Federico La Sala, lampedusa francesco e i governi

10 Lug
LAMPEDUsA, FRANCESCO, E CIO’ CHE I GOVERNI   HANNO TACIUTO. uNA NOTA DI F. COLOMBO… M. SALUTI, FLS
 
EVANGELO E  COSTITUZIONE.  NOTTE DELLA CHIESA E DELLA REPUBBLICA: PERDERE LA COSCIENZA DELLA LINGUA (“LOGOS”) EVANGELICA E COSTITUZIONALE GENERA MOSTRI ATEI E DEVOTI. 
LAMPEDUSA E LA VERITA’ NON NEGOZIABILE: PER FAVORE, PER FAVORE, NON FATELO PIU’!   Ciò che i governi (compreso il Vaticano) hanno taciuto. Una nota di Furio Colombo
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare.
 
a c. di Federico La Sala
Ciò che i governi hanno taciuto
di Furio Colombo (il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2013)
“Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa. Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano. Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità: “Per favore, non fatelo più”.
Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone. C’era verità e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia. Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare. Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti. Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile. Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia.
Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo. Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo. Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato). Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa. Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più
 
 
Martedì 09 Luglio,2013 Ore: 09:00

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Federico La Sala
Milano
09/7/2013
10.14
Titolo:ZAMNOTELLI (2008). Mi vergogno di essere italiano e cristiano …
Mi vergogno di essere italiano e cristiano 
 
di Alex Zanotelli 
 
Di seguito anche il link ad una intervista audio realizzata da Micromega * 
 
E’ agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese. 
 
I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell’Italia 2008. 
 
«Mi vergogno di essere italiano e cristiano», fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società? italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Domenici…). Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano. 
 
Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l’altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che é diventato oggi il nemico per eccellenza. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino é uguale a criminale. Ritengo che non é un crimine migrare, ma che invece criminale é un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. 
 
L’Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri? 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che dà la caccia ai Rom come se fossero la feccia della società . Questa é la strada che ci porta dritti all’Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Noi abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che é stato fino a ieri un popolo di migranti («quando gli albanesi eravamo noi»): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? 
 
Cos’é che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere? 
 
Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro “Paradiso”? E’ la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell’Africa all’Europa. 
 
Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si é identificato con gli affamati, carcerati, stranieri. «Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me». 
 
Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le “adozioni da vicino”? 
 
Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand’è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile? 
 
Come missionario, che da una vita si é impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo. 
 
Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani. 
 
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler: «Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c’era più nessuno a protestare». 
 
Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. E’ in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto é in ballo il futuro dell’umanità anzi della vita stessa. 
 
Diamoci da fare perché vinca la vita! 
 
24/05/2008 
 
 
– Emergenza xenofobia 
 
– Intervista di Roberto Vignoli 
 
– Alex Zanotelli: 
– “La criminalizzazione dei poveri”-( AUDIO) (23 maggio 2008) 
– Prodotto da Micromega 
 
* Il Dialogo, Sabato, 24 maggio 2008
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Federico La Sala
Milano
09/7/2013
15.47
Titolo:L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA – DUE INTERVENTI …
L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA 
 
di Stefano Liberti (il manifesto, 09.07.2013) 
 
Un messaggio denso e chiaro. Un monito al mondo intero e all’indifferenza con cui si è guardato negli ultimi vent’anni a quell’immensa tragedia che è stata la morte di migliaia di uomini e donne inghiottiti dal mare mentre cercavano di solcare il Mediterraneo. «La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi alla globalizzazione dell’indifferenza», ha detto Mario José Bergoglio dall’altare sopra al campo di calcio di Lampedusa davanti a una folla di isolani ancora increduli che il Papa abbia scelto questo avamposto di frontiera a due passi dall’Africa per il suo primo viaggio ufficiale fuori dal Vaticano. 
 
