Perché l’amore fa soffrire

15 Giu

Perché l’amore fa soffrire

14 giugno 2013 Pubblicato da Le parole e le cose | 0 commenti
di Eva Illouz
[Pubblichiamo un estratto del saggio Perché l’amore fa soffrire di Eva Illouz, uscito in questi giorni per Il Mulino. Queste pagine, tagliate per esigenze redazionali, sono tratte dal terzo capitolo, La richiesta di riconoscimento: l’amore e la vulnerabilità del Sé. Nei mesi scorsi abbiamo pubblicato una videointervista all’autrice e una recensione di Barbara Carnevali al libro]
 
Il passaggio dal corteggiamento premoderno a quello moderno è il passaggio da rituali e significati pubblicamente condivisi a interazioni private in cui l’altro viene valutato secondo criteri molteplici e transitori: l’attrazione fisica, la chimica emotiva, la compatibilità dei gusti e l’assetto psicologico. La classe sociale, il rango, il «carattere» appartengono a un mondo in cui i criteri per stabilire il valore erano noti e pubblicamente espressi; oggi invece il valore sociale deve essere negoziato nell’ambito dei gusti individuali. Per esempio, la seduttività e la desiderabilità, sebbene seguano canoni pubblici di bellezza, sono soggette a una dinamica del gusto individualizzata e pertanto relativamente imprevedibile. La desiderabilità, assunta come criterio primario di scelta del partner, complica la dinamica del riconoscimento, crea incertezza, implica che l’uomo e la donna abbiano scarsa capacità di prevedere se verranno giudicati attraenti da un potenziale partner o riusciranno a mantenere vivo il suo desiderio. In uno studio sui single timidi gli psicologi Jacobson e Gordon descrivono un’esperienza che di fatto è sociologica:
Nella mia esperienza di psicologo a New York affrontare un appuntamento è il denominatore comune che innesca la timidezza nei single di qualsiasi età, siano essi donne o uomini. Nella loro ricerca di qualcuno con cui condividere la vita, molti dei miei pazienti mi riferiscono di essere colti da sentimenti di paura del rifiuto e inadeguatezza talmente forti da trovare qualsiasi scusa per non uscire di casa. […] Circa dieci anni fa cominciai a notare che erano sempre più numerosi i pazienti che affermavano di sentirsi socialmente incompetenti, invisibili agli altri e spaventati – soprattutto se dovevano affrontare un appuntamento o un contesto sociale.
Il senso di invisibilità riferito da questi pazienti o, per usare un termine più comune, la loro «paura del rifiuto» è pertanto soprattutto la paura di ciò che Honneth definisce «invisibilità sociale», una condizione in cui l’individuo viene fatto sentire socialmente indegno. Può avere origine da forme di umiliazione sottili, non apertamente espresse: la mimica facciale, in particolare l’espressione degli occhi, del volto, e il sorriso costituiscono il meccanismo elementare di visibilità sociale e una forma altrettanto elementare di riconoscimento. È questa invisibilità a minacciare il Sé nelle relazioni sentimentali, proprio perché i segni di conferma veicolano la promessa di conferire piena esistenza sociale.
Questa forma di autocritica è molto diversa dalle strategie di autosvalutazione ottocentesche di cui si è discusso in precedenza: non consiste nella manifestazione del carattere; riflette piuttosto quella che potremmo definire «incertezza concettuale di sé», o incertezza dell’immagine che si ha di sé e dei criteri per determinarla. L’incertezza concettuale si pone all’estremo opposto dell’autosvalutazione. Quest’ultima innanzitutto non veniva tenuta nascosta, ma dichiarata apertamente; non minacciava l’ideale del Sé ma piuttosto lo rappresentava, richiedeva la rassicurazione rituale dell’altro, creava un legame, presupponeva il riferimento implicito a ideali morali noti a entrambe le parti. In una lettera al fratello Theo, Van Gogh descrive come il suo amore venne rifiutato dalla cugina Kee.
La vita mi è diventata molto cara e sono felice di amare. La mia vita e il suo amore sono una cosa sola. «Ma ti trovi di fronte a un chiaro rifiuto!» obietterai. Rispondo: «Vecchio mio, per il momento considero quel rifiuto come un blocco di ghiaccio che mi stringo al cuore, sperando di riuscire a scioglierlo.
Per Van Gogh essere rifiutati non rappresentava una minaccia al proprio status o al proprio valore, ma un’ulteriore opportunità che si offre all’uomo di dare prova della sua capacità di sciogliere il gelo del rifiuto. Lo si confronti con la testimonianza resa da una quarantenne omosessuale che si è da poco impegnata in una nuova relazione:
Abbiamo trascorso un fine settimana fantastico: ho incontrato la sua famiglia e i suoi amici, e anche il sesso tra noi è stato stupendo… e dopo quel fine settimana lei mi dice che forse sarebbe stato meglio vederci solo per due ore stasera, o forse meglio aspettare domani. Mi sono sentita così arrabbiata con lei. Furiosa. E ora, mentre ne parlo, mi sento sopraffatta dall’ansia. Mi sento paralizzata. Come ha potuto farmi questo?
Questa donna è divorata dall’ansia perché la richiesta della sua innamorata di incontrarla «solo» per due ore si riduce a un sentimento di «annichilimento sociale». Nelle sue memorie autobiografiche Catherine Townsend, editorialista di una rubrica sul sesso dell’«Independent», racconta la rottura della relazione con il suo compagno, circostanza che le ha procurato una sofferenza tale da indurla a frequentare un incontro dei Sex and Love Addicts Anonymous dove si presenta così:
Mi chiamo Catherine e sono dipendente dall’amore […]. Fino ad oggi non riuscivo a immaginare perché non riuscissi a gestire con successo la mia ultima relazione. Penso fosse perché volevo essere abbastanza in gamba da essere quella «giusta» per lui. Credo che in- consciamente volessi dare prova di valere tanto da indurre qualcuno a sposarmi. Quindi facevo di tutto per tenermi il mio ex a tutti i costi.
Chiaramente la sofferenza di Catherine coinvolge il senso del proprio valore, che può essere determinato o annientato dall’amore. In un blog su internet una donna racconta che quando si è separata dal compagno il suo «cuore era a pezzi» e «gli ci sono voluti mesi (se non anni) per riprendersi». Gli amici l’hanno aiutata a superare il dispiacere dicendole che «era splendida, facendole mangiare tanta cioccolata e guardando [insieme a lei] una serie infinita di film scadenti». La reazione di questi amici riflette l’idea diffusa che la fine di un amore minacci il senso del valore di una persona e le fondamenta della sua sicurezza ontologica. Questi risultati sono confermati da una ricerca condotta da due sociologi citata nella rubrica del «New York Times» Modern Love: «Ciò che conta per le donne è avere una relazione, seppur disastrosa. “È un po’ patetico”, riconosce Ms Simon (la ricercatrice). “Nonostante il grande cambiamento sociale occorso in questo settore, il senso che le donne hanno del proprio valore è ancora fortemente legato al fatto di avere un uomo. Ciò è deplorevole”».
Se il valore che le donne conferiscono a se stesse è ancora legato alla necessità di avere un uomo al proprio fianco, non significa che esse non si siano liberate da un retaggio del passato, ma che hanno sviluppato una dipendenza moderna dall’amore per riuscire a definire il senso del proprio valore. I manuali di consigli per affrontare incontri, sesso e amore sono diventati incredibilmente redditizi proprio perché la posta in gioco dell’amore, degli appuntamenti e del sesso è diventata molto alta.
 
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