Marcello Hosc, Vincent 2 / su Van Gogh

21 Giu

 

vincent 2
da Hosch Marcello (Note) Giovedì 20 giugno 2013 alle ore 9.34
 
Dopo il ritratto a Roulin, Vincent riprese a dipingere paesaggi. Imperterrito ogni giorno all’alba a passo spedito lo si vedeva marciare col suo baldacchino alle spalle lungo il fiume o i sentieri della campagna verso Montmajour, ansioso di arrivare, fremente nell’attesa della scoperta che avrebbe fatto, come lo attendesse una rilevazione celeste, un dono divino.
 
Aveva l’indole dell’archeologo questo suo perlustrare a fondo l’intera zona, come dovesse scovarvi il tesoro sepolto della propria ispirazione, il luogo prescelto in grado di evocare.
 
Sapeva che ad Arles c’erano delle case chiuse. Una sera attraversò Place Lamartine per proseguire per una stretta via tra le case. A Rue des Ricolettes trovò ciò che cercava. Il tenutario gli presentò una ragazza di nome Rachel che aveva appena sedici anni, grassottella, faccia paffuta e tonda, larghi occhi celesti, capelli neri raccolti dallo chignon, denti regolari un pò ingialliti.
 
Lei lo chiamò da subito col suo sopranome Fou-rou. Lui fu sorpreso che la ragazza lo avesse riconosciuto col suo soprannome. Ordinarono una bottiglia di vino che portarono nella camera di sopra. La ragazza era spigliata e divertente, lui le diede il soprannome di Pigeon, piccione, per via delle sue forme tonde ed armoniose e del suo civettare allegro. Si sedettero affiancati sulla sponda del letto bevendo il vino che lui aveva versato nei bicchieri.
 
‘Sei ancora una bambina’ disse girandosi verso di lei nella penombra della camera. Lei rise spavalda, rispose che aveva già 16 anni e che da un anno lavorava qui. Lui volle esaminarla alla luce della lampada a gas. ‘T’ho visto spesso vagabondare qui nella zona, sei un pittore vero?’ Lui annuì. Lei s’alzò, si tolse il vestito, si sfilò i sandali, facendosi guardare.
 
Lui le osservò il suo triangolo pelvico come attonito. Le passò teneramente il palmo della mano sul ventre. Lei lo esaminava dall’alto, poi s’inchino per baciarlo sulla guancia.
 
‘Non sei pazzo come dicono vero?’ Lui scoppiò in una risata. 
‘Forse lo diventerò, visto che tutti lo pensano’ 
Lei si accucciò sopra le sue gambe e lo baciò sopra le labbra.
Lui posò il bicchiere sul comodino. La strinse per la vita. Lei gli mordicchiò l’orecchio.
‘Sono piccole e così tenere e carine le tue orecchie, lo sapevi Fou-Rou?’ 
 
Vincent uscì dal postribolo che era notte fonda.
 
Al fratello scrisse una volta che’la vita era breve per tutti e il problema era farne qualcosa’.
Lavora sino a dodici ore giornaliere, riesce a completare anche due quadri al giorno. Si descrive ‘In preda ad una lucidità ed un accecamento da innamorato’.
 
Nel suo studiolo rifinisce alla sera i quadri composti durante il giorno. Li illumina con dei lumi ad olio che tiene a corona sulla tesa di un cappello di paglia che gli serve anche per dipingere al buio all’aperto.
 
Dipinge I seminatori, i Salici al tramonto, La vigna rossa, esegue i ritratti della Mousmè, del pittore Eugene Boch, dello zuavo Paul Milliet. A Emile Bernard scrive: ‘ Vorrei dipingere uomini e donne con un so che di eterno, quello che in altri termini si esprimeva con l’aureola, e che noi esprimiamo con la luce che s’irradia con la vibrazione dei nostri colori’. Bernard finirà per prendere questo suggerimento forse un po’ troppo sul serio.
 
E’ come divorato dal lavoro, è febbrile, infaticabile come se il presentimento dell’esaurirsi del suo tempo lo costringesse ad approfittare di quel suo culmine di creazione ora, come consapevole che quella sua fonte sorgiva d’ispirazione potesse prosciugarsi tra breve.
 
Presentisce che è arrivato il suo tempo, ma questa intuizione è ambivalente: da un lato gli indica con chiarezza il raggiungimento di una maturità stilistica finalmente alla sua portata, di una maturità che ne evidenzia soprattutto il conseguimento di un’originalità propria, conquistata col sangue dell’applicazione ma anche così divergente dai suoi maestri parigini dell’impressionismo che ha conosciuto e frequentato, gli stessi maestri, Pizzarro, Cezanne, Toulouse-Lautrec, Gauguin che non l’avevano mai apprezzato sino in fondo.
 
In effetti tra impressionisti e lui la distanza è siderale. Il tracciato di linee e curve sulla superficie s’è fatto in Vincent variegato, multiforme, a volte radiale, dando un’impressione di criticità, un manierismo per niente calcolato ma che riesce a giungere ad effetti visivi sorprendenti: i colori vibrano in un piano prospettico che è quasi sempre lineare, gli oggetti raffigurati sono volutamente distorti, inclinati, senza controllo statico, le masse sullo sfondo s’incrinano in onde d’urto in formazione, dove l’essere umano si ferma all’abbozzo quasi sgraziato oppure ridotto ad un’ombra in controluce.
 
Dall’altro è come appunto se fosse conscio dell’esiguità temporale di quella energia che finirà per precipitarlo nel tracollo psichico. Sa che finirà per impazzire non solo a causa di questi ritmi forsennati con cui dipinge, piuttosto sarà l’assenza indefinita di un contatto umano vero, l’attesa che si fa vana di un vero raccordo col mondo che lo disponga alla pace, all’amore agognato, alla comprensione degli altri, sarà ciò a portarlo prima o poi alla rovina, ne è certo.
 
Questa attesa, lui lo sa perfettamente, è spenta per sempre, si è spenta con Sien e Margot, ora lui è all’ultimo atto che è però paradossalmente il suo germogliare più fecondo e fantastico, ed anche se lo condurrà direttamente alla follia non ha per lui poi alcuna importanza, lui l’ha dimostrato contro il mondo, lui vi è riuscito dove prima era soltanto ancora un proposito: essere uno dei più grandi pittori del suo secolo.

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