Invitato dal parroco locale, don Stefano Nastasi, e dall’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro – lo stesso che nel 2009 allestì nella sua cattedrale un presepe con un cartello in cui si leggeva «quest’anno i re magi non sono venuti perché sono stati respinti alla frontiera» – Papa Francesco ha fatto un discorso eminentemente politico. Un discorso diretto a tutti, all’indifferenza generale con cui si assiste a questo eccidio, ma soprattutto a quanti prendono le decisioni in Italia come in Europa, a quanti hanno costruito e poi blindato quella fortezza ai cui margini si è andato allestendo un cimitero di vittime senza nome. E non è un caso che la Santa sede ha fatto sapere che per l’occasione non erano graditi esponenti politici e ha invitato il ministro degli interni Angelino Alfano – desideroso di partecipare in quanto «cittadino della provincia di Agrigento» – che sarebbe dovuto rimanere a casa. 
 
«Gli immigrati morti in mare sono una spina nel cuore», ha detto il Papa all’inizio della sua omelia, dopo aver fatto un giro a bordo di una motovedetta della capitaneria di porto e aver lanciato in acqua una corona di fiori in memoria dei migranti morti. E quasi a sottolineare le sue parole, negli stessi momenti in cui il pontefice atterrava all’aeroporto dell’isola, un gruppo di 166 immigrati è stato soccorso in mare e trasbordato dagli uomini della capitaneria di porto nel centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa). Poi papa Francesco è arrivato al campo da calcio, dove lo aspettavano migliaia di isolani, di turisti e qualche decina di immigrati di nazionalità somala ed eritrea momentaneamente alloggiati all’interno del Cpsa, in attesa di essere trasbordati verso altri centri sul territorio della penisola. 
 
Mentre il Papa parla, Lampedusa incredula assiste a questo evento storico, a quest’uomo che dice parole semplici ma durissime e spera di uscire dalla bolla di indifferenza e di oblio in cui è stata abbandonata negli ultimi anni – quando si è lasciato che contasse le vittime in mare in perfetta solitudine o si è cercato di trasformarla a più riprese in una specie di carcere a cielo aperto, cambiando destinazione d’uso al centro di accoglienza e di parcheggiarvi per mesi gli stranieri in attesa di espulsione. Erano i tempi di Roberto Maroni al Viminale e del «dobbiamo essere cattivi con gli immigrati», degli accordi con i paesi della riva sud per i «pattugliamenti congiunti» delle frontiere, dei respingimenti in mare sanzionati infine dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Erano i tempi del Trattato di amicizia con Gheddafi celebrato dall’allora premier Silvio Berlusconi con le parole «avremo più petrolio e meno clandestini». Anni lontani ma molto vicini. Perché tutti i governi che si sono poi succeduti – da quello tecnico guidato da Mario Monti all’attuale esecutivo di larghe intese di Enrico Letta – hanno perseguito più o meno la stessa politica, tanto che solo pochi giorni fa il ministro degli interni Alfano ha fatto sapere che «lavoreremo con la Libia per cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina». E perché l’Europa continua a tenere saldamente chiuse le frontiere sud, mentre sperimenta un regime di libera circolazione con i vicini orientali, ritenuti forse meno pericolosi delle masse di diseredati neri che si riverserebbero da noi secondo una visione politica che non tiene conto del fatto che via mare arrivano solo richiedenti asilo e rifugiati in fuga e che i migranti economici mirano ormai a mete più appetibili di un’Europa in recessione ripiegata su se stessa. 
 
«Il Mediterraneo è sempre stato un crocevia di scambi e di sviluppo. È stato trasformato in una fossa comune. Questo ha voluto denunciare il Santo padre», dice il sindaco Giusi Nicolini, affaticata ma visibilmente contenta. All’inizio del suo mandato, nell’estate dell’anno scorso, la combattiva prima cittadina dell’isola aveva mandato una lettera-appello all’Unione europea in cui – all’indomani dell’ennesimo naufragio e del ritrovamento di undici cadaveri – scriveva: «Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra». Per poi aggiungere: «Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore». 
 
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L’APOCALISSE DELLE PERIFERIE 
 
di Franco Cardini (il maqnifesto, 09.07.2013) 
 
«Dov’è tuo fratello?». È la domanda severa, terribile, che il Signore rivolge nel Genesi a Caino: il quale risponde con qualcosa di peggio di un’ammissione, magari arrogante, del fratricidio. «Sono forse io il guardiano di mio fratello?». Sono io il responsabile del suo diritto alla vita? Quest’uomo mite vestito di bianco, questo compìto argentino d’origine piemontese, ha dato una risposta che mozza il fiato. L’ha data ieri, 8 luglio 2013, esattamente in quelle stesse acque che ventisei mesi or sono, l’8 maggio del 2011, assisterono allo spettacolo tremendo del naufragio di un barcone di poveracci molti dei quali trovarono la morte. Ieri, arrivando a Lampedusa, il papa ha gettato dei fiori in quelle acque; poco prima del battello le lo conduceva nell’isola «Porta d’Europa», era arrivata un’altra imbarcazione di profughi. Un’umanità dolente, di gente sfuggita alla guerra, alla tirannia, alla violenza, alla fame; di gente che per arrivare ha dovuto sopportare un’altra volta la durezza delle condizioni poste da un’altra umanità, quella degli eterni figli di caino, i mercanti di carne umana che per danaro fanno il turpe mestiere dei traghettatori clandestini, tanto vicino a quello del negriero di qualche secolo fa. Perché bisogna viverla, la storia appena cominciata del XXI secolo, per convincerci che forme di barbarie che credevamo definitivamente superate e cancellate sono tornate per un malvagio incantesimo a rivivere. 
 
Mesi fa, papa Francesco ci stupì con alcuni gesti che tuttavia scandalizzarono qualcuno e lasciarono nel dubbio qualcun altro. La Chiesa deve tornare povera e al servizio dei poveri, disse: e scelse di mutare dall’oro all’argento il metallo dell’Anello del pescatore, simbolo del suo ruolo di successore di un ebreo che duemila anni fa pescava per vivere, sul lago di Galilea. Dove vuole arrivare?, si chiesero i soliti sostenitori della Chiesa a qualunque costo, purché al Chiesa si faccia o si mantenga paladina dell’ordine costituito. Sono gesti, sono parole, ribatterono quelli che sognano il tutto-e-subito: vedrete che al teatrino dei simboli non terrà dietro nulla di concreto o quasi. 
 
Ma ieri papa Francesco è arrivato all’isola ch’è Porta d’Europa scegliendo quelli che sono sul serio gli «ultimi» come oggetto primario e privilegiato della sua visita; e, insieme con loro, gli abitanti di Lampedusa che da mese, nella semindifferenza generale del nostro paese e della Comunità Europea, si fanno in quattro pagando di persona con le loro povere tasche – anch’esse, in gran parte, di pescatori – il peso di un’ospitalità che, in poche spanne di terra, è divenuta un’attività travolgente e totalizzante. La carità, la solidarietà, hanno letteralmente sconvolto la vita di questi isolani: e non pare che politici, amministratori, manovratori dei media, se ne siano accorti più di tanto. In fondo, un omicidio – meglio se efferato – «fa notizia»: qualche centinaio di poveracci che danno fondo alle loro risorse e accettano che la loro esistenza stessa sia sconvolta per aiutare altri più poveracci di loro, questo «non fa notizia». 
 
La profezia di Malachia – un testo strano e forse del tutto inattendibile: sia chiaro – ha dato papa Francesco come l’ultimo dei pontefici: quello dopo il quale ci sarà la fine di Roma e del mondo. Profetismo medievale: in fondo, un genere letterario. Ma il fatto è che papa Bergoglio sta compiendo gesti e scelte che a loro volta hanno un sapore apocalittico: come se ci stesse dicendo – e sta dicendocelo – che l’umanità del nostro tempo è andata troppo oltre in termini di ingiustizia, di rapacità, di violenza, d’indifferenza per i più deboli, com’è andata troppo oltre in termini di concentrazione della ricchezza e di sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta. 
 
Domenica 6, in Vaticano, il papa dichiarava letteralmente: «La gente oggi ha bisogno costante di parole; ma soprattutto ha bisogno che sia testimoniata la misericordia di Dio». Un pensiero sistematicamente tradotto, all’Angelus, in un motto: «Gioia e coraggio». 
 
Ed eccoli tradotti nei fatti, la gioia e il coraggio. La scena è quasi la stessa di duemila anni fa, quando le folle sulle rive del Mare di Galilea videro scendere da una barca uno venuto per sfamarli, per guarirli, per confortarli. Colui che porta l’Anello del Pescatore è giunto di nuovo dal mare in quest’isola di pescatori e ha compiuto – lui, l’uomo forse più celebre e sotto certi aspetti più potente della terra – quello che legioni di tangheri politicastri si sono in tutti questi mesi ben guardati dal fare. È sceso tra i bisognosi, li ha ascoltati, ha letteralmente pianto con loro: ha dichiarato che se loro, i rifugiati, sono la stirpe di Abele, noialtri che in un modo o nell’altro facciamo parte della società opulenta e privilegiata siamo la maledetta razza di Caino. Una razza che non ha nemmeno il coraggio di ammazzare con le proprie mani: che uccide con l’indifferenza. 
 
E allora, quelle barche troppo spesso naufragate, quei vascelli assassini, eccoli a loro volta diventare strumento di redenzione. Il legno di quelle barche si è fatto fisicamente altare, trono, pulpito, croce pastorale, calice eucaristico. Tutta la liturgia della messa pontificia si è svolta all’insegna di quei pezzi di legno relitti di naufragi: perché a quel legno il Cristo, nella persona degli Ultimi della Terra, è stato crocifisso di nuovo. Ed è di questo che Bergoglio ha chiesto perdono a loro, a nome di tutti noi. 
 
E non saranno più, non potranno più essere solo parole. Questo papa che ha commissariato lo Ior, che ha lasciato arrestare un prelato-manager, che ha imposto austerità se non proprio povertà a tutta la curia, dopo aver visitato ieri la periferia delle periferie del mondo, tra qualche settimana incontrerà i giovani nel suo continente latinoamericano: un altro continente-martire, al pari dell’Africa. Un paese dove la Chiesa cattolica è attualmente messa a dura prova dall’offensiva delle sètte finanziate dai centri di propaganda statunitense: le stesse che si fanno finanziare dalla United Fruits e dai gorilas protetti dalla Cia (un nome per tutti: Rios Montt in Guatemala) e poi convertono i campesinos per insegnar loro la sottomissione che fa il gioco dei padroni. Contro questo infame gioco, che in fondo dura da secoli, Bartolomé de las Casas insorse nel Cinquecento, seguito qualche decennio più tardi dai gesuiti (anche Bergoglio è gesuita) delle reducciones e, nel nostro secolo, da preti-martiri come padre Stanley Rother fatto ammazzare nel 1981 dalla Cia proprio in Guatemala. Già Giovanni Paolo II, planato in America latina nel 1979 per bacchettarvi la Teologia della Liberazione, vi tornò anni dopo con un atteggiamento del tutto nuovo. Papa Francesco proseguirà su questa linea, e forse griderà ai giovani ancora una volta «Gioia e Coraggio». Abbiamo bisogno di entrambe queste cose. 
 
La visita di Papa Bergoglio è una risposta più che eloquente alla lettera di Nicolini. Quella risposta che i politici non hanno mai dato, per ignavia, per malafede o per incapacità. Chissà se nei prossimi giorni qualcuno a Roma o a Bruxelles raccoglierà la sfida lanciata dal Papa e cercherà di invertire la rotta e contrastare quella «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata con tanta forza dall’avamposto più meridionale della fortezza Europa.
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