Patrizia Gioia, La tragedia del grande inquisitore

21 Giu
domenica 16 giugno. 
Non potevo credere ai miei occhi vedendo quanto ferro era stato usato per puntellare delle pareti che ancora stavano chiedendo grazia, dopo 4 anni, tutto quel ferro pareva come un apparecchio per raddrizzare i denti, dimenticato nella bocca di un poveretto che stava ancora lì, bocca spaventata, ad attendere qualcuno che almeno gli dicesse qualcosa, invece no, spariti tutti, dentista compreso, rimane solo lo stupore e la rabbia di averci creduto, al nuovo sorriso .
 “La tragedia del grande inquisitore”
continua all’Aquila.
di Patrizia Gioia ( www.spaziostudio.net)
 
L’ampio centro della città, per chi come me non ha  – per fortuna – vissuto guerra alcuna, pare
proprio come quello delle città devastate che abbiamo visto molte volte nelle fotografie,
il bianco e nero è il colore che userei per descrivere quel che ho visto, un bianco e nero interrotto
da  pennellate di verde – la natura che buca e sbuca da ogni rovina – e da alcune pennellate di rosso, un rosso simile a quello di Pompei e, come anche per quella città, simbolo di una ferita a morte. Irrimarginabile e per sempre sanguinante? 
 
Mentre camminavo adagio nel pomeriggio di domenica sotto un sole cocente per quelle strade,
mi veniva alla mente Gandhi che visitò personalmente in lungo e in largo la sua India, perché solo così poteva davvero vedere quel che nessun giornale e altro mezzo di comunicazione mai avrebbe scritto e detto, né avrebbe voluto fare vedere.
(Da noi girano in camper solo per raccoglier soldi e voti.)
Tornare al valore dell’esperienza è oggi urgente, non lasciare ad altri delegando quel che solo io posso fare ed essere è oggi necessario, divenire consapevole di quel che intorno a me accade è il solo modo per trasformare le cose.
Anche se pare che ci siano cose dell’umano che non cambiano –  la menzogna del potere che va
a braccetto con la corruzione per esempio – sarà solo la Conoscenza inseparabile dall’Amore che
farà la differenza tra essere e non essere.
 
Lo spettacolo teatrale che siamo andati, non a caso, all’Aquila a portare sabato scorso- La tragedia del grande inquisitore,  una mutua fecondazione tra Dostoewskji e Panikkar -, è testo classico  perché sa farsi sempre nuovo in noi ( naturalmente se lo vogliamo ascoltare) .
Spezzando le conosciute coordinate di spazio e tempo, sa aprirci ponendoci davanti alle inquietanti domande dell’umano e ad una delle sue profonde dimensioni in ogni tempo tradita: la dimensione dello Spirito, è qui che dignità e libertà hanno casa.
L’uomo non vive di solo pane, una frase questa che fa parlare subito tutti, mentre sarebbe bene
fare silenzio e ascoltare bene quel che ci viene a dire.
Certo che il pane conta, e come! ma è tradendo la realtà simbolica e trasformativa di queste parole, che insieme al grande inquisitore – altra dimensione del nostro essere e dunque ognuno di noi – ci consegnamo nelle mani del potere che vuole sempre sedurci al suo inganno.
Solo se faremo ogni volta nuova in noi l’esperienza umana dell’inseparabilità di corpo anima
e spirito-  pane terreno e pane celeste ci fanno vivi solo se ne riconosceremo l’inseparabilità- ci renderemo liberi; solo l’armonia e la concordia tra le nostre molte parti interiori, costruiranno
anche fuori un quotidiano umano cammino pacificato.
E non potremo più permettere quel che ancora permettiamo e che la ferita sanguinante dell’Aquila testimonia. Immagine viva di quel che siamo diventati.
 
Sono arrivati milioni di euro che sono serviti a foraggiare la signor-i-a che il ferro produce.
Non potevo credere ai miei occhi vedendo quanto ferro era stato usato per puntellare delle pareti che ancora stavano chiedendo grazia, dopo 4 anni, tutto quel ferro pareva come un apparecchio per raddrizzare i denti ,dimenticato nella bocca di un poveretto che stava ancora lì, bocca spaventata,
ad attendere qualcuno che almeno gli dicesse qualcosa, invece no, spariti tutti, dentista compreso, rimane solo lo stupore e la rabbia di averci creduto, al nuovo sorriso.
 
La nostra archistar Renzo Piano, pagato profumatamente dalla regione Trento, che ha donato
alla città spaccata un auditorium per la musica, ( evento mediatico l’inaugurazione, oggi chi
se ne interessa più?) non si è negato a nuovamente tenere il mantello del lapidatore di Stefano,
lasciando annientare così il vigore della vista dal parco del magnifico castello edificato da Federico II, quasi a rinnegare violando, non un monumento, ma un momento umano dove la Speranza nell’Invisibile ancora prosperava, spingendo gli uomini ad osare quello che a noi è venuto mancare: il sogno possibile di un passo nuovo dell’umano.
 
E che dire delle persone? Perduto tutto, si aggiravano con me tra le rovine delle loro case con un gelato tra le mani, occhi che denunciavano lo smarrimento e parole che, attraversate ormai rabbia e speranza, stagnano nella desolazione, una depressione arrivata piano piano dalla presa di coscienza d’essere stati abbandonati proprio da quelli a cui avevano delegato il miracolo .
Dio e Stato in certi momenti si confortano e si confondono, portavano tutti la sciarpa bianca e l’elmetto quando mentirono sapendo di mentire raccontando che i MAP, i moduli abitativi provvisori, sarebbero stati presto smantellati per ridare posto alla dignità dell’essere, a cui non si può invece, nemmeno provvisoriamente, abdicare.
 
Ma è proprio da questo stagno mortifero e mortificante che possiamo fare nuovo il cuore e il passo.
C’è un amico, un attore napoletano trasferitosi all’Aquila, che ha messo su un teatro, ( è lì che abbiamo rappresentato il grande inquisitore), che si è indebitato e lavora giorno e notte con altri giovani e la passione del sogno, ridare vita alla Vita, non solo del teatro, ma attraverso quella militanza non armata di cui il teatro è sano testimone, alla città, inseparabile da ogni nostra città, terra della nostra Italia, parte inseparabile del Cosmo.
(Da piccola scrivevo Itaglia, un sentire talmente forte, anche nella bocca la mia Patria, senza vergogna alcuna di leggere De Amicis e di averlo ancora oggi quel Cuore là! )
 
Al primo momento ho guardato tutto quel che questi giovani avevano fatto e ascoltavo tutto quel che avevano in mente di fare dicendomi:“follia, una cattedrale nel deserto”, ma mi sono poi quasi subito riavuta dalla mia di follia, ancora aderivo alla menzogna del grande inquisitore che mi vuole sempre pecora tra le pecore, morta tra i morti?!
 
“Quando tutto ciò in cui avevamo sperato è stato perduto, ci siamo riavuti”, dice l’esergo
di un libro, non ricordo né titolo né autore, ma mi è rimasto impresso nell’anima e me la sveglia ogni volta, come un bel calcio nel di dietro, quando l’ignavia vorrebbe fare da padrona.
La Passione, signori e signori, è energia d’Amore propulsiva, è Speranza che sa vedere l’Invisibile
e fecondarlo, se non diveniamo noi ogni volta l’orecchio di Maria ( il materno di Dio) che ascolta e accoglie l’inaudito e lo aiuta a venire alla luce, che ci stiamo a fare nella vita?
 
Diamogli una mano a questa Aquila ( chi ne parla più?!) e portiamo all’orecchio di tutti notizia
di questo sogno, non diventiamo anche noi dei  MAP, dei moduli abitativi provvisori dell’umano, diamo corpo e anima e spirito alla nostra parte eterna, apriamo le ali che l’Aquila ferita ma non morta ci sta mostrando, sono nuovamente pronte al volo se anche noi lo saremo.
Osiamo il rischio del nuovo orizzonte! E allora, cosa aspettiamo ? Non ci bastano ancora tutte queste rovine?
Facciamoci contaminare dal bacio che Gesù dà al grande inquisitore, è il bacio di un uomo come noi, disobbediente coraggioso e creativo come ognuno di noi può essere, non serve copiarlo, la verità del credere consiste nell’essere quello che si crede, consiste nel trasformare ogni volta la nostra polarità distruttiva in creativa, solo così la nostra Fede – che non è la credenza – ci salverà,
ma non in un aldilà, è qui che la Vita ci vuole vivi, un’avventura radicale di Conoscenza è la Vita, inseparabile dall’Amore, la sola arma che non abbiamo ancora imparato, non ad usare, ma ad ESSERE.

 

P.S. Mi sono tagliata il dito indice della mano destra a l’Aquila; guardando il taglio rosso che lo attraversa mi pare d’essere da lei richiamata al mio servizio umano: non dimenticare, non smettere mai d’amare, provare a fare, per come posso, tutto quel che posso.    

 

“i semi della gioia”
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: