrebbe essere quello di riprendere la pratica delle grandi conferenze intergovernative-multilaterali delle Nazioni Unite, una volta che l’organizzazione riacquisti maggiore efficienza e la consapevolezza dell’importanza del suo ruolo. Conferenze certo costose – anche difficili e complesse, per la sempre più radicale contrapposizione fra Paesi ricchi, poco disposti a cedere sulle proprie posizioni di privilegio, Paesi emergenti, che vogliono tentare di raggiungere gli standard di vita dei Paesi ricchi, e Paesi poveri, che inutilmente o quasi tentano di uscire dalla propria condizione di povertà – ma in ogni caso molto utili, sia perché ‘costringono’ i governi a gettare lo sguardo ai problemi di lungo periodo spesso ignorati o trascurati (nel campo della popolazione, ma anche in quello dell’energia e dell’ambiente), sia perché forniscono alle opposizioni e alle opinioni pubbliche dei vari Paesi strumenti di stimolo e di controllo sull’operato dei governi.
 
Un secondo livello temporale, che può correre in parallelo con il primo, potrebbe consistere nel favorire la creazione e/o il potenziamento di unioni o confederazioni di Stati, possibilmente a dimensione regionale. Si potrebbero, per es., prendere in considerazione delimitazioni territoriali quali sono quelle delle organizzazioni regionali delle Nazioni Unite, e ciò al fine di creare raggruppamenti di popoli che, basandosi su una grande dimensione sia territoriale, sia economica e demografica, siano in grado di non soccombere, nel processo di globalizzazione e nella sua gestione, ai colossi nazionali (attualmente Stati Uniti, Russia, Cina, India) e alle multinazionali giganti che adesso la governano. La costituzione di tali unioni politiche regionali incoraggerebbe al loro interno lo sviluppo economico e sociale di tutte le aree attraverso un’azione politica coordinata e la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone. La libera circolazione delle persone sarebbe assai positiva in presenza delle pressioni migratorie attuali e di quelle immense che ci si aspetta; e nel contempo la libera circolazione dei capitali potrebbe frenare, in mancanza di un forte principio di solidarietà internazionale, la spinta di alcuni Stati deboli a nazionalizzare i profitti e/o gli investimenti di società e di Stati forti, attuati soprattutto attraverso fondi sovrani.
 
Sulla strada di costituire unioni politiche a dimensione regionale si ritrovano al momento segnali contrastanti, ma globalmente deboli e non sempre incoraggianti. In America Latina si sta tentando di superare una crisi non irrilevante del MERCOSUR (Mercado Común del Sur), che deriva dall’essere troppo diversi i modelli di sviluppo e di governo dei singoli Paesi; nell’America Settentrionale e Centrale, il NAFTA (North Amer ican Free Trade Agreement) è in forte crisi, sia perché non ha favorito abbastanza gli investimenti in Messico, sia perché non ha bloccato l’‘eccesso’ di emigrazione dal Messico; nell’Unione Europea si hanno solo timidi e incerti segnali di ripresa, fra cui positivi sono quelli di una volontà (si spera generalizzata) di collaborazione con il Sud del Mediterraneo; nell’ASEAN (Association of South East-Asian Nations) si segnala una forte crescita degli elementi di collaborazione necessari per fronteggiare Cina e India; nell’Unione africana (UA) la crescita è assai modesta.
 
Può darsi che una spinta convinta e sicura alla costituzione politica di unioni regionali, anche più vaste di quelle attualmente in costruzione, venga da una lucida, progressiva considerazione e presa d’atto di alcune paure, quali possono essere quelle dell’invasione migratoria, del collasso ecologico, della crisi energetica, della crisi alimentare, di crisi politico-militari regionali; di soccombere, nell’arena della globalizzazione, di fronte alle grandi potenze nazionali e multinazionali, di altre possibili e devastanti forze, anche di natura epidemiologica.
 
Le tendenze economiche, demografiche, sociali e culturali in atto – che si manifestano nell’aumento degli scambi commerciali, dei flussi finanziari, dei flussi migratori e delle comunicazioni, a partire dalla televisione e poi, anche più pervasivamente, da Internet e dai nuovi cellulari – alimentano un continuo incrociarsi e mescolarsi di culture e religioni, oltre che di popoli, di atteggiamenti e di comportamenti, e cancellano quindi o attenuano, magari con scontri, frontiere millenarie. Per contrastare positivamente la globalizzazione, questa dell’enorme dilatazione e della fortissima riduzione del numero delle entità politico-territoriali sembra essere una delle poche vie di uscita per ‘assorbire’ pressioni demografiche incontenibili e devastanti, perché relative a miliardi di persone, per rimanere appieno dentro l’economia globale e più in generale per stabilire, proprio grazie a queste tendenze, nuove relazioni internazionali al fine di ridurre le iniquità e le grandi disuguaglianze esistenti nel mondo e assicurare un futuro di pace, o forse solo limitare i rischi di tensioni e guerre.
 
È oggi, o quasi, che per i macrofenomeni si decide che cosa sarà il mondo del 2050, e si prepara quello che sarà nel 2100. È più che mai necessario tentare di prevedere alcuni possibili percorsi delle basilari variabili che influenzeranno i prossimi decenni, analizzare le leggi che regolano tali percorsi e valutarne auspicabilità e compatibilità.
 
La prima variabile è costituita dalla grande crescita demografica, che permane e che entro il 2050 porterebbe la Terra a popolarsi di ulteriori 2,5 miliardi di persone, con straordinarie differenze territoriali. Il peso demografico dei Paesi al presente ricchi potrebbe scendere dall’attuale 18,3 al futuro 13,5%, i Paesi emergenti scenderebbero dal 69,6 al 67,5% (corrispondente in cifra assoluta a oltre 1,5 miliardi di persone), e infine la quota dei Paesi poveri salirebbe dal 12,1 al 19,0% (in cifra assoluta circa 1 miliardo). Ma tale crescita demografica si attua anche con il fortissimo aumento della popolazione urbana, che fra il 2005 e il 2030, secondo le proiezioni dell’ONU, dovrebbe crescere di 1,763 miliardi (da 3,150 a 4,913) – di cui 113 milioni nei Paesi sviluppati, 1,327 miliardi nei Paesi emergenti e 321 milioni nei Paesi più poveri – mentre la popolazione rurale dovrebbe scendere da 3,314 a 3,287 miliardi. Una trasformazione demografica-economica-ambientale davvero immensa e straordinaria.
 
La seconda è la futura, limitata disponibilità, se non vera e propria scarsità, di alcune risorse, a partire dall’acqua e a seguire forse con cibo ed energia. Ma anche, con ogni probabilità, con la scarsità della ‘risorsa tempo’, considerando che l’accelerata trasformazione della popolazione, dell’economia, della società e della tecnologia non concede abbastanza tempo alla politica per ricercare le soluzioni tecnico-politiche e il consenso per attuarle e recuperare lo svantaggio accumulato.
 
La terza variabile è la tecnologia, i cui progressi e le cui innovazioni, impressionanti per intensità, persistenza e rapidità, creano discontinuità temporali e territoriali, contribuendo con ciò ad aumentare la distanza fra ricchi, dotati di capitali finanziari e umani per sfruttare appieno i progressi, e poveri, affannati in una difficile e debole rincorsa.
 
In quarto luogo c’è la variabile ambiente, nei cui percorsi vanno accuratamente esaminati i legami fra popolazione e mutamenti climatici a varia scala – globale, regionale, nazionale, locale, delle singole famiglie.
 
In quinto luogo, variabile fondamentale che lega tutto, e di cui si è detto prima, è la forma di governo, a livello globale e regionale, alla ricerca di nuovi efficienti equilibri fra capacità di governo ed equità e fra democrazia e mercato, equilibri che valgano anche per il livello attualmente nazionale, cioè per una singola collettività e per i singoli individui.
 
Messo nei termini più essenziali possibili, il problema è se la prosecuzione dello sviluppo economico possa essere sostenibile o no. Se sia peggio la sovrappopolazione o l’eccesso di consumi. Nel caso in cui la risposta al problema fosse la prima, si potrebbe avere una grande tragedia per l’umanità, perché si tratterebbe di estendere a tutti i popoli che si trovano ancora a medio-alta fecondità una politica che li costringa – come, per es., da tempo succede in Cina – a non avere figli o ad averne uno solo, di modo che la fecondità scenda ancora più rapidamente di quanto stia avvenendo; oppure si tratterebbe di avere un arresto alla discesa della mortalità, e magari di rialzarla riducendo per tutti la durata della vita nelle età più avanzate. Parrebbe più conveniente e appropriato ridurre i consumi, impresa straordinariamente difficile e complessa, ma comunque di medio periodo, in attesa che dopo la metà del 21° sec. la popolazione mondiale cominci – com’è del tutto probabile – a declinare grazie all’azione di sue forze endogene. Un declino peraltro che potrebbe forse creare più problemi di quanti ne possa risolvere, se non si saranno costituite le unioni politiche, di cui si è detto, all’interno delle quali compensare le grandi diversità territoriali nell’insorgenza, nella velocità e nell’intensità del declino demografico.
 
POVERTA’. In economia il termine p. esprime una molteplicità di significati. La p. rappresenta difatti un fenomeno legato allo sviluppo della società ed è, dunque, un fenomeno complesso analizzabile sotto diversi aspetti. La p. in senso assoluto può essere definita come la carenza dei mezzi indispensabili alla mera sussistenza dell’individuo. Ma tale definizione non è sufficiente a rendere il concetto univoco. Infatti la stessa sussistenza è definita in maniera diversa dalle varie teorie economiche. Inoltre la carenza dei mezzi è legata alle condizioni storiche di sviluppo della società (la p. di una società primitiva è diversa dalla p. di un’economia industrializzata) e varia in base al territorio in cui essa si manifesta. Queste connotazioni di relatività del concetto di p. possono essere ulteriormente ampliate in riferimento alla struttura sociale considerata. Difatti, dati il luogo e un’epoca storica, la p. non esprime soltanto la condizione di coloro che possiedono una quantità di beni materiali insufficienti alla sopravvivenza, ma anche di coloro che ne possiedono in quantità minore rispetto ad altri individui. In tal senso il concetto di p. è relativo anche alla distribuzione dei beni che si realizza nell’ambito di una medesima struttura sociale.
 
Peraltro, nelle società attuali, il problema della p. assume aspetti completamente diversi a seconda che si considerino paesi industrialmente avanzati o paesi arretrati. Nei primi, il livello complessivo del prodotto nazionale è abbastanza alto da consentire un alleviamento della p. attraverso una redistribuzione; tuttavia in essi si riscontra il fenomeno delle cosiddette isole di p. , cioè di regioni sottosviluppate rispetto al resto del paese cui appartengono, o anche di zone urbane in cui si concentra un gran numero di individui poveri e in genere socialmente emarginati. Nei paesi meno sviluppati il prodotto pro capiteè invece così basso che una ripartizione di reddito fra ricchi e poveri non sortirebbe l’effetto di accrescere i beni materiali dei poveri. Mentre nei paesi sviluppati la possibilità di risolvere il problema della p. è dunque data dalle politiche redistributive, nei paesi arretrati i programmi di riduzione della p. si identificano sia con quelli rivolti a favorire la crescita economica, sia con i trasferimenti di reddito dai paesi ricchi a quelli poveri orientati verso la promozione dello sviluppo economico. È possibile peraltro parlare di p. nell’ambito di una società soltanto individuando un certo livello di riferimento (linea della p. ).
 
Attraverso la costruzione di un paniere si definisce lo standard di p. assoluta e relativa. Per la misura della p. assoluta si utilizza un paniere di beni e servizi essenziali in grado di assicurare alle famiglie uno standard di vita che eviti forme di esclusione sociale. Il valore monetario di tale paniere costituisce la soglia di p. assoluta per l’anno in cui è stato definito; viene aggiornato nel tempo per tenere conto delle variazioni dei prezzi di beni e servizi. Ovviamente questo modo di misurare la p. assoluta è arbitrariamente condizionato dall’identificazione del paniere; i paesi che operano tali misurazioni aderiscono a standard internazionali che stabiliscono quali beni e servizi sono considerati essenziali. La linea di p. relativa viene invece costruita attraverso indicatori statistici della distribuzione del reddito in una nazione. La p. relativa implica quindi un concetto di ‘distanza’ del reddito tra gruppi sociali ed è più vicina al concetto di disuguaglianza. Accanto a queste due macro-misure di p., l’EUROSTAT (istituto di statistica europeo) stabilisce altri standard di misurazione della p., come il rischio di p. , definito come la percentuale di individui al di sotto del 60% del reddito mediano disponibile nel paese. Tale rischio di p. viene definito persistente se gli individui stazionano in tale zona per due anni consecutivi negli ultimi tre di registrazione statistica. Queste misure vengono calcolate sia al lordo sia al netto dei trasferimenti sociali.
 
Lo stato di p. può anche essere visto però come l’esclusione di un individuo o di un gruppo dalla partecipazione alla vita economica e politica e dall’integrazione sociale nella comunità a cui appartiene; tale esclusione può essere originata sia da fattori soggettivi, come l’età o le condizioni di salute, sia da fattori connessi con l’organizzazione sociale nel suo complesso, come il livello di accesso ai servizi sociali, il grado di istruzione, le opportunità occupazionali, il godimento o meno di alcuni diritti di cittadinanza. Anche a livello delle istituzioni internazionali si è, perciò, considerato opportuno misurare la p. non solo in termini di reddito o di spesa per consumi ricorrendo agli indici di diffusione (o di incidenza) della p. e agli indici di intensità della p. , ma anche attraverso indici costruiti facendo riferimento alla combinazione delle diverse cause da cui la p. può dipendere. Dal 1997 l’UNDP (organismo delle Nazioni Unite finalizzato alla promozione dello sviluppo) ha studiato l’andamento della p. nei paesi industrializzati e nei paesi in via di sviluppo utilizzando l’indice di p. umana (IPU), che tiene conto non solo del reddito pro capite, ma anche delle opportunità degli individui di vivere un’esistenza accettabile. In particolare, l’IPU raggruppa in un unico indice composito quattro dimensioni di base dell’esistenza umana: la durata della vita e le condizioni di salute; l’accesso alle conoscenze; la disponibilità economica; il grado di partecipazione sociale. Questi indicatori sono stati presi in considerazione per il calcolo dell’indice di p. umana relativo sia ai paesi industrializzati sia a quelli in ritardo economico. Tuttavia, in considerazione della forte diversità esistente tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, gli indicatori utilizzati per misurare le dimensioni della deprivazione in essi sono diversi. Nella costruzione dell’indice per i paesi in via di sviluppo (IPU-1) la deprivazione relativa alla longevità è rappresentata dalla percentuale di individui che hanno una speranza di vita inferiore a 40 anni, la deprivazione nelle conoscenze è espressa dalla percentuale di adulti analfabeti, la deprivazione relativa allo standard di vita è espressa in termini di percentuale di popolazione priva di accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari e di percentuale di bambini di età inferiore ai 5 anni gravemente o moderatamente sottopeso; nell’indice non è inclusa una misura del grado di partecipazione sociale data la difficoltà di reperire dati affidabili, sotto questo profilo, relativi a tali paesi. Nella costruzione dell’indice di p. per i paesi industrializzati (IPU-2) la deprivazione relativa alla longevità è rappresentata dalla percentuale di individui che hanno una speranza di vita inferiore a 60 anni, la deprivazione relativa alle conoscenze è data dalla percentuale di persone adulte funzionalmente analfabete, la deprivazione nello standard di vita è rappresentata dalla percentuale di popolazione che vive al di sotto della linea della p. relativa (50% del reddito pro capite) e, infine, la mancata partecipazione sociale è misurata dal tasso di disoccupazione di lungo periodo (12 mesi o più) della forza lavoro.
 
Quando non si opera all’interno della logica multidimensionale, per analizzare la p. e la sua evoluzione nei paesi industrializzati e in quelli in via di sviluppo, come pure per effettuare comparazioni tra i diversi paesi, vengono adottate metodologie diverse. Nelle rilevazioni ufficiali dei paesi industrializzati si fa riferimento all’ISPL (international standard of poverty line), che consente di misurare la p. in termini relativi rispetto al tenore di vita medio della popolazione. Così, si definisce povera una famiglia di due componenti che ha una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media pro capite nel paese e, per famiglie di diversa ampiezza, si ricorre a coefficienti correttivi in modo da tenere conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare della dimensione del nucleo familiare. Infine, organismi internazionali come la Banca Mondiale, per effettuare comparazioni tra paesi diversi, adottano una ‘soglia di povertà per i confronti internazionali’.
 
Gli ultimi decenni del Novecento hanno visto un certo incremento del tenore di vita della popolazione dei paesi in via di sviluppo. La crescita dei consumi è stata accompagnata da miglioramenti sostanziali degli indicatori sociali. Nonostante ciò, i risultati non sono stati conseguiti da tutti i paesi e lo stato di p. continua a essere un fenomeno ancora molto diffuso. Nel corso degli anni 1990 la percentuale della popolazione mondiale che viveva in condizioni di p. è andata lentamente riducendosi, ma l’andamento è stato assai differenziato tra le diverse aree del mondo. Dal 2000 le Nazioni Unite hanno lanciato il Millennium Development Goals che fissa una serie di obiettivi per la riduzione della p. nel mondo entro il 2015. Secondo il rapporto 2007, gli effetti di tali politiche iniziano a farsi consistenti. La percentuale di individui nella soglia di p. assoluta è passata da un terzo a un quinto nel periodo 1990-2004. Nelle zone più povere del mondo, l’Africa subsahariana, il tasso di p. si è ridotto di sei punti percentuali, benché l’emergenza umanitaria resti ancora molto alta. La riduzione di p. è andata di pari passo con la maggiore istruzione; il tasso di iscrizione alla scuola primaria è passato dall’80% all’88% tra il 1999 e il 2005, così come si è ridotta la mortalità infantile.
 
La Banca mondiale definisce p. estrema lo stato relativo a individui che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno (in parità del potere di acquisto) e p. moderata con 2 dollari giornalieri. Nel periodo 1990-2005 la percentuale di p. estrema è passata dal 41,7% al 25,2%, ma il quadro è molto complesso se si guarda ai singoli paesi. Molta di questa riduzione è da ascriversi ai migliori standard di vita e reddito dei paesi asiatici. (v. tab.)
 
Il fenomeno della p. riguarda, anche se con ovvie differenze in termini assoluti, sia i paesi industrializzati sia i paesi in via di sviluppo. La p. in Italia, come in Europa, si presenta direttamente correlata con le trasformazioni della struttura produttiva e del sistema sociale che hanno caratterizzato gli anni 1990 e i primi anni del 2000. È emersa una realtà complessa del disagio individuale e di gruppo: le disuguaglianze dei redditi e dei consumi; l’articolazione delle situazioni di emarginazione nel territorio, nelle grandi città e nelle campagne; l’aggravarsi della mancata soddisfazione di taluni bisogni fondamentali come la casa, la salute, l’occupazione, l’istruzione; le disparità intergenerazionali; le nuove forme di p. in rapporto alla cultura e all’accesso alle nuove tecnologie. Per il 2007-08 l’UNDP ha calcolato con riferimento ai paesi industrializzati l’indice di p. umana. Sulla base dei valori ottenuti per l’IPU-2 la Svezia è il paese con p. umana più bassa (6,3%), seguita da Norvegia (6,8%) e Paesi Bassi (8,1%). Stati Uniti e Regno Unito registrano invece una p. umana più elevata, pari rispettivamente al 15,4% e al 14,8%. Per l’Italia è stato calcolato sempre nello stesso periodo un IPU-2 pari al 29,8%.
 
A causa delle difficoltà insite nei concetti non direttamente economici usati per stabilire il livello di p., le indagini ufficiali sulla p. in Italia postulano una sostanziale identità tra benessere e livello di reddito o capacità di spesa delle famiglie. La metodologia ufficialmente adottata in Italia è basata sull’ISPL. Per misurare la p. in termini relativi si utilizzano i dati sulle spese per consumi desunti dall’ISTAT sui consumi delle famiglie italiane. Secondo l’ISTAT, nel 2008 le famiglie in condizione di p. relativa in Italia erano 2.737.000, pari all’11,3% delle famiglie residenti. Si trattava complessivamente di 8.078.000 individui, il 13,6% dell’intera popolazione. La spesa media mensile per persona rappresentava la soglia di p. per una famiglia di due componenti e corrispondeva, nel 2008, a 996,67 euro al mese (+1,4% rispetto alla linea del 2007). Le famiglie composte da due persone con una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come povere. La diminuzione dell’incidenza della p. relativa nel 2008 rispetto al 2004 non risulta statisticamente significativa e mostra quindi come la p. sia sostanzialmente stabile. Il fenomeno continua a essere maggiormente diffuso nel Mezzogiorno (23,8%), dove l’incidenza di p. relativa è quasi 5 volte superiore a quella osservata nel resto del paese (4,9% nel Nord e 6,7% nel Centro), e tra le famiglie più ampie. Si tratta per lo più di coppie con tre o più figli e di famiglie con membri aggregati (l’incidenza è rispettivamente del 25,2% e del 19,6% ). La situazione è più grave se i figli hanno meno di 18 anni: l’incidenza di p. tra le famiglie con tre o più figli minori sale, infatti, in media, al 27,2% e, nel Mezzogiorno, addirittura al 38,8%. Il fenomeno è inoltre più diffuso tra le famiglie con anziani, nonostante il miglioramento osservato negli ultimi anni: se l’anziano in famiglia è uno solo l’incidenza è prossima alla media nazionale (11,4%), se ve ne sono almeno due sale al 14,7%. La p. è inoltre associata a bassi livelli di istruzione della persona di riferimento (l’incidenza è del 17,9% quando è a capo della famiglia una persona con al più la licenza elementare), a bassi profili professionali (tra le famiglie con componenti occupati è povero il 14,5% delle famiglie con a capo un operaio o assimilato) e, soprattutto, all’esclusione dal mercato del lavoro: l’incidenza di p. tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione è pari al 33,9% e sale al 44,3% se in questa stessa situazione si trovano almeno due componenti (contro il 9,6% delle famiglie in cui nessun componente è alla ricerca di lavoro).
 
Osservando il fenomeno con un maggior dettaglio territoriale, l’Emilia-Romagna appare la regione con la più bassa incidenza di p. (pari al 3,9%), seguita dalla Lombardia e dal Veneto, con valori inferiori al 5%. La situazione più grave è, invece, quella delle famiglie residenti in Sicilia, dove il valore osservato, pari al 28,8%, è significativamente superiore rispetto alla media.
 
Le politiche economiche utilizzate per affrontare il problema della p. si possono dividere in tre gruppi principali: le misure intese ad assicurare il soddisfacimento dei bisogni di base; le politiche di sviluppo economico; le politiche di redistribuzione del reddito.
 
Quanto ai bisogni di base, sono oggetto d’intervento pubblico soprattutto l’alimentazione e le cure mediche. Il soddisfacimento dei bisogni nutrizionali di sussistenza è l’obiettivo principale delle politiche di distribuzione alimentare che sono particolarmente importanti nei paesi in via di sviluppo, ma hanno un notevole peso anche in alcuni paesi industrializzati. Allo stesso modo le cure mediche gratuite per i meno abbienti, benché facciano parte dei meccanismi di Welfare State diffusi in tutto il mondo civilizzato, assumono particolare importanza nei paesi in via di sviluppo, in combinazione con le misure di igiene, la fornitura di acqua potabile e l’educazione sanitaria.
 
Le politiche di sviluppo economico costituiscono l’opzione più efficace per affrontare il problema della p. perché si propongono di eliminarne le cause, instaurando meccanismi autonomi di produzione del reddito nei gruppi dei poveri. Le istituzioni economiche internazionali (UNDP, OCSE, Banca Mondiale, FMI) hanno sottolineato più volte la centralità del problema della p. tra gli obiettivi della loro azione. Nel 2001 la Banca Mondiale ha proposto una strategia da seguire per la riduzione della p. basata su tre obiettivi fondamentali: promozione delle opportunità, facilitazione dell’empowerment (acquisizione di strumenti di conoscenza e di possibilità di partecipazione sociale e politica), accrescimento della sicurezza. Le istituzioni internazionali, oltre che contribuire al raggiungimento degli obiettivi indicati, hanno il compito di intervenire per consentire ai paesi in via di sviluppo di dedicare risorse al superamento dello stato di p. in cui versano. In questa direzione è orientata l’iniziativa per la riduzione del debito adottata dal FMI e dalla Banca Mondiale, tendente a ridurre a livelli sostenibili il peso del debito estero dei paesi fortemente indebitati. Allo stesso obiettivo tende una forma di facilitazione creditizia introdotta dal FMI nel 1999, la Poverty Reduction and Growth Facility (PRGF), che mira a mettere fondi a disposizione dei programmi a favore dei poveri che siano definiti dagli stessi paesi in via di sviluppo (i 77 paesi a basso reddito) nell’ambito della loro strategia orientata allo sviluppo e alla lotta contro la povertà.
 
RICCHEZZA. Quantità di risorse economiche accumulate da un individuo o da un intero Paese fino a una certa data. Per questa ragione, ha scritto Angelo Baglioni, la r. è definita come una grandezza ‘stock’, da non confondere con un’altra grandezza ‘flusso‘ molto importante: il reddito, che designa l’insieme dei beni e servizi prodotti in un Paese in un determinato periodo di tempo, per es. un trimestre (reddito nazionale); oppure le entrate conseguite da un individuo in un certo periodo, per es. un anno (reddito individuale).
 
Ricchezza finanziaria e ricchezza reale. La r. può essere detenuta in diverse forme e indica l’insieme di attività finanziarie possedute da un individuo o da una collettività. Gli strumenti che compongono la r. finanziaria possono differire tra loro per il rendimento atteso, per il rischio e per la liquidità. La scelta della composizione della r. finanziaria è oggetto della teoria di portafoglio che illustra come un operatore razionale cerchi di combinare al meglio i mezzi finanziari in cui investe, tenendo conto delle sue preferenze e degli strumenti disponibili sul mercato. La r. reale è invece l’insieme delle attività reali detenute da un individuo o da una collettività, a partire da immobili e terreni. Rispetto a quella finanziaria, questa forma di r. si caratterizza per la scarsa liquidità: la vendita di una casa è un processo assai più lungo e costoso rispetto a quella di un titolo (azione, obbligazione) scambiato sui mercati finanziari. D’altra parte, la r. reale presenta il vantaggio che il suo valore non viene intaccato da un eventuale processo inflazionistico, mentre quella finanziaria subisce l’erosione dovuta all’inflazione. Con riferimento a un Paese, la r. reale comprende le sue strutture produttive (impianti industriali) e le infrastrutture: strade, ferrovie, reti informatiche. Queste risorse sono frutto degli investimenti passati: il loro livello e la loro qualità condizionano in modo cruciale le possibilità di generare redditi futuri e crescita economica. Anche per un individuo, la r. accumulata dipende dai risparmi e dagli investimenti effettuati in passato.
 
Sia la r. finanziaria sia quella reale sono soggette a oscillazioni di valore nel tempo. In particolare, alcune forme di investimento finanziario, come le azioni e i titoli di debito quotati in borsa, possono andare incontro a variazioni molto repentine, e dare luogo al cosiddetto effetto ricchezza. Ciò avviene quando le oscillazioni del valore della r. si riflettono sul livello dei consumi, per es. allorché il valore delle azioni si riduce, e coloro che hanno investito una quota rilevante della loro r. in azioni sono indotti a diminuire i loro consumi per compensare il fatto di essere diventati più poveri. Tale comportamento può peraltro avere effetti pro-ciclici se, per es., mentre la borsa scende, scontando una fase negativa del ciclo economico, il suddetto decremento dei consumi aggrava la fase congiunturale già debole.
Ricchezza umana. Un’importante forma di r. è quella umana. Per un individuo, il ‘capitale umano’ consiste nella qualità dell’istruzione ricevuta e nelle esperienze lavorative maturate nel corso del tempo, oltre che, naturalmente, nelle sue doti naturali (per es. la salute) e le capacità personali (per es. l’intelligenza, ma anche le conoscenze e le competenze ricevute in famiglia). Lo stesso vale a livello aggregato, cioè con riferiomento a un intero Paese. Anche la r. umana, al pari di quella reale e finanziaria, dipende dagli investimenti fatti in passato. Per accrescere il proprio capitale umano, una persona deve fare esperienze professionali, frequentare la scuola e l’università e così via, rinunciando per un certo periodo di tempo al reddito che potrebbe ottenere lavorando. Analogamente, una nazione può migliorare la qualità del suo capitale umano investendo risorse nell’istruzione e nei programmi di formazione all’interno dei luoghi di lavoro e altrove.
 
 
 
FAME. L’avvento della globalizzazione non ha sconftto la fame nel mondo. Denunciando gli enormi costi sociali ed economici della malnutrizione, il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, ha sollecitato un impegno più risoluto per sradicare fame e malnutrizione nel mondo. Nel suo intervento per il lancio della pubblicazione annuale della FAO The State of Food and Agriculture – SOFA 2013 (“Lo Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura”) Graziano da Silva ha dichiarato che anche se qualche progresso è stato fatto, “è ancora lunga strada da percorrere “.
 
“Il messaggio della FAO è che occorre lottare fino a quando fame e malnutrizione non saranno del tutto sradicate”, ha dichiarato.
 
Nel rapporto Food systems for better nutrition (“Sistemi alimentari per una migliore nutrizione”) si fa notare che se è vero che sono circa 870 milioni le persone che nel 2010-2012 soffrivano la fame, questa cifra rappresenta solo una piccola percentuale dei miliardi di persone la cui salute, il cui benessere e la cui vita sono messi a repentaglio dalla malnutrizione.
 
