Giovanni Cominelli, D’Alema, Renzi e Pisapia

10 Lug

 

Nello scontro che oppone D’Alema a Renzi, Pisapia ha assunto la posizione simmetrica, ma convergente, rispetto a quella di D’Alema. Il sindaco di Firenze intende candidarsi a segretario del Pd e a premier. D’Alema è contrario, adducendo quale argomento la difesa del governo Letta. Lasci stare la segreteria, per la quale candida Cuperlo, stia in panchina ad aspettare il suo turno per la premiership di governo. Pisapia candida Renzi alla premiership, ma gli consiglia di lasciar perdere la corsa alla segreteria, motivando con il fatto che lui, il sindaco di Milano, non è iscritto al Pd e dunque non avrebbe nulla da dire al riguardo. Si dà tuttavia il caso che Pisapia, all’epoca delle primarie, abbia messo il naso nelle faccende del Pd, schierandosi con Bersani, non con Renzi.

 
Nessuno, d’altronde, lo ha rimproverato per questo. Ma è certo che questa posizione di Pisapia segnala le contraddizioni profonde e le arretratezze della cultura politica di un movimento – convenzionalmente chiamato “arancione” – che stanno alla radice della gestione dei rapporti politici nella Giunta e che depotenziano le ambizioni nazionali dell’esperienza milanese. Capire perché D’Alema abbia assunto quella posizione, leggendo in filigrana le implicazioni profonde e la metafisica, tutt’altro che occulta, aiuterebbe a comprendere meglio e magari a modificare le proprie.
Quanto a D’Alema, il suo problema è, in realtà, la paventata coincidenza delle funzioni di capo di governo e di segretario di partito, che ridimensionerebbe la centralità dei partiti nel sistema politico. La coincidenza di due leadership in unica persona è tipica di tutte le democrazie mature, in Europa e fuori. Democrazie governanti, perché la finalità della rappresentanza partitico – parlamentare non è la difesa sindacale degli interessi rappresentati, ma il governo del Paese, cioè la soluzione dei problemi. La politica è rappresentare per governare. La forma politico-istituzionale in cui s’incarna è il presidenzialismo, il semi-presidenzialismo, il bipolarismo politico, comunque la coincidenza tra leadership di partito e di governo, come nel caso inglese e tedesco.
In Italia funziona un altro sistema, stabilito nella Costituzione del 1948, per impedire, dopo vent’anni di “un uomo solo al comando”, che potesse arrivare un altro tiranno. Gli elettori eleggono i deputati-di-partito con vari sistemi elettorali – prima il proporzionale, poi il Mattarellum, ora il Porcellum – e i deputati votano a maggioranza il Presidente del Consiglio. Il gioco resta saldamente nelle mani di quelle associazioni private di cittadini, che chiamiamo partiti o movimenti. Agli elettori il Porcellum lascia oggi solo la scelta del partito, quella dei deputati è stata sequestrata dai leader di partito. Il governo reale del Paese è governo dei partiti. Tutto ciò è retoricamente venduto come “centralità del Parlamento”.
Si scrive “centralità del Parlamento”, ma si legge “centralità dei partiti”. I quali, poi, delegano a un’Amministrazione statale centralistica, inefficiente e corrotta il governo effettuale, che i cittadini sperimentano ogni giorno con esasperazione crescente. La stabile instabilità dei partiti: ecco perché dal 1948 al 1996 i governi sono durati mediamente nove mesi e perché dal 1996 al 2013 sono durati due anni e mezzo: partiti immortali, governi mortalissimi. La società civile è stata soffocata nel cappio del non-governo. L’effetto principale è stato, lungo gli anni, l’autoorganizzazione degli interessi “particulari” in lobby e corporazioni, l’una contro l’altra armate, e, in questi ultimi anni, la paralisi agonica del sistema politico italiano di fronte alla crisi finanziaria ed economica mondiale.
Ciononostante, D’Alema, filosofo politico del pensiero unico partitista, difende questo sistema politico-istituzionale moribondo. Bisogna capirlo! …. Intere generazioni di piccola borghesia intellettuale urbana hanno fatto un salto sociale enorme, usando l’ascensore dei partiti. Hanno conquistato potere, soldi, visibilità, ottimi stipendi e pensioni, fringe benefits. Hanno fatto e disfatto governi. Hanno persino deciso, nel garage di Botteghe Oscure, che prima toccava a Occhetto e poi a D’Alema stesso succedere a Enrico Berlinguer, mentre si recavano afflitti (?) al suo funerale. Era la rottamazione del 1984, bellezza! Bisogna capirlo! … .
Il passaggio dalla politica come eterna professione autocooptativa a un sistema in cui l’elettore fosse più forte dei partiti e del governo, perché sceglierebbe personalmente deputati e premier, costituirebbe per D’Alema e soci un trauma psicologico peggiore di quello della caduta del comunismo nel 1989. Un premier-segretario piegherebbe il partito ai vincoli della governabilità, riducendo la gamba troppo lunga della rappresentanza partitico – parlamentare e allungando quella troppo corta del governo. Potremmo diventare una democrazia non zoppicante, cioè un Paese d’Europa.
Se queste sono le quinte della recita di D’Alema – Renzi sul palcoscenico pubblico, forse potremmo decidere con maggiore discernimento chi applaudire e chi fischiare.

 

Giovanni Cominelli
 
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