Archivio | luglio, 2013

Ennio Abate Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

18 Lug

Ennio Abate

Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

1978 IN RICORDO DI BABEL 1978 circa

Tabea Nineo 1978: IN RICORDO DI BABEL

Vecchio scriba –

I particolari del nostro incontro sui banchi di scuola o in fredde sagrestie del sud contano poco ora. E pure le ragioni del distacco. Il tempo che spendesti in mezzo a noi fu però di buona semina. Ti prendemmo sul serio. Ti demmo pensieri e sensi ordinati non solo divieti. Poi trasgredisti, ci odiasti e dovemmo precluderti i nostri cenacoli. Nulla nel loro corporeo conflitto con la Parola risolvono le rivolte affascinate dal disordine dell’infida parte di tutti noi che per sempre o a lungo resterà oscura. Da solo o con altri tu pure ne hai saggiato il grumo viscido. Esploralo quanto vuoi, se insoddisfatto dalle marmoree distanze delle nostre grammatiche e retoriche, ma non trascurare l’umano, cui in forma semplice mirò la nostra scrittura. Anche dopo il nostro naufragio non dimenticare i forzieri conservati nei nostri inabissati vascelli. Altri mondi sconvolti ti hanno attraversato e invaderanno. Ma scrivi sulle orme del nostro antico e logico disegno. Evidenziale, anneriscile, se hai solo il nero. Preziose sono anche le residue ombre.

1979 Fortini Da CONGEDO P.144 ridotta 1979

Tabea Nineo 1979: Fortini Da CONGEDO P.144

Giovane giardiniere –

Il mondo-presepe contadino si sconnetteva e carbonizzava in simboli oscuri già mentre m’allontanavo dal vostro giardino di parole. Del mondo moderno, dai vostri seminari non previsto o temuto, spiavo in pochi libri forme, sintassi e ritmi irregolari. Parevano più vicini ai moti del mio corpo, al mio respiro affannato dalle corse. Ne divenni ladro studioso e ingordo. Fatti adulto! Fatti artista! Fatti politico! Fatti pratico! – ingiunsero poi voci autorevoli da accademie, partiti e università al giovane magro e silenzioso in fuga, che solerte tutte le ascoltava e teneva a bada pensieri di bimbo ingabbiato, reliquie di preti e professori di liceo, languori e pene di periferia. Accumulai appunti di parole d’amore e livore, grafismi di fiabe e carnevali pezzenti. Ma se scrivo di te, di voi miei lontani o vicini maestri, intendo subito ora addentro alla carne delle vostre parole le punte di complicità col discorso d’ignoti nemici. Non sbagliai perciò ribellione quando ne addentai con sarcasmo certi suoni soavi e interrogai diffidente quelle sincopi improvvise, quei crescendo crepitanti di Valori. Quell’umano ideale e il vigore ambiguo della vostra stretta autorevole discendevano da materiali e potenti domìni, da timori quanto e più dei miei arcaici di fronte ai Velati della Parola cortigiana e solo in apparenza clemente; e non dalle celesti Figure che predicavate. Sbagliai, invece, ad implorare ancora da voi e con ghigni da escluso la restituzione del tempo che pensai catturato e custodito nelle vostre sacrestie e biblioteche, nelle preghiere, nelle formule metriche apprese e che oggi vagamente ricordo. No, voi avevate giudicato trascurabile lo scarto tra il vostro educandato e le mie ansie predatorie, nessun ascolto deste alle memorie del dialetto o all’odio per la servitù subìta in nome dell’angelicata Fraternità che plasmaste. Il vero d’infanzia e gioventù lo ritrovai, assieme alle catene, negli anni della rivolta e poi della solitudine. Deperito ora lo shock del moderno, resisto senza la vostra antica Parola al mondo dell’Istante replicato in orride serie. Una più subdola e mondiale impostura viene impressa a sbalzo su noi tutti e ridimensiona pure il vostro potere di declassati signori di una volta. Sulle vostre orme e ombre ho scritto e a volte riapro i telematici forzieri dove seppelliscono, antiquaria mercanzia, la Parola e l’Uomo. Ma so che esse non sfamano i profughi e i migranti, che nella mente clandestina ho accolto. Né i pani e i pesci del vostro privilegiato convivio si moltiplicheranno per i molti reietti che incalzano. Altri immigratori ci attendono. Non comunità dialoganti. Dietro il simulacro dell’Uomo da voi indagato ben più ampio del prevedibile è l’orrore da pensare e scalzare.

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Carlo Rovelli, Nel paese dove gli asini volano

18 Lug

Carlo Rovelli, Nel paese dove gli asini volano

David Kellogg Lewis (1941-2011)

David Kellogg Lewis (1941-2011)

Straordinaria questa affermazione di David Lewis: «Tutti i mondi possibili esistono davvero», che mette in discussione tutti i nostri principi basati sulla autoevidenza del senso comune. Il concetto non è estraneo a quello dell’universo infinito di Giordano Bruno (e sappiamo come sia andata a finire), che prevedeva già questa ulteriore estrapolazione: dall’universo infinito alla possibilità di esistenza di tutti i mondi possibili. Molti concetti filosofici dell’homo tecnologicus, come quello di «essere» ed «esistenza», sono fortemente condizionati dalla loro origine teologica, ma fare filosofia è, appunto, sgombrare il campo dai sedimenti di pensieri teologici, dogmatici, indimostrabili da parte delle nostre facoltà razionali; pensare le «possibilità» è dunque un equivalente di pensare le «realtà». Pensare significa fare continuamente dei «salti» da un pensiero all’altro per poi trovarne le connessioni; le connessioni verranno dopo, non prima. Tutti i sistemi filosofici finora dispiegati dall’uomo cadono sotto quello che è stato chiamato il «paradosso dell’autoreferenza»: i modelli autoreferenziali includono il soggetto-osservatore nell’oggetto osservato, e sono posti come una piramide al cui vertice sta il soggetto-osservatore. Ma le cose non stanno così. Per il principio di «tutti i mondi possibili esistono davvero», il soggetto è semplicemente un trascurabilissimo evento del cosmo, e il fatto che lui osserva il mondo è una delle infinite possibilità con cui si dà l’evento. E la «freccia del tempo»?; ma, è ovvio, se io (quale soggetto-osservatore) mi pongo come un puntino o segmento (infinitesimale) della freccia del tempo, ecco che escogiterò che la freccia del tempo abbia una direzione precisa, dal prima al poi, dal passato al futuro passando per il presente. Ma questa asserzione, in realtà è una semplice credulità, non ha nulla di scientifico ed è priva di zoccolo filosofico: che cos’è il «presente»?, è un ente?, esiste?, non esiste?,. Nessun teologo e nessun filosofo ha mai risposto in modo esauriente a questa domanda, perché è una domanda priva di risposta se ce la poniamo entro le coordinate spazio-temporali e filosofiche della «freccia del tempo». Ecco che comprendiamo la famosa frase di Wittgenstein: «ciò cui si può arrivare con una scala non mi interessa» (Considerazioni filosofiche trad. italiana, Einaudi, 1975): il cui senso significa che non ha senso ascendere da un cumulo di proposizioni che, coma una piramide, dal basso partono verso l’alto e culminano con un assioma: è un tragitto autoreferenziale che ha una validità limitata al qui e ora. Siamo immersi tutti nella «dromomania», nell’ossessione della velocità che ci contagia con quella credenza nella velocità della freccia del tempo che è sempre davanti a noi, ed è irraggiungibile. Recentissimamente è stato postulato da alcuni fisici teorici l’esistenza, prima del Big Bang, di un altro universo, da cui deriverebbe il nostro universo che comprenderebbe 10 Dimensioni più il Tempo. C’è la dimostrazione matematica di ciò. Bene, un bel rebus per un filosofo che voglia pensare tutto ciò. E la poesia?, chiederanno alcuni: beh, è una delle infinite possibilità in cui può darsi il mondo, rispondo. [Giorgio Linguaglossa]

Nel Paese dove gli asini volano.

«Tutti i mondi possibili esistono davvero»: tesi che a un fisico (come l’autore di questo articolo) sembrava una bizzarria. E invece gli ha rivelato la figura di un grande filosofo

di Carlo Rovelli

da Il Sole 24 Ore – domenica 26 maggio 2013

Chi è David Lewis?». «È uno dei più grandi filosofi del secolo, forse il più grande». «Caspita, e cosa dice?». «Che tutti i mondi possibili esistono davvero». «Ma che significa, non ha senso, tu ci credi?». «No». Questa conversazione rasenta il surreale: come si fa a dire di qualcuno che è il più grande filosofo del secolo, e aggiungere che la sua tesi principale non è credibile? Eppure ho avuto questa conversazione un sorprendente numero di volte, mondi possibili, con un sorprendente numero di filosofi, anche molto eminenti, di svariati Paesi. Nel mondo un po’ rarefatto della filosofia analitica, David Lewis, filosofo americano che insegnava a Princeton ma molto vicino all’Australia, morto dodici anni fa, è oggi indicato da diversi colleghi come uno dei grandi filosofi contemporanei, se non il più grande (in un recente sondaggio online fra filosofi è stato votato fra i tre più influenti filosofi del XX secolo); anche se la sua tesi più nota, l’esistenza concreta di molti mondi, lascia perplessi i più.
Lewis era un personaggio simpatico. Nelle sue conferenze parlava di film di fantascienza e di viaggi nel tempo. I suoi articoli filosofici pullulano di asini che volano, gatti che perdono il pelo sul divano, marziani che sentono male, e simili entità. Aveva una barba irsuta e l’aria stralunata. Qualcosa di anticonvenzionale e scanzonato. Amava profondamente l’Australia, dove passava molti mesi all’anno. Ha scritto decine di articoli sui temi più diversi d’interesse per la filosofia analitica, e diversi libri di cui il più noto si ìntitola Sulla pluralità dei mondi, dove difende la sua tesi che tutti i mondi possibili esistono. Compresi quelli dove gli asini volano. Ma, direte voi subito, in questo mondo non ci sono asini che volano. E Lewis è perfettamente d’accordo: non ci sono asini che volano, in questo mondo. Ma in altri mondi, ci sono. Ci sono molti mondi dove gli asini volano. Tutti questi mondi, esistono. Esistono, dice Lewis, concretamente. Noi non vediamo asini che volano perché viviamo in un mondo dove gli asini non volano. Così come io ora dalla finestra vedo il mare di Marsiglia e non il Colosseo, non perché il Colosseo non esista, ma solo perché sono a Marsiglia e non a Roma. Così come esiste Roma, anche se io non sono lì, allo stesso modo esistono altri mondi, dove noi non ci siamo. E quali mondi esisterebbero? Tutti, risponde Lewis, con un sorriso disarmante.
Sconcertato dal sentir raccontare queste idee, l’anno scorso ho deciso di provare a leggere Lewis, anche se non sono un filosofo, e non dispongo degli strumenti per capire bene. Per primo ho cercato l’articolo sui viaggi nel tempo. Il mio mestiere è la fisica, e mi occupo proprio di spazio e tempo e delle loro buffe proprietà, quindi mi sentivo abbastanza forte da affrontare la lettura del filosofo su un terreno a me favorevole. Ho sempre pensato che quello che si legge di solito sull’impossibilità dei viaggi nel tempo sia terribilmente confuso e pasticciato, e a dire il vero ho forse cominciato a leggere l’articolo con il gusto un po’ cattivello di aspettare al varco il preteso grande filosofo, e coglierlo in fallo. Invece mi ha lasciato a bocca aperta. La chiarezza con cui discute la possibilità dei viaggi nel tempo è completa. L’articolo è limpido, inequivocabile. Mette ordine perfetto nella questione. Tutte le sciocchezze sull’impossibilità di tornare indietro nel tempo perché potremmo uccidere nostro nonno sono spazzate via con lucida semplicità.
Ho cominciato a intravedere perché in tanti sono abbagliati da David Lewis. Così mi sono immerso nella lettura di una intera raccolta di suoi articoli. Qualcuno, più tecnico, filosofico, mi ha annoiato, non l’ho capito. Ma molti sono folgoranti. Che cos’è esattamente un’entità? Per esempio un gatto che sta su un divano? Comprende o non comprende un pelo del gatto che si è mezzo staccato? Dove finisce esattamente il gatto? E via via, zigzagando fra problemi tecnici di logica modale e quelle domande che discutevamo da adolescenti e che in fondo non eravamo mai riusciti a risolvere. Su ogni questione l’argomentare di Lewis, anche se sempre con un sorriso sulle labbra, è convincente. Trova la soluzione là dove la soluzione sembrava impossibile. È intelligenza scintillante. In un discorso in memoria di Lewis, David Chalmers ha chiamato la limpidezza del sistema di Lewis una “fisica fondamentale” per la filosofia: non stupisce che piaccia ad un fisico teorico…
Armato di questa esperienza, mi sono sentito pronto per affrontare il libro principale, Sulla pluralità dei mondi. Non riuscirà a convincermi, pensavo fra me e me, che ci sono asini che volano. E invece, confesso con desolazione, temo che ci sia riuscito. Non provo certo a ripetere qui l’esercizio con voi in questo breve articolo. Non sono Lewis. Leggete il libro di Lewis, se ne siete curiosi. Certo, qualche dubbio mi rimane. In fondo mi chiedo ancora se quello di Lewis non sia solo un cambiare nome alle cose, chiamare “esistere” quello che altri chiamano “essere possibile” e chiamare “di questo mondo”, quello che altri chiamano “esistente”. Ma certo a me Lewis è riuscito a far cambiare molte idee su cosa significhi “esistere”. A togliermi, credo, molti pregiudizi riguardo al significato di questo verbo molto sdrucciolevole. Esiste un burattino a cui cresceva il naso quando diceva le bugie? Si certo, è Pinocchio! Allora Pinocchio esiste. No, non esiste! Ma hai appena detto che esiste…
Con Lewis la filosofia analitica è tornata prepotentemente a occuparsi di metafisica, terreno da cui si era tenuta a lungo a distanza di sicurezza. La lezione del positivismo logico, che aveva insistito si parlasse solo di cose definite in maniera sufficientemente chiara, e soprattutto di Wittgenstein, che aveva mostrato come molti problemi apparentemente profondi non siano che il risultato di uso maldestro del linguaggio, avevano lasciato un’impronta molto profonda su questo vasto territorio della filosofia, con il risultato che le domande intorno a cosa esiste e cosa non esiste erano tradizionalmente percepite con grande scetticismo in questi quartieri della filosofia. Tutt’ora, la parola “metafisica’” produce un cospicuo sollevarsi di sopracciglia in molti dipartimenti di filosofia nel mondo. Le cose sono cambiate solo un poco durante l’ultimo decennio, e Lewis stesso viene visto ancora con sospetto a questo riguardo. Ma certo vi è una parte della filosofia analitica che ha trovato il modo, con la nitidezza di pensiero che caratterizza questo modo di fare filosofia, e con gli strumenti propri di questo pensiero, di tornare a trattare questioni come chiedersi cosa esiste e cosa non esiste. Lewis, che ad Harvard è stato allievo di Willard Van Orman Quine, fra i massimi esponenti della filosofia analitica, ha contribuito non poco a riportare la metafisica al centro del discorso.
Non è certo l’unico contributo di David Lewis. Per citarne un altro fra i molti, la sua filosofia della mente, una versione dell’idea che identifica stati e processi mentali con stati e processi del cervello, e quindi nega l’esistenza di proprietà irreducibilmente non-fisiche, è una delle posizioni centrali nel dibattito odierno sulla filosofia della mente.
Michele Salimbeni, versatile intellettuale italiano che si è occupato di cinema, teatro e filosofia, sta scrivendo una articolata biografia del filosofo, di cui un primo breve stralcio è uscito sulla rivista di filosofia Klesis, che ha consacrato il numero di dicembre a David Lewis. La aspettiamo con interesse. E speriamo che il mondo dove molti la leggeranno, e verranno a contatto con questo sorprendente e originale filosofo che è stato David Lewis, sia proprio il mondo dove siamo capitati ad abitare.

*

David K. Lewis, On the Plurality of Worlds, Blackwell, Oxford, pagg. 276, $ 58,00 e $ 27,00 paperback

Luca Chiarei Poesie recenti

18 Lug

Luca Chiarei

Poesie recenti

maltempo-tempesta-di-vento-e-grandine

*
…allora come quando piove
si alza quel volume
degli odori stradali

nel loro silenzio attonito
lucido astrale

*

Lo senti il vuoto lunare
ora cieco e assoluto
ora in terra
ora nel modo che non lascia soli

che non fa pensare fino
al prossimo urlo di gente muta

come polvere della terra
quella sull’acqua che resta da bere

quella che stride tra denti essiccati
nell’ultimo giorno di guerra

*

…così è camminare in qualunque
Milano tra living luxury in parte
sul filociglia di rimmel stremato

e schienanera nell’altra
schiacciata
al filo di marmitta e manostesa

monossidi in trachea
e un grande smisurato iato
dove mettere i passi

*

Hai mai visto qualcuno morire
negli occhi veramente
sentire qualcuno lo scirocco
un mare ottuso confuso

e poi cercare una colpa un bisturi
scordato nella pancia

la politica
forse
un senso un ritmo che vaga

riesci ancora a vedere?

*

Non posso che stare
Di parte e di lato

Dentro le mani che non sanno
Quelle che sanno di ferro di grano
ruggine tra denti

Da quella parte aspettiamo
ciò che non fa sconti
un paese trainato
un vento di neve dal mare

*

Si può stare tutti i giorni
in piedi su un piede e la testa
nella mano con la fame
di vento che spinge a fondo

e piano ci lasci gente tra gente
che morde che sporca le mani
come neve nera
che hai dimenticato

*

Sono finiti i passi da comprare
dai mercati
né mondi avanzano né spazi

solo strisce di ghiaia epistassi
dei punti cardinali degli asfalti
in terra intagliati come acciaio

solo passi lenti a risalire
la ghiandola calda cera
che torna a galla e ti lascia solo
all’argine di labbra
a rimandare il tempo

*

E’ solo un fiume che passa stasera
e la sua ansia d’essere mare

è solo una voglia d’essere vento
e la pioggia un ombra che batte lenta

che si fa ansa argine e passo
passaggio smisurato trapassato
pulsazione nel fianco
un taglio che ancora fa male

*

Nella norma del fatto sfila
un mare normale curva che sale
tra ventre e quasi cuore
spacca lo sterno lo fa zero

si allaga nelle ore
la mediana dismisura del caso

*

La nebbia è un’eco sotto al sole
di quello che resta delle voci

di tagli tra le mani quasi sorrisi
in questo paese di gente che deriva

in un inverno che si ferma
nubi a galla sulla pelle del lago

*

non basta sapere dell’assenza
del vuoto, di quello che manca
di una luce in fondo alla stanza

non basta sapere che non basta

che il sangue diventi permafrost
passi sotto i segni della pelle
morda nel fianco gelo sui pori

15/7/2013

SINTESI DELL´INTERVENTO DI ROBERTO BISCARDINI

18 Lug
SINTESI DELL´INTERVENTO DI ROBERTO BISCARDINI – ROMA, 13 LUGLIO 2013 – ASSEMBLEA SOCIALISTA APERTA
 

Partito Socialista

Cari amici e cari compagni,
ringraziando tutti coloro che hanno partecipato all’assemblea a Roma del 13 luglio e tutti coloro che, in vari modi, hanno manifestato interesse e attenzione per questa iniziativa, vi allego la sintesi del mio intervento.

 

 

Assemblea Socialista aperta
Roma – 13 luglio 2013
Sintesi dell’intervento

 

 

Primo. Ringraziando tutti coloro che hanno raggiunto Roma da tutte le parti d’Italia e i tanti amici e compagni, iscritti e non iscritti al PSI, che ci hanno inviato messaggi di saluto. Pur con sensibilità diverse, ormai siamo uniti da un convincimento comune. Fuori e dentro dal PSI c’è un sentimento che si sintetizza in poche parole: “basta con il declino, basta con un partito che vivacchia senza prospettive e senza futuro, basta con le nostre divisioni”. Dopo vent’anni di Seconda repubblica in cui abbiamo fatto la resistenza tenendo acceso una piccola fiammella,  adesso dobbiamo dire “basta” e darci una nuova e più grande prospettiva.
Come abbiamo spiegato più volte, questa non è una riunione di corrente e men che meno una riunione della minoranza del PSI, ma una libera assemblea di socialisti per aprire una fase nuova, che deve coinvolgere il PSI ma non solo.
Tutti i socialisti devono poter trovare presto un nuovo punto di riferimento, un PSI diverso per una nuova iniziativa politica, una politica non per fare i reduci del passato,  ma i combattenti del futuro. Per la costruzione di un’iniziativa socialista più larga in cui il PSI potrà svolgere un ruolo fondamentale solo se saprà rinnovarsi. Una fase che dovrà crescere secondo il metodo della collegialità e  della partecipazione, senza personalismi e personificazioni. D’altra parte, una piccola forza com’è l’attuale PSI se vuole crescere deve avere una grande ambizione, è arrivato il tempo di rifiutare la logica della sopravvivenza e del vivere per passare dallo zero virgola (questo è il peso attuale) all’uno virgola. Questa è una prospettiva che non può più appassionare n essuno e non appassiona neppure me, perché un partito che si chiama socialista deve saper puntare in alto e quello che non si è fatto in molti anni può essere fatto in poco tempo. Certo non da soli possiamo da subito porci l’obiettivo di essere forza elettorale a due cifre, per avvicinarsi alle altre forze politiche europee ed avere un peso per essere interlocutori nella sinistra italiana.
Avere un obiettivo ambizioso significa definire un ruolo non subalterno e non marginale rispetto alle altre forze politiche. E costruire una nostra e autonoma linea politica significa mettere la questione delle alleanze al secondo posto, anzi è arrivato il momento di non confondere più, come è stato fatto in passato, la linea politica del movimento socialista con la discussioni del “con chi vado, con chi sto”. La storia del passato ci dimostra peraltro che, nonostante ci siamo alleati c on tutti, da Dini a Vendola, mai siamo migliorati e mai abbiamo portato a casa buoni risultati.
Riacquistiamo quindi prima di tutto un ruolo e uno spazio politico che dev’essere sia nazionale che locale. Entrambi i livelli devono vivere in sinergia e non, come oggi, che si è lasciato al livello locale tenere alta la bandiera e a livello nazionale si è messa invece la testa sotto la sabbia.
Quindi, occorre ritrovare una spinta vitale, che sia di rigenerazione di una nuova prospettiva. Una prospettiva che in questa fase non può che venire dal basso, contando su due fattori: ricostruire con un lavoro umile il rapporto, in giro per l’Italia, con sezioni, gruppi di compagni e militanti, non preoccupandoci di fare incontri anche ristretti, ma nello stesso tempo liquidare al vertice ogni nomenclatura, piccola o grande che sia e demandare, quando sarà il momento, solo ad un congresso assolutamente aperto, la scelta larga del gruppo dirigente del nuovo corso socialista.  
Secondo. Un piccolo partito può, in poco tempo e con urgenza, lasciarsi alle spalle e superare le difficoltà gravi in cui si è venuto a trovare e contemporaneamente  decidere di pensare in grande. Per questo non serve un congresso chiuso nelle piccole stanze del PSI. Se dobbiamo fare una mozione la faremo. Ma non è questa la strada migliore, la strada migliore è creare le condizioni per un congresso di rifondazione e di rigenerazione unitaria del socialismo italiano. Quindi, un congresso aperto, con regole nuove, che favorisca la partecipazione dei compagni iscritti, di quelli che abbiamo perso negli ultimi anni e di tutti coloro che possono arrivare perché accolgono il nostro appello e sentono aria nuova. Un congresso che, in una fase come questa, non si pu&ogra ve; accontentare né di pochi iscritti né di piccole mozioni, ma un congresso in cui linea politica e gruppo dirigente siano scelti con metodi larghi e non escludendo la partecipazione degli elettori. Un congresso che non inizia e non finisce, come ho detto prima, con nomenclature precostituite, ma un congresso da far crescere nel dibattito e nel confronto, anche duro, sulle prospettive e sul necessario rinnovamento.
Terzo. Per quanto riguarda il PSI, dobbiamo dire per prima cosa, con assoluta sincerità senza  anteporre posizioni personali, che è arrivato il momento di chiedere al Segretario di fare un passo indietro per il bene e per amore del partito. Oggi, Riccardo non è più in grado di garantire l’unità del partito, non è più il punto di riferimento di una solidarietà interna e di una fiducia che il partito gli ha affidato per lunghi anni. Oggi la sua presenza costituisce un ostacolo alla ripresa, alla costruzione di un soggetto unitario e avendo lui lavorato per anni, anche contro il nostro parere, più per un partito piccolo che non per una prospettiva larga non è più lui oggi che può garantire una nuova prospettiva del socialismo italiano. Nencini, nonostante tanti consigli e tanti suggerimenti, ha voluto un partito piccolo, ha chiuso le porte anziché aprirle, ha identificato il futuro del partito con l’acquisizione di qualche posto, di ministro o di sottosegretario, ma alla fine ha umiliato le aspettative di tanti socialisti,  dell’intero corpo vivo del PSI e persino della sua storia. Rinunciando a presentare la lista del PSI alle elezioni politiche, in una competizione elettorale del tutto sicura e persino senza rischi, è venuto mano ad un mandato implicito con la guida di un partito. Nella coalizione di centrosinistra potevamo partecipare autonomamente ed ottenere un risultato che ci avrebbe potuto garantire l’elezione di un gruppo di parlamentari maggiore di quello attuale. Un gruppo parlamentare che oggi potrebbe  contare sulla forza di essere in Parlamento con le proprie gambe. Ciò non è avvenuto e la campagna elettorale è stata gestita nel modo peggiore, sicché oggi non abbiamo più alcun ruolo. Siamo in Parlamento e non sappiamo se siamo in maggioranza o all’opposizione. Siamo spariti da qualsiasi comunicazione politica e non bastano certamente le trovate dello spontaneismo politico e dei gazebo, per coprire il vuoto di linea e l’isolamento nel quale ci siamo ficcati. Insomma, con gli ultimi mesi si è stravolto l’indirizzo politico che il partito aveva avuto da Montecatini e confermato a Perugia. Quell’indirizzo che ci aveva fatto lavorare per cinque duri anni in nome della prospettiva di ritrovare identità e autonomia e creare le condizi oni per un autorevole ritorno dei socialisti in Parlamento. Oggi il problema del Psi non è quello di un partito con troppe linee politiche, ma semmai di un partito che non ne ha nessuna. Si muove a zig-zag ma senza meta sicura.
Quarto. La fase che si apre oggi è quindi la fase della ricostruzione e della rinascita, che deve contare sulla capacità di metterci alla prova su questioni alte. In grado di rinvigorire i compagni e aggregarne di nuovi. Il primo scoglio che avremo davanti sarà la presentazione di una lista socialista alle europee. Una lista che dobbiamo prepararci subito a mettere in campo. Una lista non del PSI, non solo di socialisti come sommatoria di vecchie anime, non una lista della costituente socialista, ma una lista socialista che parla agli italiani. Una lista che proponga i programmi del socialismo italiano per partecipare, con una certa autorevolezza, al corso positivo del socialismo europeo. Da questo punto di vista non basta dire siamo socialisti europei, bisogna dimostrare prima di essere socialisti italiani, di contare qualcosa e poi saremo anche naturalmente i socialisti italiani del socialismo europeo.
Una lista nella quale dovremo mettere al centro tre grandi questioni che già abbiamo abbozzato nel seminario del 4 di maggio. La riforma di uno Stato, perché ci sia uno Stato che funzioni, perché ci sia uno Stato uguale per tutti, perché ci sia uno Stato onesto che non consenta, com’è stato detto qui da alcuni compagni, che la poca economia che c’è rischi di essere, in alcune aree del paese, economia criminale. La questione sociale e occupazionale del paese (la stessa questione sulla quale, più di cento anni fa, nacquero i socialisti). Ed infine la questione economica, per la quale bisogna dare risposte diverse da quelle che oggi sono prevalenti . La politica economica di un partito socialista non può essere la politica economica della destra italiana e della destra europea. Non basta dire quindi austerità e riduzione del debito  per qualificare una politica di crescita e di sviluppo di cui abbiamo assolutamente bisogno. Per questo ci impegniamo a organizzare a settembre o in autunno una conferenza economica che potrà essere alla base del nuovo corso dei socialisti italiani.  
Quinto. Lo spirito con cui abbiamo promosso questa assemblea e con il quale continueremo a lavorare politicamente, com’è stato detto, non è quello della piccola corrente o del piccolo gruppo. Nessuno di noi, ed io per primo, è disposto ad impegnarsi con tutte le sue forze per un obiettivo così limitato. Oggi ci sono le condizioni politiche, economiche e sociali per una reazione forte, per uno scatto di orgoglio e di dignità, per non rassegnarci allo status quo, ma decidere di vivere intensamente. Questa è la “posta in gioco” per i socialisti che vogliono ancora essere tali, è la “posta in gioco” di un nuovo congresso.
Tutti i compagni che sono qui oggi sanno benissimo di non essere alla fine del percorso, ma solo agli inizi. Siamo ai primissimi passi, armati di un’unica convinzione: non basta avere un progetto politico, bisogna costruire le gambe per renderlo comprensivo e vincente, per farlo conoscere e per intercettare adesioni e consensi. Oggi, il problema per noi più importante è avviare un nuovo corso per rendere praticabile e possibile il pensiero dei socialisti italiani.   

 
 

Giovanni Cominelli, D’Alema, Renzi e Pisapia

10 Lug

 

Nello scontro che oppone D’Alema a Renzi, Pisapia ha assunto la posizione simmetrica, ma convergente, rispetto a quella di D’Alema. Il sindaco di Firenze intende candidarsi a segretario del Pd e a premier. D’Alema è contrario, adducendo quale argomento la difesa del governo Letta. Lasci stare la segreteria, per la quale candida Cuperlo, stia in panchina ad aspettare il suo turno per la premiership di governo. Pisapia candida Renzi alla premiership, ma gli consiglia di lasciar perdere la corsa alla segreteria, motivando con il fatto che lui, il sindaco di Milano, non è iscritto al Pd e dunque non avrebbe nulla da dire al riguardo. Si dà tuttavia il caso che Pisapia, all’epoca delle primarie, abbia messo il naso nelle faccende del Pd, schierandosi con Bersani, non con Renzi.

 
Nessuno, d’altronde, lo ha rimproverato per questo. Ma è certo che questa posizione di Pisapia segnala le contraddizioni profonde e le arretratezze della cultura politica di un movimento – convenzionalmente chiamato “arancione” – che stanno alla radice della gestione dei rapporti politici nella Giunta e che depotenziano le ambizioni nazionali dell’esperienza milanese. Capire perché D’Alema abbia assunto quella posizione, leggendo in filigrana le implicazioni profonde e la metafisica, tutt’altro che occulta, aiuterebbe a comprendere meglio e magari a modificare le proprie.
Quanto a D’Alema, il suo problema è, in realtà, la paventata coincidenza delle funzioni di capo di governo e di segretario di partito, che ridimensionerebbe la centralità dei partiti nel sistema politico. La coincidenza di due leadership in unica persona è tipica di tutte le democrazie mature, in Europa e fuori. Democrazie governanti, perché la finalità della rappresentanza partitico – parlamentare non è la difesa sindacale degli interessi rappresentati, ma il governo del Paese, cioè la soluzione dei problemi. La politica è rappresentare per governare. La forma politico-istituzionale in cui s’incarna è il presidenzialismo, il semi-presidenzialismo, il bipolarismo politico, comunque la coincidenza tra leadership di partito e di governo, come nel caso inglese e tedesco.
In Italia funziona un altro sistema, stabilito nella Costituzione del 1948, per impedire, dopo vent’anni di “un uomo solo al comando”, che potesse arrivare un altro tiranno. Gli elettori eleggono i deputati-di-partito con vari sistemi elettorali – prima il proporzionale, poi il Mattarellum, ora il Porcellum – e i deputati votano a maggioranza il Presidente del Consiglio. Il gioco resta saldamente nelle mani di quelle associazioni private di cittadini, che chiamiamo partiti o movimenti. Agli elettori il Porcellum lascia oggi solo la scelta del partito, quella dei deputati è stata sequestrata dai leader di partito. Il governo reale del Paese è governo dei partiti. Tutto ciò è retoricamente venduto come “centralità del Parlamento”.
Si scrive “centralità del Parlamento”, ma si legge “centralità dei partiti”. I quali, poi, delegano a un’Amministrazione statale centralistica, inefficiente e corrotta il governo effettuale, che i cittadini sperimentano ogni giorno con esasperazione crescente. La stabile instabilità dei partiti: ecco perché dal 1948 al 1996 i governi sono durati mediamente nove mesi e perché dal 1996 al 2013 sono durati due anni e mezzo: partiti immortali, governi mortalissimi. La società civile è stata soffocata nel cappio del non-governo. L’effetto principale è stato, lungo gli anni, l’autoorganizzazione degli interessi “particulari” in lobby e corporazioni, l’una contro l’altra armate, e, in questi ultimi anni, la paralisi agonica del sistema politico italiano di fronte alla crisi finanziaria ed economica mondiale.
Ciononostante, D’Alema, filosofo politico del pensiero unico partitista, difende questo sistema politico-istituzionale moribondo. Bisogna capirlo! …. Intere generazioni di piccola borghesia intellettuale urbana hanno fatto un salto sociale enorme, usando l’ascensore dei partiti. Hanno conquistato potere, soldi, visibilità, ottimi stipendi e pensioni, fringe benefits. Hanno fatto e disfatto governi. Hanno persino deciso, nel garage di Botteghe Oscure, che prima toccava a Occhetto e poi a D’Alema stesso succedere a Enrico Berlinguer, mentre si recavano afflitti (?) al suo funerale. Era la rottamazione del 1984, bellezza! Bisogna capirlo! … .
Il passaggio dalla politica come eterna professione autocooptativa a un sistema in cui l’elettore fosse più forte dei partiti e del governo, perché sceglierebbe personalmente deputati e premier, costituirebbe per D’Alema e soci un trauma psicologico peggiore di quello della caduta del comunismo nel 1989. Un premier-segretario piegherebbe il partito ai vincoli della governabilità, riducendo la gamba troppo lunga della rappresentanza partitico – parlamentare e allungando quella troppo corta del governo. Potremmo diventare una democrazia non zoppicante, cioè un Paese d’Europa.
Se queste sono le quinte della recita di D’Alema – Renzi sul palcoscenico pubblico, forse potremmo decidere con maggiore discernimento chi applaudire e chi fischiare.

 

Giovanni Cominelli
 

A todesco, sono in disaccordo con il papa

10 Lug
sono in disaccordo con il papa
 
La visita del papa a Lampedusa ha dato allo stesso un’ immagine che conferma la sua voglia di abbassare il livello di spreco e di lusso sfrenato che ha sempre  guidato l’organizzazione della chiesa nei secoli ,
Chiesa peraltro dalla doppia voce :povera come indicazione generale, stando alle dichiarazioni generali e ufficiali espressa dai pulpiti dove i preti ,i vescovi parlano  agli altri di risparmio e l’accontentamento del proprio stato  .
Diverso invece e’  il loro fare : il lusso,il distacco ,intanto ,perche’ e’ potere  .
Ma la visita  del papa per me non poteva essere fatta   solo per motivi  di immagine .
Mi domando se non sarebbe stato piu’ opportuno  un gesto  sostanzioso e’ cioe’ presentarsi   con un bell’assegno da parecchi milioni di euro per sostenere  gli sforzi dello stato italiano  a favore dei nuovi arrivati e anche a favore della comunita’ di Lampedusa che  non lo avrebbe buttato a mare  .
Allora   parlare non serve ,basta parlare  ,farsi vedere tra i poveri con le ricchezze  incommensurabili della chiesa alle spalle.
Fa comodo parlare della fame degli altri quando la nostra pancia e’ piena.
Esprimere critiche  e’ facile .
Criticare  e mettere  le mani nel portafoglio questo era il gesto da fare .
 
Una conseguenza poi poco valutata della visita del papa e’ l’aumento degli sbarchi su Lampedusa.
E ritorniamo cosi’ al problema economico :chi li mantiene questi nuovi arrivati?
Chi paga il vitto ,l’alloggio e la permanenza di queste persone?
Il papa ,il vaticano ? No ,lo paghiamo noi  .
L’impressione  e’ che il papa  si muove dentro uno stato italiano che fa di tutto per  sostenere ,per integrare  ,per accogliere ,per dare spazio agli stranieri .
Deve dare un aiuto ,non criticare .
 

Federico La Sala, lampedusa francesco e i governi

10 Lug
LAMPEDUsA, FRANCESCO, E CIO’ CHE I GOVERNI   HANNO TACIUTO. uNA NOTA DI F. COLOMBO… M. SALUTI, FLS
 
EVANGELO E  COSTITUZIONE.  NOTTE DELLA CHIESA E DELLA REPUBBLICA: PERDERE LA COSCIENZA DELLA LINGUA (“LOGOS”) EVANGELICA E COSTITUZIONALE GENERA MOSTRI ATEI E DEVOTI. 
LAMPEDUSA E LA VERITA’ NON NEGOZIABILE: PER FAVORE, PER FAVORE, NON FATELO PIU’!   Ciò che i governi (compreso il Vaticano) hanno taciuto. Una nota di Furio Colombo
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare.
 
a c. di Federico La Sala
Ciò che i governi hanno taciuto
di Furio Colombo (il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2013)
“Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa. Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano. Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità: “Per favore, non fatelo più”.
Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone. C’era verità e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia. Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare. Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti. Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile. Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia.
Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo. Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo. Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato). Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa. Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più
 
 
Martedì 09 Luglio,2013 Ore: 09:00

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Federico La Sala
Milano
09/7/2013
10.14
Titolo:ZAMNOTELLI (2008). Mi vergogno di essere italiano e cristiano …
Mi vergogno di essere italiano e cristiano 
 
di Alex Zanotelli 
 
Di seguito anche il link ad una intervista audio realizzata da Micromega * 
 
E’ agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese. 
 
I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell’Italia 2008. 
 
«Mi vergogno di essere italiano e cristiano», fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società? italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Domenici…). Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano. 
 
Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l’altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che é diventato oggi il nemico per eccellenza. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino é uguale a criminale. Ritengo che non é un crimine migrare, ma che invece criminale é un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. 
 
L’Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri? 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che dà la caccia ai Rom come se fossero la feccia della società . Questa é la strada che ci porta dritti all’Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Noi abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che é stato fino a ieri un popolo di migranti («quando gli albanesi eravamo noi»): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? 
 
Cos’é che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere? 
 
Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro “Paradiso”? E’ la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell’Africa all’Europa. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si é identificato con gli affamati, carcerati, stranieri. «Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me». 
 
Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le “adozioni da vicino”? 
 
Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand’è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile? 
 
Come missionario, che da una vita si é impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo. 
 
Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani. 
 
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler: «Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c’era più nessuno a protestare». 
 
Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. E’ in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto é in ballo il futuro dell’umanità anzi della vita stessa. 
 
Diamoci da fare perché vinca la vita! 
 
24/05/2008 
 
 
– Emergenza xenofobia 
 
– Intervista di Roberto Vignoli 
 
– Alex Zanotelli: 
– “La criminalizzazione dei poveri”-( AUDIO) (23 maggio 2008) 
– Prodotto da Micromega 
 
* Il Dialogo, Sabato, 24 maggio 2008
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Federico La Sala
Milano
09/7/2013
15.47
Titolo:L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA – DUE INTERVENTI …
L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA 
 
di Stefano Liberti (il manifesto, 09.07.2013) 
 
Un messaggio denso e chiaro. Un monito al mondo intero e all’indifferenza con cui si è guardato negli ultimi vent’anni a quell’immensa tragedia che è stata la morte di migliaia di uomini e donne inghiottiti dal mare mentre cercavano di solcare il Mediterraneo. «La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi alla globalizzazione dell’indifferenza», ha detto Mario José Bergoglio dall’altare sopra al campo di calcio di Lampedusa davanti a una folla di isolani ancora increduli che il Papa abbia scelto questo avamposto di frontiera a due passi dall’Africa per il suo primo viaggio ufficiale fuori dal Vaticano. 
 
Invitato dal parroco locale, don Stefano Nastasi, e dall’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro – lo stesso che nel 2009 allestì nella sua cattedrale un presepe con un cartello in cui si leggeva «quest’anno i re magi non sono venuti perché sono stati respinti alla frontiera» – Papa Francesco ha fatto un discorso eminentemente politico. Un discorso diretto a tutti, all’indifferenza generale con cui si assiste a questo eccidio, ma soprattutto a quanti prendono le decisioni in Italia come in Europa, a quanti hanno costruito e poi blindato quella fortezza ai cui margini si è andato allestendo un cimitero di vittime senza nome. E non è un caso che la Santa sede ha fatto sapere che per l’occasione non erano graditi esponenti politici e ha invitato il ministro degli interni Angelino Alfano – desideroso di partecipare in quanto «cittadino della provincia di Agrigento» – che sarebbe dovuto rimanere a casa. 
 
«Gli immigrati morti in mare sono una spina nel cuore», ha detto il Papa all’inizio della sua omelia, dopo aver fatto un giro a bordo di una motovedetta della capitaneria di porto e aver lanciato in acqua una corona di fiori in memoria dei migranti morti. E quasi a sottolineare le sue parole, negli stessi momenti in cui il pontefice atterrava all’aeroporto dell’isola, un gruppo di 166 immigrati è stato soccorso in mare e trasbordato dagli uomini della capitaneria di porto nel centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa). Poi papa Francesco è arrivato al campo da calcio, dove lo aspettavano migliaia di isolani, di turisti e qualche decina di immigrati di nazionalità somala ed eritrea momentaneamente alloggiati all’interno del Cpsa, in attesa di essere trasbordati verso altri centri sul territorio della penisola. 
 
Mentre il Papa parla, Lampedusa incredula assiste a questo evento storico, a quest’uomo che dice parole semplici ma durissime e spera di uscire dalla bolla di indifferenza e di oblio in cui è stata abbandonata negli ultimi anni – quando si è lasciato che contasse le vittime in mare in perfetta solitudine o si è cercato di trasformarla a più riprese in una specie di carcere a cielo aperto, cambiando destinazione d’uso al centro di accoglienza e di parcheggiarvi per mesi gli stranieri in attesa di espulsione. Erano i tempi di Roberto Maroni al Viminale e del «dobbiamo essere cattivi con gli immigrati», degli accordi con i paesi della riva sud per i «pattugliamenti congiunti» delle frontiere, dei respingimenti in mare sanzionati infine dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Erano i tempi del Trattato di amicizia con Gheddafi celebrato dall’allora premier Silvio Berlusconi con le parole «avremo più petrolio e meno clandestini». Anni lontani ma molto vicini. Perché tutti i governi che si sono poi succeduti – da quello tecnico guidato da Mario Monti all’attuale esecutivo di larghe intese di Enrico Letta – hanno perseguito più o meno la stessa politica, tanto che solo pochi giorni fa il ministro degli interni Alfano ha fatto sapere che «lavoreremo con la Libia per cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina». E perché l’Europa continua a tenere saldamente chiuse le frontiere sud, mentre sperimenta un regime di libera circolazione con i vicini orientali, ritenuti forse meno pericolosi delle masse di diseredati neri che si riverserebbero da noi secondo una visione politica che non tiene conto del fatto che via mare arrivano solo richiedenti asilo e rifugiati in fuga e che i migranti economici mirano ormai a mete più appetibili di un’Europa in recessione ripiegata su se stessa. 
 
«Il Mediterraneo è sempre stato un crocevia di scambi e di sviluppo. È stato trasformato in una fossa comune. Questo ha voluto denunciare il Santo padre», dice il sindaco Giusi Nicolini, affaticata ma visibilmente contenta. All’inizio del suo mandato, nell’estate dell’anno scorso, la combattiva prima cittadina dell’isola aveva mandato una lettera-appello all’Unione europea in cui – all’indomani dell’ennesimo naufragio e del ritrovamento di undici cadaveri – scriveva: «Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra». Per poi aggiungere: «Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore». 
 
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L’APOCALISSE DELLE PERIFERIE 
 
di Franco Cardini (il maqnifesto, 09.07.2013) 
 
«Dov’è tuo fratello?». È la domanda severa, terribile, che il Signore rivolge nel Genesi a Caino: il quale risponde con qualcosa di peggio di un’ammissione, magari arrogante, del fratricidio. «Sono forse io il guardiano di mio fratello?». Sono io il responsabile del suo diritto alla vita? Quest’uomo mite vestito di bianco, questo compìto argentino d’origine piemontese, ha dato una risposta che mozza il fiato. L’ha data ieri, 8 luglio 2013, esattamente in quelle stesse acque che ventisei mesi or sono, l’8 maggio del 2011, assisterono allo spettacolo tremendo del naufragio di un barcone di poveracci molti dei quali trovarono la morte. Ieri, arrivando a Lampedusa, il papa ha gettato dei fiori in quelle acque; poco prima del battello le lo conduceva nell’isola «Porta d’Europa», era arrivata un’altra imbarcazione di profughi. Un’umanità dolente, di gente sfuggita alla guerra, alla tirannia, alla violenza, alla fame; di gente che per arrivare ha dovuto sopportare un’altra volta la durezza delle condizioni poste da un’altra umanità, quella degli eterni figli di caino, i mercanti di carne umana che per danaro fanno il turpe mestiere dei traghettatori clandestini, tanto vicino a quello del negriero di qualche secolo fa. Perché bisogna viverla, la storia appena cominciata del XXI secolo, per convincerci che forme di barbarie che credevamo definitivamente superate e cancellate sono tornate per un malvagio incantesimo a rivivere. 
 
Mesi fa, papa Francesco ci stupì con alcuni gesti che tuttavia scandalizzarono qualcuno e lasciarono nel dubbio qualcun altro. La Chiesa deve tornare povera e al servizio dei poveri, disse: e scelse di mutare dall’oro all’argento il metallo dell’Anello del pescatore, simbolo del suo ruolo di successore di un ebreo che duemila anni fa pescava per vivere, sul lago di Galilea. Dove vuole arrivare?, si chiesero i soliti sostenitori della Chiesa a qualunque costo, purché al Chiesa si faccia o si mantenga paladina dell’ordine costituito. Sono gesti, sono parole, ribatterono quelli che sognano il tutto-e-subito: vedrete che al teatrino dei simboli non terrà dietro nulla di concreto o quasi. 
 
Ma ieri papa Francesco è arrivato all’isola ch’è Porta d’Europa scegliendo quelli che sono sul serio gli «ultimi» come oggetto primario e privilegiato della sua visita; e, insieme con loro, gli abitanti di Lampedusa che da mese, nella semindifferenza generale del nostro paese e della Comunità Europea, si fanno in quattro pagando di persona con le loro povere tasche – anch’esse, in gran parte, di pescatori – il peso di un’ospitalità che, in poche spanne di terra, è divenuta un’attività travolgente e totalizzante. La carità, la solidarietà, hanno letteralmente sconvolto la vita di questi isolani: e non pare che politici, amministratori, manovratori dei media, se ne siano accorti più di tanto. In fondo, un omicidio – meglio se efferato – «fa notizia»: qualche centinaio di poveracci che danno fondo alle loro risorse e accettano che la loro esistenza stessa sia sconvolta per aiutare altri più poveracci di loro, questo «non fa notizia». 
 
La profezia di Malachia – un testo strano e forse del tutto inattendibile: sia chiaro – ha dato papa Francesco come l’ultimo dei pontefici: quello dopo il quale ci sarà la fine di Roma e del mondo. Profetismo medievale: in fondo, un genere letterario. Ma il fatto è che papa Bergoglio sta compiendo gesti e scelte che a loro volta hanno un sapore apocalittico: come se ci stesse dicendo – e sta dicendocelo – che l’umanità del nostro tempo è andata troppo oltre in termini di ingiustizia, di rapacità, di violenza, d’indifferenza per i più deboli, com’è andata troppo oltre in termini di concentrazione della ricchezza e di sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta. 
 
Domenica 6, in Vaticano, il papa dichiarava letteralmente: «La gente oggi ha bisogno costante di parole; ma soprattutto ha bisogno che sia testimoniata la misericordia di Dio». Un pensiero sistematicamente tradotto, all’Angelus, in un motto: «Gioia e coraggio». 
 
Ed eccoli tradotti nei fatti, la gioia e il coraggio. La scena è quasi la stessa di duemila anni fa, quando le folle sulle rive del Mare di Galilea videro scendere da una barca uno venuto per sfamarli, per guarirli, per confortarli. Colui che porta l’Anello del Pescatore è giunto di nuovo dal mare in quest’isola di pescatori e ha compiuto – lui, l’uomo forse più celebre e sotto certi aspetti più potente della terra – quello che legioni di tangheri politicastri si sono in tutti questi mesi ben guardati dal fare. È sceso tra i bisognosi, li ha ascoltati, ha letteralmente pianto con loro: ha dichiarato che se loro, i rifugiati, sono la stirpe di Abele, noialtri che in un modo o nell’altro facciamo parte della società opulenta e privilegiata siamo la maledetta razza di Caino. Una razza che non ha nemmeno il coraggio di ammazzare con le proprie mani: che uccide con l’indifferenza. 
 
E allora, quelle barche troppo spesso naufragate, quei vascelli assassini, eccoli a loro volta diventare strumento di redenzione. Il legno di quelle barche si è fatto fisicamente altare, trono, pulpito, croce pastorale, calice eucaristico. Tutta la liturgia della messa pontificia si è svolta all’insegna di quei pezzi di legno relitti di naufragi: perché a quel legno il Cristo, nella persona degli Ultimi della Terra, è stato crocifisso di nuovo. Ed è di questo che Bergoglio ha chiesto perdono a loro, a nome di tutti noi. 
 
E non saranno più, non potranno più essere solo parole. Questo papa che ha commissariato lo Ior, che ha lasciato arrestare un prelato-manager, che ha imposto austerità se non proprio povertà a tutta la curia, dopo aver visitato ieri la periferia delle periferie del mondo, tra qualche settimana incontrerà i giovani nel suo continente latinoamericano: un altro continente-martire, al pari dell’Africa. Un paese dove la Chiesa cattolica è attualmente messa a dura prova dall’offensiva delle sètte finanziate dai centri di propaganda statunitense: le stesse che si fanno finanziare dalla United Fruits e dai gorilas protetti dalla Cia (un nome per tutti: Rios Montt in Guatemala) e poi convertono i campesinos per insegnar loro la sottomissione che fa il gioco dei padroni. Contro questo infame gioco, che in fondo dura da secoli, Bartolomé de las Casas insorse nel Cinquecento, seguito qualche decennio più tardi dai gesuiti (anche Bergoglio è gesuita) delle reducciones e, nel nostro secolo, da preti-martiri come padre Stanley Rother fatto ammazzare nel 1981 dalla Cia proprio in Guatemala. Già Giovanni Paolo II, planato in America latina nel 1979 per bacchettarvi la Teologia della Liberazione, vi tornò anni dopo con un atteggiamento del tutto nuovo. Papa Francesco proseguirà su questa linea, e forse griderà ai giovani ancora una volta «Gioia e Coraggio». Abbiamo bisogno di entrambe queste cose. 
 
La visita di Papa Bergoglio è una risposta più che eloquente alla lettera di Nicolini. Quella risposta che i politici non hanno mai dato, per ignavia, per malafede o per incapacità. Chissà se nei prossimi giorni qualcuno a Roma o a Bruxelles raccoglierà la sfida lanciata dal Papa e cercherà di invertire la rotta e contrastare quella «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata con tanta forza dall’avamposto più meridionale della fortezza Europa.