Secondo il rapporto SOFA 2013, sono circa due miliardi le persone che soffrono di una o più carenze di micronutrienti, mentre 1,4 miliardi sono in sovrappeso, di cui 500 milioni obesi. Il 26% dei bambini al di sotto dei cinque anni sono rachitici e presentano disturbi della crescita e il 31% di essi soffre di carenza di vitamina A.
 
Il costo della malnutrizione per l’economia globale, in termini di perdita di produttività e di costi sanitari sono “alti in modo inaccettabile” e in alcuni casi rappresentano fino al 5% del prodotto interno lordo globale – 3.500 miliardi dollari, vale a dire 500 dollari a persona. Questa cifra è quasi l’intero PIL annuo della Germania, la più grande economia d’Europa.
 
Sul piano sociale, la malnutrizione infantile e materna continua a minare la qualità e l’aspettativa di vita di milioni di persone, mentre i problemi di salute correlati all’obesità, ad esempio le malattie cardiache e il diabete, colpiscono altri milioni di persone.
 
Per combattere la malnutrizione, il SOFA sostiene che una dieta sana ha inizio dalla qualità degli alimenti e da corretti sistemi agricoli. Il rapporto evidenzia che il modo in cui coltiviamo, raccogliamo, trasformiamo, trasportiamo e distribuiamo i prodotti alimentari influisce in modo determinante su ciò che mangiamo, e che migliori sistemi alimentari possono rendere il cibo più accessibile, più vario e più nutriente.
 
Tra le raccomandazioni specifiche contenute nel rapporto:
 
• Impiegare politiche agricole, investimenti e ricerca appropriati, per incrementare la produttività non solo di cereali di base come il mais, il riso e il grano, ma anche dei legumi, della carne, del latte, della frutta e verdura, tutti alimenti ricchi di sostanze nutritive.
 
• Tagliare le perdite e gli sprechi, che si calcola oggi ammontino a circa un terzo del cibo prodotto annualmente per il consumo umano. Questo potrebbe contribuire a rendere il cibo più accessibile e abbordabile, oltre a ridurre la pressione sul suolo e sulle altre risorse.
 
• Migliorare la qualità nutrizionale della filiera alimentare, aumentando la disponibilità e l’accessibilità a una grande varietà di alimenti. Sistemi alimentari organizzati correttamente sono fondamentali per avere diete più sane e diversificate.
 
• Aiutare i consumatori a fare delle buone scelte alimentari fornendo maggiori informazioni ed educazione sul cibo.
 
• Migliorare la qualità nutrizionale degli alimenti in modo da eliminarne gli elementi nocivi.
 
• Rendere i sistemi alimentari più rispondenti alle esigenze delle madri e dei bambini. La malnutrizione durante i critici “primi 1000 giorni” dal concepimento può causare danni permanenti alla salute delle donne, e nei bambini, disabilità fisica e cognitiva.
 
Il ruolo delle donne
 
Secondo il rapporto conferendo alle donne un maggiore controllo sulle risorse e sul reddito, si otterrebbero benefici immediati per la loro salute e per quella dei loro figli. Politiche, interventi e investimenti in tecnologie agricole di risparmio di manodopera e nelle infrastrutture rurali, oltre a sistemi di protezione sociale e servizi, possono anche dare un contributo importante alla salute e alla nutrizione delle donne, dei neonati e dei bambini.
 
Alcuni progetti sono riusciti a far aumentare i livelli di nutrizione, tra questi alcuni che hanno favorito l’incremento della produzione, della commercializzazione e del consumo di verdure e legumi locali in Africa orientale, altri che hanno promosso la creazione di orti domestici in Africa occidentale e di sistemi agricoli che uniscono la coltivazione di verdure con l’allevamento del bestiame, insieme ad attività generatrici di reddito, in alcuni paesi asiatici; altri ancora che hanno incoraggiato l’allevamento di colture di base, come le patate dolci, per aumentare il contenuto di micronutrienti, e le partnership pubblico-privato per arricchire prodotti come lo yogurt o l’olio da cucina con sostanze nutritive.
 
Secondo il rapporto far sì che i sistemi alimentari migliorino la nutrizione è un compito complesso, che richiede un forte impegno politico e una capacità di leadership ai livelli più alti, oltre a partenariati di ampio respiro e azioni coordinate con altri settori importanti come la sanità e l’istruzione.
 
“Un gran numero di attori e istituzioni devono lavorare insieme, in tutti i settori, per riuscire a ridurre in modo più efficace la sotto-nutrizione, la carenza di micronutrienti, ed anche il sovrappeso e l’obesità”, si legge nel rapporto.
 
“E’ dunque un’assoluta priorità istituire una governance dei sistemi alimentari che fornisca leadership, che coordini in modo efficace e che promuova la collaborazione tra i tanti soggetti coinvolti”.
 
CLIMA. Altrettanto preoccupante è la situazione ambientale. A l’occasion de la Journée mondiale des océans, le 8 juin, le Secrétaire général de l’ONU a rappelé dans un message que les océans, du commerce à l’alimentation en passant par la régulation du climat, faisaient partie intégrante de l’humanité tout entière. « Cela est d’autant plus vrai pour les populations côtières dont les revenus et la culture sont irrévocablement liés à la mer », poursuit M. Ban, qui a ajouté que si « nous voulons tirer pleinement parti des océans, nous devons inverser la tendance et enrayer la dégradation du milieu marin causée par la pollution, la surpêche et l’acidification. » « J’invite toutes les nations à œuvrer à cette fin, notamment en adhérant à la Convention des Nations Unies sur le droit de la mer et en la mettant en application », affirme le Secrétaire général.« Unissons nos efforts en vue de trouver de nouveaux modes d’action afin d’assurer la pérennité des océans, pour l’humanité et la planète », conclut Ban Ki-moon.
 
IL RUOLO DELLO STATO. Il ruolo dello Stato nelle economie capitalistiche è sempre stato definito dalla teoria economica sulla base di tre elementi: a) le modalità di funzionamento del sistema economico, considerato nella sua capacità di autoregolazione sotto il duplice aspetto della piena utilizzazione delle risorse produttive e della promozione dello sviluppo; b) le valutazioni di ordine equitativo riguardanti gli effetti che i meccanismi di mercato producono sulla distribuzione del reddito e della ricchezza e, quindi, sulla coesione sociale in senso lato; c) l’idoneità dei processi decisionali concretamente ipotizzabili a favorire scelte e comportamenti coerenti con un’ordinata evoluzione della vita economica.
 
Con riferimento al primo punto, la teoria neoclassica ha dimostrato che un sistema concorrenziale, verificate alcune condizioni, per una certa distribuzione delle risorse e in assenza di vincoli non riconducibili alla tecnologia e alla dotazione di fattori produttivi, è in grado di produrre risultati ottimali, nel senso dato al termine da Vilfredo Pareto (è impossibile raggiungere una configurazione di prezzi e quantità che comporti il miglioramento del livello di utilità di un individuo senza che a esso sia associata la diminuzione dell’utilità di almeno un altro individuo). Le condizioni che devono essere verificate perché sia possibile associare un sistema di concorrenza perfetta e l’ottimalità, nel senso inteso da Pareto, sono stringenti, in quanto riguardano l’informazione completa e simmetrica per tutti gli operatori economici, la completezza dei mercati, l’assenza di rendimenti crescenti di scala, oltre che l’inesistenza di esternalità e di beni pubblici. Dalla realistica ipotesi che alcune o tutte queste condizioni non siano in concreto verificate emerge un ruolo necessariamente di competenza dello Stato, complementare al (oppure sostitutivo del) funzionamento del sistema capitalistico.
 
Per quanto riguarda il secondo punto, la definizione in base a meccanismi di mercato delle remunerazioni dei titolari dei fattori produttivi e dell’allocazione dei diritti di proprietà, anche se coerente con principi di razionalità economica, può determinare processi di concentrazione del reddito o delle ricchezze incompatibili con il mantenimento di un equilibrio sociale riconducibile allo stesso concetto di democrazia politica. Da questa considerazione emerge un ruolo dell’autorità pubblica con finalità redistributive o di controllo della distribuzione del reddito, che trova concreta realizzazione con il sistema tributario e con la spesa pubblica a finalità sociale.
 
Infine, la stessa dinamica della vita politica in tutte le epoche storiche ha dimostrato che l’intervento pubblico nella sfera economica e sociale deve trovare un adeguato inquadramento in norme che regolino l’attività di governi e Parlamenti. Gli effetti disincentivanti prodotti da una pressione fiscale eccessiva o i fenomeni inflazionistici associabili a inappropriate forme di finanziamento dell’attività pubblica rappresentano, nella sostanza, manifestazioni di mancato rispetto di norme fondamentali.
 
L’individuazione del ruolo dello Stato all’inizio di questo secolo deve necessariamente partire da un esame delle aree problematiche prima indicate. Le conclusioni non possono tuttavia essere univoche, dipendendo essenzialmente dalla più generale impostazione ideologica dell’osservatore, oltre che dalle specifiche circostanze di carattere economico e sociale del Paese o dell’area politica oggetto di analisi. Un giudizio di rilevanza concreta, e di superabilità con appropriati interventi di politica economica, dei fattori di allontanamento dai presupposti analitici del modello concorrenziale, porta a conclusioni, in termini di estensione dell’intervento pubblico, più radicali di quanto non si verifichi quando si valuti fondamentalmente realistico il modello concorrenziale (o comunque in concreto non migliorabile). Analogamente, il diverso peso attribuibile agli effetti disincentivanti o alle considerazioni equitative porta a soluzioni non univoche per i problemi redistributivi. Infine, le stesse regole di governo della finanza pubblica trovano necessariamente fondamento e giustificazione nella lettura che viene data delle specifiche situazioni politiche ed economiche.
 
Le opzioni di fondo in tema di definizione del ruolo economico dello Stato possono essere colte, secondo il nostro giudizio, organizzando la materia in quattro nuclei: a) interventi nella sfera sociale, rientranti nell’ambito del welfare state; b) regolazione dei processi produttivi; c) sistema tributario; d) regole decisionali in materia di bilancio.
 
WELFARE STATE. E’ l’insieme delle istituzioni, pubbliche e private, che svolgono due funzioni essenziali: a) garantire a tutti i cittadini le risorse necessarie per un’esistenza dignitosa (cosiddetta funzione assistenziale); b) fornire copertura contro i grandi rischi dell’esistenza (ignoranza, malattia, vecchiaia e disoccupazione), a fronte dei quali le capacità individuali e le funzionalità di mercato sono limitate (funzione assicurativa).
 
In termini di teoria economica, sulla base dei sintetici riferimenti precedentemente fatti, nell’articolazione dello Stato sociale si possono individuare sia finalità di coesione sociale (quando si assicura a tutti i cittadini un minimo di risorse), sia, e più significativamente, finalità assicurative, giustificate dal venir meno di alcune delle condizioni che determinano l’ottimalità del meccanismo concorrenziale (Barr 2001). È su questa seconda funzione, a nostro giudizio predominante sia sul piano quantitativo sia sul piano dei principi ispiratori nella costituzione dello Stato sociale, che ci concentriamo in modo particolare. Con riferimento alle ipotesi sull’informazione, certamente si può affermare che l’individuo vive in condizione di informazione limitata in relazione all’accesso ad alcuni servizi (si pensi alla sanità); è inoltre tendenzialmente miope, ossia non in grado di prevedere adeguatamente il futuro, e si giustificano quindi forme sostitutive delle scelte individuali (si pensi all’istruzione obbligatoria o a meccanismi previdenziali non volontari). Con riferimento alla completezza dei mercati, nella realtà alcuni di quelli in cui gli individui potrebbero acquistare determinati beni o servizi da loro desiderati non esistono: la copertura assicurativa sanitaria privata è preclusa agli individui ad alto rischio, quali sono, per es., gli individui in età avanzata. Inoltre, le imprese private non sono tipicamente in grado di coprire i rischi sociali, quale l’inflazione, riuscendo pertanto fortemente limitata la possibilità di ottenere adeguate forme di garanzia contro la caduta del reddito reale nella vecchiaia.
 
Come sintetizza Kenneth J. Arrow (Uncertainty and the welfare economics of medical care, «The Amer-ican economic review», 1963, 53, 5, pp. 941-73), quando il mercato non è in grado di condurre a uno stato ottimale (come accade in un contesto di asimmetria informativa o d’incompletezza dei mercati), la società prenderà, almeno parzialmente, coscienza del problema e istituzioni sociali sorgeranno con il fine di migliorare gli esiti di mercato.
 
Le precedenti considerazioni spiegano per quale motivo in tutti i Paesi, e in particolare in quelli sviluppati, sia presente un sistema di protezione sociale strutturato. Ma la diversa lettura dei fallimenti di mercato, o dell’allontanamento dalle condizioni ottimali, spiega perché le concrete articolazioni siano anche molto differenziate.
 
In questo quadro è utile fare riferimento alla tradizionale classificazione dei modelli di welfare state: welfare pubblico, welfare aziendale e welfare fiscale. Nel welfare pubblico la copertura è tendenzialmente universale, anche se le prestazioni, in particolare quelle di natura previdenziale, sono differenziate, dipendendo dalla storia contributiva o retributiva individuale; il finanziamento deriva dai contributi sociali o dalla fiscalità generale. Nel welfare aziendale il diritto alla prestazione deriva da un contratto di lavoro con uno specifico datore, i cui effetti si possono estendere anche a un periodo successivo alla cessazione del rapporto. Le prestazioni sono finanziate da contributi a carico del datore di lavoro o del lavoratore. Il welfare fiscale si risolve invece nella concessione di agevolazioni sotto forma di deduzioni o di detrazioni d’imposta subordinate alla stipulazione di assicurazioni individuali o sanitarie o previdenziali; sono comunque previste forme di tutela destinate alle fasce più povere della popolazione.
 
I tre modelli nella realtà di ogni Paese si sovrappongono, non essendo possibile individuare un modello puro. È tuttavia possibile distinguere l’ispirazione fondamentale, e le linee di tendenza, nelle principali aree geografiche. È certo che il modello pubblico caratterizza i Paesi europei, con l’unica eccezione rilevante costituita dal sistema pensionistico del Regno Unito, che ha una forte componente non pubblica. Il modello aziendale è invece tipico degli Stati Uniti, sia per la sanità sia per la previdenza, anche se l’intervento diretto pubblico è molto importante in entrambi questi comparti del sistema di protezione sociale: per gli Stati Uniti è ragionevole parlare di sistema misto. Infine, il welfare fiscale, pur essendo riconoscibile in varia forma in tutti i Paesi, non ha avuto finora uno sviluppo organico: merita di essere tuttavia richiamato in questa sede, perché le proposte di riforma del welfare portate avanti negli Stati Uniti negli ultimi anni sembrano tendere a un rafforzamento della componente individuale previdenziale e alla progressiva introduzione di conti sanitari individuali, superando il modello di assicurazione fondato sul rapporto di lavoro. Sulla stessa linea di sviluppo delle componenti individuali si collocano inoltre le proposte di introduzione di vouchers scolastici, al fine di garantire la possibilità di scelta delle famiglie in un quadro di neutralità da parte dello Stato nel finanziamento delle scuole pubbliche e di quelle private.
 
La valutazione delle implicazioni dei diversi modelli di Stato sociale è essenziale in ogni analisi del ruolo dell’operatore pubblico, sia perché gli interventi per la protezione sociale costituiscono la componente più rilevante dell’azione delle amministrazioni pubbliche (sia direttamente attraverso la spesa, sia indirettamente attraverso le agevolazioni fiscali), sia perché le erogazioni assegnate alla protezione sociale sembrano destinate ad aumentare in futuro, se non altro per ragioni di carattere demografico. Gli effetti del welfare state saranno di seguito considerati sotto diverse angolature: universalismo, collocazione del rischio e sostenibilità macroeconomica.
 
Al di là di specifiche articolazioni, il welfare pubblico è tendenzialmente universalistico. L’assistenza sanitaria è riconosciuta a tutti i cittadini senza che, in teoria, sia ammessa alcuna discriminazione sulla base del reddito individuale, configurando il diritto alla salute come un diritto di cittadinanza. Il diritto alla pensione è esteso a tutta la popolazione, o perché deriva da un precedente rapporto di lavoro o perché manifestazione di una componente strettamente assistenziale, sotto forma di assegno o pensione sociale. In tutti i Paesi, in forme più o meno strutturate o con vincoli all’accesso più o meno stringenti, la comunità si fa carico delle situazioni di indigenza.
All’ispirazione universalistica non corrisponde tuttavia omogeneità delle prestazioni per alcuni importanti comparti. Escludendo la sanità, le pensioni pubbliche sono nei Paesi europei differenziate in ragione della storia contributiva o retributiva individuale. Quando si fa riferimento alla storia reddituale, le prestazioni tendono a garantire, in condizioni di massima durata del rapporto di lavoro, il mantenimento del tenore di vita nel periodo di pensionamento. Quando si fa riferimento alla storia contributiva, si garantisce un’uguaglianza di rendimento dei contributi versati. Per quanto riguarda invece l’istruzione, al di là della scuola dell’obbligo, l’accesso ai gradi superiori viene nella maggior parte dei casi a dipendere dal merito individuale in un contesto di finanziamento fondato sulla fiscalità generale.
 
Con riferimento a sanità e previdenza, le conseguenze del welfare aziendale sono diverse in termini di accesso rispetto a quello pubblico. Negli Stati Uniti il sistema pensionistico privato copre la totalità dei dipendenti pubblici e circa il 50% di quelli privati. Nel settore privato la partecipazione non è peraltro distribuita in modo omogeneo, aumentando al crescere del reddito, oltre a essere più elevata nelle grandi imprese, nei settori sindacalizzati e fra i lavoratori a tempo pieno. Una distribuzione analoga vale per le assicurazioni sanitarie private promosse dai datori di lavoro (Artoni, Casarico 2008).
 
L’accesso relativamente circoscritto al welfare aziendale spiega la presenza di significative componenti pubbliche negli Stati Uniti. La Social security eroga prestazioni decrescenti al crescere del reddito alla generalità dei lavoratori, per importi comunque relativamente bassi: solo i lavoratori che godono della doppia protezione pubblica e privata raggiungono prestazioni assimilabili a quelle europee. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, due importanti programmi pubblici (Medicaid e Medicare) sono destinati a poveri e anziani, rimanendo comunque non assicurato circa il 17% della popolazione.
 
Non è possibile in questa sede interrogarsi sulle cause che hanno portato negli Stati Uniti a un modello sostanzialmente discriminante fra i diversi segmenti della popolazione. Qui è possibile solo accennare al fatto che la presenza di forti minoranze etniche, rinnovatesi nel tempo, ha reso possibile limitare il pieno accesso al sistema della protezione sociale. Si può ancora ricordare che il sindacato americano è stato tradizionalmente più corporativo e legato a specifiche realtà aziendali. Questo ha portato a ricercare benefici legati all’appartenenza a grandi imprese, o al settore pubblico, senza che analoga attenzione fosse rivolta alla generalità della popolazione.
 
In estrema sintesi, si può affermare che il welfare aziendale e quello pubblico si distinguono fortemente per l’elemento universalistico, presente soltanto nel secondo. Rimane il fatto che anche in modelli caratterizzati dal welfare aziendale la presenza pubblica è comunque consistente (negli Stati Uniti la spesa pubblica per welfare raggiunge circa il 12%, un livello analogo a quella privata).
 
Nelle forme che va assumendo, il welfare fiscale si può ritenere un’evoluzione di quello aziendale: si riduce fortemente il ruolo del datore di lavoro che, in linea generale, viene sostituito da agevolazioni fiscali finalizzate a ridurre il costo dell’accesso, in particolare, ad assicurazioni sanitarie e previdenziali. In questo caso emerge il problema della capacità di larghe fasce della popolazione di far fronte agli oneri corrispondenti; si può ragionevolmente ritenere che i problemi di copertura universalistica, di garanzia di prestazioni adeguate sul piano quantitativo e qualitativo, si accentueranno ulteriormente nel welfare fiscale rispetto a quello aziendale.
 
Nei modelli pubblici, che si articolano e si fondano per il loro finanziamento sul potere impositivo dell’autorità pubblica, il rischio di inadeguatezza o di annullamento delle prestazioni è a carico della collettività che, in linea di principio, è in grado di rispondere a shock di segno negativo.
 
Nel welfare aziendale il rischio è posto a carico dell’impresa. Storicamente il welfare aziendale, nelle forme assunte negli Stati Uniti, è stato associato alla crescita delle grandi imprese manifatturiere, in grado di garantire ai loro dipendenti rilevanti benefici sotto forma di piani sanitari e di piani pensionistici; nelle forme previdenziali era caratteristica la commisurazione della prestazione al salario raggiunto nella fase finale della vita lavorativa. In questi piani, a beneficio definito, il rischio in caso di evoluzione negativa per mancata costituzione delle riserve oppure per cattivo andamento dei mercati finanziari era interamente a carico delle imprese, così come a loro carico era il rischio connesso all’allungamento della vita media dei lavoratori in pensione o all’aumento delle spese mediche, quando l’assistenza sanitaria si estendeva al periodo del pensionamento.
 
Le modifiche nella struttura economica mondiale, con l’indebolimento relativo dei settori manifatturieri nei Paesi di originaria industrializzazione, spiegano perché in molte imprese sia diventato arduo il mantenimento delle prestazioni ai livelli previsti dai piani originari. Dal punto di vista istituzionale, è stato avviato un processo di trasformazione dei piani pensionistici che progressivamente hanno abbandonato il beneficio definito per spostarsi alla contribuzione definita (in cui la prestazione dipende dall’andamento dei mercati finanziari), con la conseguente attribuzione del rischio al singolo lavoratore. In sintesi, le modifiche intervenute negli ultimi anni sono state caratterizzate dallo spostamento del rischio dalle imprese ai lavoratori, avviando la formazione, in alcuni casi, o il rafforzamento, in altri, di un welfare fondato su contratti individuali.
 
Come abbiamo già osservato, in molti Paesi le linee di riforma, attuate o annunciate, si muovono in questo senso. Nell’individuazione del ruolo dello Stato, ci si deve chiedere fino a che punto l’individuo è in grado di accollarsi rischi, sia pure attraverso la mediazione assicurativa, che investono la sua esistenza in un contesto di radicale incertezza sugli andamenti economici e demografici o per eventi che investono la generalità della popolazione. Si pongono in altri termini due problemi: la capacità individuale di sostenere gli oneri assicurativi e la capacità dei meccanismi assicurativi privati di fronteggiare i rischi sociali.
 
Nella gestione di un sistema di protezione sociale, compito fondamentale dello Stato è il mantenimento di condizioni di sostenibilità macroeconomica. Nei Paesi sviluppati, le prestazioni sociali, comprensive delle componenti private e al netto delle imposte gravanti sulle stesse prestazioni, si sono collocate negli ultimi anni fra il 25% del prodotto interno lordo (PIL) in Italia e negli Stati Uniti e il 30% in Germania, Francia e Paesi scandinavi.
 
Le prospettive per i due comparti fondamentali della previdenza e della sanità sono determinate essenzialmente dall’evoluzione demografica: si prevedono, infatti, un rilevante allungamento della vita media, con il conseguente aumento della popolazione anziana, e tassi di natalità a livelli contenuti in molti Paesi. Conseguentemente, le previsioni economiche, per quanto di lunghissimo periodo, indicano un cospicuo aumento, assoluto e relativo, delle spese sociali. La Social security americana, in assenza di qualsiasi intervento normativo, dovrebbe esaurire le sue riserve finanziarie nel 2052 (anche se pochi anni fa il limite era posto al 2030). Gli interventi specifici su un sistema pubblico, se preservato nelle sue caratteristiche essenziali, devono riguardare il controllo della dinamica delle prestazioni. Nel settore pensionistico sono già stati attuati numerosi interventi finalizzati al contenimento della spesa attraverso lo spostamento in avanti nell’età di pensionamento o la riduzione delle prestazioni potenzialmente ottenibili. Risulta tuttavia evidente che la riduzione delle prestazioni non deve compromettere radicalmente l’obiettivo del mantenimento di un ragionevole tenore di vita dopo la cessazione dell’attività lavorativa. Nonostante la spesa cresca in termini di prodotto interno, l’aumento della quota di popolazione anziana comporterà infatti un allargamento del divario tra il reddito medio pro capite di quella attiva e le pensioni.
 
Nel settore sanitario i sistemi pubblici, attraverso la definizione centralizzata del livello delle remunerazioni e di altre voci di spesa, hanno sempre garantito una dinamica moderata degli esborsi. Anche in questo caso un eccesso di contenimento della spesa, oppure remunerazioni inadeguate, provocano lo svuotamento del servizio pubblico e la conseguente ricerca di modalità di cura alternative.
 
La delimitazione sostanziale del livello delle prestazioni o della loro accessibilità comporterebbe, di fatto, lo spostamento della responsabilità nella fornitura dei servizi dalla collettività ad altri, siano essi imprese o individui. L’esperienza di alcuni Paesi dimostra che in presenza di domanda rigida, come accade per la sanità, esiste un’ineliminabile tendenza all’aumento del prezzo della prestazione. Qui basti ricordare che negli Stati Uniti i premi assicurativi pagati dalle imprese sono cresciuti negli ultimi anni a un tasso del 10% contro un tasso d’inflazione media del 3%. Sotto questo aspetto si dà un’ulteriore ragione dell’esistenza nei sistemi sanitari a orientamento privato di importanti componenti pubbliche.
 
Si può concludere questo punto osservando che non esistono soluzioni semplici per il problema del contenimento della spesa sociale. La riduzione della spesa può essere in alcuni casi giustificata come necessaria per la compatibilità con l’evoluzione demografica. Occorre però tenere in dovuta considerazione che la conseguente limitazione delle prestazioni può compromettere obiettivi essenziali di copertura da rischi fondamentali, sovvertendo alcune priorità che dovrebbero essere osservate nella vita collettiva. Nel caso in cui poi la dinamica dei costi degli operatori privati non sia facilmente controllabile, il contenimento della spesa attraverso lo spostamento delle competenze dal settore pubblico a quello privato è molto spesso soltanto apparente.
 
La sostenibilità non solo economica, ma anche sociale, di un compiuto sistema di protezione dipenderà in generale dai tassi di crescita che si riusciranno a realizzare: tassi di crescita medi annui del prodotto reale dell’ordine del 2% si ritiene renderanno relativamente agevole la soluzione dei problemi di sostenibilità che si manifesteranno.
 
L’ottimalità di un meccanismo di mercato concorrenziale richiede la presenza di una pluralità di operatori, oppure un tendenziale equilibrio nel potere contrattuale quando si confrontino due parti con interessi contrapposti: le configurazioni di mercato non devono in altri termini portare alla formazione di rendite di monopolio, comunque originate.
 
Considerando la prima ipotesi, una pluralità di imprese non può mantenersi nel tempo in presenza di rendimenti crescenti di scala (che si hanno quando il costo medio diminuisce all’aumentare dei livelli produttivi); è economicamente efficiente la concentrazione della produzione presso un numero estremamente ridotto d’imprese e, al limite, presso una. Questa situazione, definita monopolio naturale, è tipica delle imprese di pubblica utilità (per es., produzione e distribuzione dell’energia elettrica e del gas, telecomunicazioni e trasporti). Considerando la seconda ipotesi, le asimmetrie di potere contrattuale sono invece tipiche del mercato del lavoro.
 
Gli interventi nel settore delle pubbliche utilità e le misure volte a regolare il mercato del lavoro sono manifestazioni del ruolo economico dello Stato, secondo modalità che si sono modificate radicalmente nel corso degli ultimi decenni.
 
In tutta l’Europa occidentale è stata tradizionalmente dominante la proprietà pubblica, centrale o locale, nei settori dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni. Alla base di questa scelta stavano, in primo luogo, motivazioni di ordine tecnologico cui abbiamo già accennato: in presenza di rendimenti crescenti di scala è giustificata la presenza di una sola impresa. Il comportamento di tale impresa, se la proprietà fosse privata, dovrebbe essere disciplinato dall’autorità pubblica. D’altro canto la tariffazione efficiente, che richiede un prezzo uguale al costo marginale, avrebbe comportato un prezzo inferiore al costo medio di produzione e quindi profitti negativi per l’impresa. L’autorità pubblica, ove avesse assunto come obiettivo l’efficienza economica, avrebbe dovuto erogare sussidi di non facile definizione e comunque portatori di contaminazione fra interessi privati e decisioni pubbliche.
 
Oltre a considerazioni di efficienza microeconomica statica, la scelta della proprietà pubblica è stata anche ricondotta al riconoscimento che le imprese di pubblica utilità erano e sono produttrici di forti esternalità: in Paesi che non avevano ancora raggiunto il pieno sviluppo economico, il potenziamento di questi settori era giudicato una precondizione per accelerarne il processo di crescita. Questa considerazione ha motivato, in molti casi, la scelta della nazionalizzazione di settori di pubblica utilità nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. La nazionalizzazione ha poi comportato processi di concentrazione e razionalizzazione produttiva, oltre che stimolato l’accumulazione attraverso una forte spinta agli investimenti. Si noti che, in questo processo, le imprese di pubblica utilità si sono molto spesso verticalmente integrate, coprendo tutti gli stadi della produzione e della distribuzione. Non si dubitava inoltre che ci fosse coincidenza fra comportamento delle imprese e interessi generali, non ritenendosi rilevanti i fenomeni di cattiva gestione o di collusione con il potere politico.
 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: